di Pasquale D’Ancicco

La Pecora Matesina

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Ariete Matesino (foto Assonapa)

Storia

La Matesina è una razza ovina  fino a qualche decennio fa  tipica delle campagne  dell’Alto Casertano, da Caiazzo fino alle aree montane del Parco del Matese (da cui tale pecora prende il nome) al confine con il Molise. Sue caratteristiche sono il vello color nocciola, il profilo montonino, la faccia con alone nero\rossastro, la testa priva di corna nelle femmine, presenti invece nei maschi; il peso si aggira sui 70 kg per i maschi, 60 kg per le femmine. Si tratta di una razza a triplice attitudine: la carne la si ottiene perlopiù dai giovani agnelli; per ogni lattazione si ottengono 80\100 litri di latte, che dopo lo svezzamento viene utilizzato per la produzione di pecorino di tipo canestrato; buona la qualità della lana con produzioni di 4,5 kg per gli arieti, 2,5 kg per le femmine; i parti sono tre in 2 anni, quasi mai gemellari. È una razza rustica che ben si presta sia alla transumanza che all’allevamento stanziale.

Le sue antiche origini  sembrano dovute ad incroci tra pecore di razza Appenninica e Gentile di Puglia.

Una delle ultime indagini (nel 2007) stimò una popolazione intorno ai 100 capi in purezza, perlopiù localizzati nel Parco del Matese.

Segnalazione

Il primo avvistamento  risale all’aprile 2018, mi stavo recando a Pietraroja (BN), città Sannita facente parte del Parco Nazionale del Matese e divenuta celebre per il ritrovamento del primo fossile di dinosauro in Italia: lo Scipionyx samniticum ribattezzato simpaticamente Ciro; volevo visitare il Museo paleontologico ad esso dedicato (Paleolab); al solito il navigatore dell’auto mi fece percorrere la strada a suo giudizio più breve facendomi arrampicare per  le strette vie di campagna del comune di Cerreto Sannita (BN); alcune pecore dal manto rossiccio, allevate praticamente in tutte le fattorie  della contrada ove ero capitato, colpirono la mia attenzione.

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Le pecore Matesine individuate a Cerreto Sannita (foto P. D’Ancicco 2018)

Subito pensai alla pecora Matesina, di cui venni a sapere l’esistenza grazie al libro ”Atlante delle razze autoctone” (A. Zanon, D. Bigi, 2008).    Scesi dall’auto e confutai che ogni masseria della contrada  allevava quella tipologia di pecora che, osservata da vicino,  mostrava tutti i caratteri della Matesina (manto rossiccio, alone facciale scuro, ecc.). Un secondo avvistamento avvenne nell’estate del 2018 durante una gita sempre nel parco del Matese; mentre percorrevo la via montana che collega Pietraroja a Morcone (BN), notai che in un’isolata fattoria, oltre alle tante vacche  allevate allo stato brado,  era presente, ben recintato , al riparo da eventuali attacchi di lupi, un gruppo delle citate pecore Matesine, allevate in purezza. Chiesi informazioni al pastore, che mi confermò che quella era la razza tipica locale (“a’ nostr” la definì in dialetto il pastore), confidandomi inoltre che lui e pochi altri allevatori della zona, oltre ad allevarla, la custodiscono gelosamente considerandola una vera e propria reliquia, al riparo da eventuali inquinamenti genetici da parte di altre razze ovine purtroppo presenti nel parco. Quindi, come sostenuto dagli ultimi censimenti effettuati, la popolazione della pecora Matesina, seppur rarefatta, è ancora presente nelle zone montane e di pascolo del Parco del Matese, dovendo la sua sopravvivenza a pochi pastori custodi che la  allevano in zone non turistiche del Parco, in ambienti difficili ed impervi non adatti  alle razze moderne ed iper-produttive.

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Le pecore Matesine rinvenute a Morcone (foto P. D’Ancicco, 2018)

La Pecora Turchessa

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Montone, Pecora ed Agnello razza Turchessa  (foto P. D’Ancicco 2019)

Storia

La Turchessa è una tipologia di pecora che in passato era tipica dei comuni dei Massiccio del Partenio (catena montuosa  della provincia di Avellino che affaccia su Napoli) e dei paesi pedemontani sottostanti della Valle Caudina (che comprende alcune zone delle province di Avellino, Benevento e Caserta), celebre per lo scontro avvenuto tra Sanniti e Romani nella storica battaglia delle Forche Caudine. Caratteri distintivi sono la maschera facciale nera, profilo montonino appena accennato e vello bianco. Il peso medio si aggira  sui 65 kg nei maschi e 45\50 kg nelle femmine. Benché antichi testi e anziani pastori la descrivano come razza a triplice attitudine, in realtà la lana che si ottiene è di qualità modesta è di scarsa quantità; la carne la si ottiene da agnelli che superano i 10 kg, il latte  è destinato quasi esclusivamente all’alimentazione degli agnelli, il rimanente   viene utilizzato per la produzione di formaggi locali con il metodo canestrato. Le femmine danno un parto all’anno quasi sempre gemellare. Razza frugale, si presta bene al pascolo su terreni poveri nelle zone montane e pedemontane di cui è originaria.
Sembra derivi da incroci storici tra razza Barbaresca e quella Appenninica.
Dati ufficiali la danno ridotta allo stato di reliquia.

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Montone e pecora razza Turchessa (foto P. D’Ancicco 2019)

Segnalazione

La mia prima segnalazione della Turchessa è abbastanza recente, e risale a marzo 2019: un amico di Cervinara (AV) mi contattò dicendomi di aver acquistato da un pastore locale una coppia di agnellini della razza ovina tipica dei comuni dei Monti del Massicio del Partenio: la Capinera. In modo abbastanza superficiale gli feci notare che non vi erano razze di tale nome in Campania, ma gli chiesi comunque di inviarmi foto degli agnellini da lui acquistati; rimasi piacevolmente sorpreso in quanto i soggetti ritratti in foto erano proprio di razza Turchessa, probabilmente chiamata Capinera nel gergo locale per via della testa nera e per differenziarla dalle altre razze ovine; chiesi quindi all’amico di mettermi in contatto quanto prima con il pastore in questione, custode di tali pecore, raccomandandogli di aver cura e prestare attenzione alla coppia di agnellini appena acquistata, facendogli notare la rarità della razza.

Pecore razza Turchessa - Agnello razza Turchessa
Pecore razza Turchessa – Agnello razza Turchessa  (foto P. D’Ancicco 2019)

Poche settimane, dopo durante una gita di piacere nella Valle Caudina nei pressi di Paolisi (BN), avvistai un gregge di pecore, tale gruppo ovino era formato per la maggior parte da soggetti ascivibili alla razza Turchessa; per via della pioggia fitta ed incessante non mi soffermai ad osservarle meglio, nè a chieder informazioni allo stoico pastore che le stava conducendo all’ovile noncurante della pioggia, ma quell’avvistamento mi diede conferma di soggetti supersiti della razza  in quei territori.

Finalmente, nel maggio 2019, l’amico di Cervinara mi comunicò che il pastore delle sue parti aveva accettato di farmi visitare il suo allevamento; giunto sul luogo del pascolo, nei pressi di Rotondi (AV), paese ai piedi del Partenio, oltre a restare meravigliato dalla bellezza del paesaggio montano riscontrai nelle pecore presenti tutte le caratteristiche della Turchessa; i proprietari, Luigi e la moglie, persone molto disponibili a domande e spiegazioni, mi descrissero le caratteristiche di tale pecora, dai pastori  effettivamente chiamata Capinera per la testa nera, è considerata una sua mutazione ossia  la Testa di monaco (“cap i monac” nel dialetto locale) ovvero i soggetti che nascono con la testa marrone anziché nera. Mi evidenziarono la spiccata rusticità di tale razza ovina che, soprattutto se abituata da piccola, può benissmo essere allevata all’aperto anche in inverno purchè abbia un capanno ove riparasi in caso di neve o grandine. Mi venne fatta notare, inoltre, la muscoltura più sviluppata rispetto ad altre razze di pecore (specialmente quelle commerciali da latte), il che la rende adatta al pascolo in montagna dove trova tutto il nutrimento necessario. Prima di andar via ricevetti una squisita forma di formaggio prodotto con il latte delle loro capre e notai degli agnellini di poche settimane di Turchessa, versione Capinera, facendo un pensiero all’eventuale acquisto.

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Pecora razza Turchessa, quando la maschera facciale è marrone anziché nera viene denominata “testa di monaco”, “cap i monac” nel dialetto locale (foto P. D’Ancicco 2019)

Tale popolazione ovina è  perciò ancora tipica dei paesi del Partenio e relative zone pedemontane Caudine e, grazie alla sua rusticità e frugalità, è riuscita a sopravvivere e a non estinguersi nonostante l’invasione di pecore commerciali  più produttive.

L’Oca Campana

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“Paesaggio Napoletano”, autore Baldassarre De Caro, 1700 circa

Storia

Pur non essendoci fonti storiche o citazioni letterarie che descrivano tale popolazione di oche, in numerosi quadri e dipinti dei secoli scorsi raffiguranti immagini di vita rurale o paesaggi campani sono  ritratte oche con piumaggio bianco adornato da una pezzatura irregolare formata da macchie ed aloni grigi; tale piumaggio non era ovviamente frutto di selezione mirata, ma il risultato di incroci rurali che avvenivano in modo del tutto casuale presso  masserie e fattorie campane, ove le oche venivano lasciate libere per i campi nutrendosi di ciò che trovavano nel pascolo e degli scarti dell’orto.

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Foto rinvenuta in provincia di Caserta, datazione 1914, collezione privata

Segnalazione

Numerose sono le segnalazioni e gli avvistamenti che mi giungono di suddette oche, tuttavia  spesso viene confusa l’Oca Campana (frutto, come descritto, di accoppiamenti e riproduzione casuale della popolazione autoctona di oche comuni Anser anser, esistente)  con incroci tra oche cignoidi (Anser cygnoides) ed oche bianche, incrocio diffusissimo in Campania, come nel resto d’Italia. Tali  incroci possono trarre in inganno l’occhio del ricercatore novizio  potendo apparire simili fenotipicamente, ma dal quale tuttavia si differenziano: l’Oca Campana è di stazza tarchiata e conserva forma e tipologia dell’oca comune domestica, oltre ad un piumaggio con pezzature ben poco regolari; presenta becco arancione ed occhi azzurri o comunque di colore chiaro, mentre l’incrocio oca bianca per cignoide si presenta con occhi scuri, corporatura più snella e portamento più  eretto con  protuberanza sul becco (spesso macchiato di nero) tipica dell’oca cignoide e sul piumaggio macchie più regolari rispetto agli aloni dell’Oca Campana. Personalmente ho avvistato nelle campagne isolate dell’alto Casertano e del Sannio gruppi di oche ascrivibili al ceppo dell’Oca Campana, in fattorie o aziende che vedono queste oche libere di vagare per le campagne, la cui riproduzione è libera e casuale, come avveniva un tempo.

oca campanaSoggetto ascrivibile all’Oca Campana a sinistra, a destra incrocio oca bianca per cignoide, evidente la differenza di portamento, di piumaggio e la presenza della protuberanza sul becco tipica dell’oca cignoide nella foto a destra

Le anatre in Campania

Storia

Spesso mi viene chiesto se anche la Campania avesse una razza autoctona di anatre: in verità non vi sono fonti storiche\letterarie né dipinti che descrivano una popolazione uniforme, ma esaminando queste fonti si può affermare che fossero presenti le anatre che erano allevate nel resto delle campagne d’Italia. Vi erano anatre del genere germanato (Anas) dai colori del piumaggio variabile derivanti da incroci tra anatre comuni di fattoria che spesso a loro volta si accoppiavano con anatre selvatiche di passaggio; erano allevate inoltre anche anatre mute autoctone (Chairina moscata), ossia  l’anatra muta che era presente in Italia, caratterizzata da  maschera facciale nera nei maschi, rossa appena accennata nelle femmine e di stazza inferiore rispetto all’anatra muta commerciale, che avrebbe poi inondato le campagne italiche.  Così come per l’oca, anche per le anatre non  erano presenti sul territorio allevamenti mirati alla selezione ed al miglioramento delle qualità; per cui nelle aziende e fattorie in cui erano presenti, il loro era considerato un allevamento marginale, di nicchia, destinato ad integrare la produzione padronale.

Segnalazione

Per quanto riguarda segnalazioni ed eventuale recupero delle anatre comuni “germanate”, è un impresa impossibile in quanto, come già detto, non vi era una popolazione autoctona con caratteri fissati:  le anatre non avevano stazza, peso e colorazione uniforme, né esistevano stazioni sperimentali o consorzi che ne curavano la selezione circa l’incremento di peso, carne, uova, ecc..

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Anatre mute autoctone, allevatore Andrea Mangoni

Diversamente per l’anatra muta autoctona, un’opera di seria selezione, come già sta avvenendo in altre regioni, potrebbe in breve tempo portare al recupero di tale anatra in quanto l‘inferiore variabilità genetica rispetto all’anatra comune ha fatto sì che i ceppi giunti ai nostri giorni presenti nelle campagne  siano o ibridi pesanti di ceppo commerciale  a maschera rossa particolarmente pronunciata, o soggetti con sangue  autoctono ben riconoscibile da peso inferiore, maschera facciale nera nel maschio, assente o appena accennata nella femmina, colorazione nera con chiazze bianche e rilfessi metallici blu\verdi, attaccatura del becco (bianco grigiastro) e contorno occhi nero, zampe grigie.

Pasquale D’Ancicco, presidente Razze Autoctone Campane e consigliere AIFAO.
E-mail:
pasqualedancicco@live.it

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