di Torresan Federico

Ma la vera passione era sempre quella di starsene con le pecore sui pascoli; le conosceva a una a una per il colore della lana e per la maniera di belare anche se sembravano tutte uguali; sapeva anche il loro singolo carattere: quale bisognava guardare di più perché solita ad allontanarsi dal branco, quale la più vorace sull’erba novella e bagnata di rugiada e quindi soggetta a gonfiarsi il ventre, quale l’agnella che voleva sempre succhiare la madre anche se da mesi avrebbe dovuto essere svezzata, qual la più lunga a ruminare. Al suo vecchio cane nero bastava poi un cenno, nemmeno una parola, che lui capiva il suo pensiero.

(Mario Rigoni Stern, Storia di Tönle, 1978)

A memoria d’uomo, i pastori transumanti che, oggi come nell’antichità, peregrinano in un vasto territorio dal carattere orografico multiforme comprendente i massicci montuosi trentini, gli altopiani e le Prealpi venete fino pure a quelle Carniche e Giulie, passando per la Valle Padana e la pianura orientale della Lombardia, si sono da sempre accompagnati a un tipo di cane da conduzione del gregge dalle caratteristiche tipiche.

La dura vita pastorale, la funzione specifica di paratore di ovini spesso anch’essi autoctoni, nonché la natura del territorio e le simpatie dei pastori lo hanno modellato con tratti somatici e caratteriali distintivi e omogenei, dovuti a peculiarità genotipiche e fenotipiche comuni fissate ormai da un numero perduto di generazioni.

Si tratta del Cane da Pastore della Lessinia e del Lagorai o semplicemente Pastore del Lagorai, ma, per le genti del Triveneto, che ammirano le migrazioni stagionali delle greggi accodarsi, dalla montagna alla pianura e fino anche al mare e viceversa, allo scorrere lento dei grandi fiumi che fungono da rotta (Adige, Tagliamento, Brenta, Piave) basta il semplice termine “cane da pastore” per riferirsi chiaramente a questa precisa etnia di cani in modo esclusivo. Una “non razza” perché pur rispondendo ai requisiti zootecnici di razza, a oggi manca ancora del crisma di ufficialità, intesa come esistenza di un libro genealogico per la registrazione delle discendenze e di un pedigree individuale atto a documentarle, emesso dall’ente nazionale preposto (Enci).

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Paco, maschio dalla caratteristica colorazione blue merle (foto Loris Carlet)

Si tratta di un cane dalle tipiche caratteristiche del “toccatore”, e in tal senso ancora oggi normalmente utilizzato sia con gli ovi-caprini, che nel più ostico governo di mucche e cavalli. Dalla taglia media, mesomorfo, di tipo lupoide, prevalentemente con le orecchie erette o semierette, il pelo semi lungo, talvolta ondulato e/o con presenza di peli duri sul dorso, cosiddetti caprini, e leggera criniera, dal folto sottopelo. E’ un animale di tempra non eccessiva, rustico, selezionato dalla simbiosi con il pastore e con il gregge alla resistenza alla fame, alla sete, alle inclemenze del tempo, alle malattie. La costruzione anatomica ne garantisce agilità, velocità, resistenza, l’architettura mentale assicura prontezza, efficacia nell’attività lavorativa, vivacità, docilità, curiosità, addestrabilità, mitezza con i suoi simili e gli animali domestici in genere, ma è anche buon guardiano qualora minacce esterne lo richiedano. Lo sguardo intelligente e sveglio trasmettono l’immagine di un cane sempre in attesa del comando del pastore. Un solo soggetto è in grado di amministrare con facilità un gregge o una mandria di oltre un centinaio di capi, instradando gli animali con il tocco del morso o con l’abbaio, o con entrambi a seconda delle inclinazioni caratteriali del singolo, scavalcando agevolmente siepi, fossi, elettro pascoli, scattando in velocità nel breve o trottando per più chilometri al giorno.

Le grandi orecchie triangolari portate aperte a riposo, la leggera divergenza degli assi cranio-facciali e la lunghezza del cranio che eccede anche se di poco quella del muso dando un’impronta tipica alla testa, le particolari colorazioni riconoscibili, la predisposizione al lavoro sono i segni distintivi di questi cani percepibili a un primo incontro.

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Esemplare di Pastore della Lessinia e del Lagorai completamente nero (foto Mario e Alberto Venturi)

Il mantello passa dal classico nero o marrone cioccolato completo, prediletti spesso dai pastori (e definiti tecnicamente colori solidi), al fulvo e alle tinte spiccatamente individuali e fantasiose nei soggetti merle. Il gene merle infatti, quando presente nelle informazioni del DNA di almeno un genitore, agisce sui colori solidi fondamentali (nero o marrone cioccolato) di alcuni dei discendenti diretti determinandone una diluizione casuale, con la formazione di macchie dai curiosi contorni screziati, grigie e nere o fegato e di ampie macchie bianche e di eterocromie totali o parziali. Si parlerà rispettivamente allora di blue merle o di red merle a seconda del colore solido di base che risulterà diluito dall’effetto del gene. Finanche ad arrivare a una doppia diluizione (doppio merle) dei pigmenti in caso di accoppiamento in omozigosi (sconsigliato) con più ampia mancanza di pigmento sia sul pelo che può risultare di un bianco esteso che sulla pelle, a volte a tratti rosa.


Alcuni dei colori tipici, nero, marrone, blue merle, red merle, doppio merle (foto Società Italiana Pastore della Lessinia e del Lagorai – SIPaLL)

Come testimoniato delle incisioni rupestri e dalle decorazioni sui manufatti in lamina di bronzo (situle), l’antico popolo veneto (Venetici o Paleoveneti), insediatosi nell’Italia nord-orientale dopo la metà del II millennio a.C. conosceva già il cane da conduzione, forse proprio l’antico ed estinto Cane da Pastore delle Alpi, probabile progenitore comune a più di una razza canina da pastore. Si tratta di cani di tipo lupoide, dalla coda arricciata e dal tipico atteggiamento del cane da conduzione, destinato ad accompagnare uomini intenti al governo degli animali domestici. Peculiarità dei Paleoveneti infatti erano, accanto alla lavorazione dei metalli, l’allevamento del bestiame, in particolare di cavalli apprezzati anche da greci e latini, e la produzione e lavorazione della lana sotto forma di pregiati tappeti, coperte e mantelli. Fin da subito le zone montane si erano distinte da un allevamento transumante a frequentazione stagionale. Questi antichi abitatori del Veneto ebbero origine nella Paflagonia, antica regione costiera dell’Anatolia centro-settentrionale.

I miti classici da sempre li identificano come di stirpe illirica, ramo occidentale delle popolazioni indoeuropee, giunti nelle terre comprese tra il Lago di Garda e i colli Euganei dai Balcani. Omero cita gli Eneti perfino come guerrieri al fianco dei Troiani contro gli Achei di Agamennone. Da notare che in Turchia, in particolare, è stato rinvenuto quello che a oggi risulta il più antico insediamento di contadini in Anatolia. Accanto a varietà vegetali coltivate, sono state identificate numerose ossa di pecore e capre, maiali e diversi esemplari di cani dalla taglia media. Con buona probabilità la Storia ci dice che la conoscenza dell’allevamento domestico e le tecniche agricole giunsero in Anatolia, come in Mesopotamia e in Oriente, attraverso ondate migratorie successive provenienti dalle coste orientai del Mar Mediterraneo, forse proprio dalla zona del Levante nella quale risultano le più antiche tracce di pastorizia semi-nomade, e domesticazione e utilizzo del cane attualmente comprovate con buona certezza. Dunque le origini dell’agricoltura, dell’allevamento e del cane in Italia nord-orientale non solo si perdono nella notte dei tempi, ma probabilmente hanno provenienza quasi diretta dalla culla delle pratiche agricole e zootecniche.

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Primo piano con il quale si possono apprezzare le teste di un soggetto merle e di uno completamente nero (foto Alessio Sverzut)

Nelle zone della Lessinia poi, ad esempio, si hanno tracce dello sfruttamento pastorale fin dal Neolitico, con pastori che trascorrevano parte dell’anno in alta montagna. Più recentemente, per tutto il medioevo una infinità di testamenti, donazioni, documenti imperiali, inventari testimoniano il ruolo chiave della produzione e della lavorazione laniera nel Triveneto. Nell’anno 810 ad esempio, un documento del monastero di S. Zeno attesta l’esistenza di un Follonis, ovvero di un macchinario a energia idraulica per l’infeltrimento dei panni presso Caprino Veronese che risulterebbe la più antica prova dell’esistenza di un meccanismo del genere in tutta Italia. Verona, grazie anche alla fibra della pecora di Brogna, era in grado di fare concorrenza alle lane inglesi e fiamminghe. Gli altipiani Lessini, quello di Asiago, il monte Baldo, il bellunese rifornivano di lane e prodotti caseari anche Padova, Trento, Vicenza, Rovigo. Numerosi sono i documenti d’archivio che, a partire dal 1285, ci permettono di seguire i pastori della valle lungo le vie di trasferimento delle greggi nel Triveneto: parlano di dazi da pagare ai vari confini e di privilegi concessi per permettere alle pecore di svernare nella pianura veneta, friulana e ancor più lontano. E per ultimo anche dentro ai confini dell’Impero Austroungarico. In un territorio in cui si affiancavo alle necessità di spostamento di greggi che contavano migliaia di capi il rispetto delle colture agricole l’impiego del cane da conduzione fu insostituibile. Millenarie e continui spostamenti portarono a scambi reciproci di materiale genetico tra i cani preesistenti e altre etnie canine confinanti o più lontane, materiale che si sovrapponeva a quello esistente creando un patrimonio zootecnico sempre più particolare e che l’ambiente e la cultura pastorale raffinarono sottoponendolo a una dura selezione migliorativa e conservativa. Al pari infatti di molti altri tipi genetici (come la mucca Burlina, la Redena o la Grigia Val d’Adige, la pecora di Brogna, Lamon, Foza, l’Alpagota, la Tingola, la Plezzana, la Carsolina o la capra Mochena), o culturali rappresentati dalla lingua e dalle tradizioni cimbre, le particolari caratteristiche fisiche del territorio triveneto, come una vera e propria isola zootecnica, hanno permesso la conservazione in quasi totale incontaminazione delle caratteristiche di questo “razza”. Un cane che tuttora, in alcune migliaia di esemplari, pratica al fianco dei pastori, nelle fattorie, nelle aziende rurali, negli allevamenti anche stanziali, ovunque vi siano animali da reddito da radunare, custodire, spingere, scortare. Affiancandosi nel collettivo all’immagine tradizionale del pastore con il suo gregge al pascolo, facendosi altrettanto veicolo di trasmissione non solo di un tesoro zootecnico che non ha eguali, ma anche di un patrimonio culturale che rischia l’oblio.

Una vecchia foto di Pastore del Lagorai merle presso Malga Costa, Borgo Valsugana (TN), tratta dalla rivista “Vita di malga”, Coordinamento Attività Culturali dei comuni di Bieno, Ivano Fracena, Samone, Scurelle, Spera, Strigno, Villa Agnedo (TN)

Il riconoscimento ufficiale di una razza canina presso gli enti preposti, Enci in primis e Federazione Cinologica Internazionale poi, passa attraverso una prassi lunga e complessa che accerta la variabilità genetica, l’esistenza di una popolazione adeguata a garantirne la continuazione, regolarmente censita e rilevata nelle sue caratteristiche morfo-caratteriali fondamentali, la presenza di una radice storica accanto all’uomo. L’apertura di un apposito fascicolo presso il Registro Supplementare Aperto (RSA) del Libro Genealogico per le razze autoctone a rischio estinzione tenuto dall’Enci, rappresenta in tal senso un passo fondamentale e di questo si è fatto recentemente carico la Società Italiana Pastore della Lessinia e del Lagorai. Lo scopo è unico: tenere nota della popolazione esistente e degli accoppiamenti, delle progressive generazioni al fine di preservare un patrimonio zootecnico e culturale, difenderlo e mantenerlo strettamente legato alla tradizione pastorale senza che questa abbia a subirne il minimo danno.


Maschio merle al lavoro (foto Mario e Alberto Venturi)

Non basta, e non serve un pedigree, per condurre al pascolo un gregge o una mandria di centinaia di capi. Ma oggi l’elevazione a rango di razza ufficiale non è il capriccio dettato da una moda cinofila. Oltre che giusto riconoscimento ai meriti guadagnati sul campo, rappresenta il più opportuno e certo strumento per scongiurare il rischio estinzione. Diretta, legata al progressivo abbandono dell’allevamento a carattere familiare o alla sostituzione con razze non autoctone (vedi razze inglesi) che nulla hanno a che vedere con le tradizioni, l’ambiente e gli animali locali. O indiretta, attraverso il progressivo meticciamento e conseguente diluizione delle caratteristiche fondamentali che contraddistinguono il tipo o all’opposto una eccessiva consanguineità incontrollata che porta a un impoverimento del patrimonio genetico. Un rischio che oggi è più che mai concreto e che non si può evitare affidandosi esclusivamente alle usanze pastorali in un mondo in cui la contaminazione esterna, anche proveniente da molto lontano, è sempre più veloce e facile. Lo scopo è di conservare in purezza e tipicità una morfologia e un carattere non esclusivamente estetici, ma funzionali, quella corretta costruzione anatomica cioè e quel carattere idoneo che hanno permesso da sempre a questi cani di svolgere al meglio il loro lavoro. Preservare una ricchezza e una variabilità zootecnica di cui i pastori sono sempre stati gli unici e fedeli custodi.

Per ulteriori informazioni: https://www.facebook.com/search/top/?q=il%20pastore%20della%20lessinia%20e%20lagorai

Torresan Federico, vice presidente della Società Italiana per il Pastore della Lessinia e del Lagorai (SIPaLL), associazione nata circa un anno fa con lo scopo di recuperare, tutelare e promuovere questa antica razza di cane da pastore delle Alpi Trivenete.SIPaLL.

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