di Alessandro Cerofolini

Vigneto nel Chianti
Vigneto nel Chianti

In questi ultimi anni si è verificato un notevole incremento numerico delle specie ungulate sul nostro territorio in particolar modo di capriolo e cinghiale.
Questo repentino aumento ha inevitabilmente creato problemi per la gestione di queste specie soprattutto per quanto riguarda le interazioni con le attività umane il tutto legato al profondo cambiamento dell’assetto territoriale che ha appunto coinvolto sia la fauna selvatica che le attività umane.
Infatti a partire dalla metà del secolo scorso il nostro territorio ha subito notevoli trasformazioni legate al cambiamento socio economico del nostro paese. Le principali cause di tali modificazioni sono da individuare sia nel radicale riassetto del territorio rurale, conseguente alle profonde trasformazioni verificatesi nel comparto agricolo, che nella grande espansione dell’urbanizzazione, la quale ha contribuito in modo significativo alle modificazioni di gran parte degli ecosistemi esistenti.
All’interno di questi, anche la componente animale presente allo stato libero ha risentito fortemente delle modificazioni all’assetto territoriale. In particolare, nuovi motivi di conflitto sono emersi con la ricomparsa dei grandi mammiferi, che ha riproposto antichi e nuovi problemi nella convivenza tra questi e le attività umane.
Ciò anche in conseguenza del fatto che molte risorse sono comuni tra l’uomo e le diverse specie di selvatici e che comune è anche il bisogno di grandi spazi, necessari all’uomo per soddisfare le proprie esigenze socio ‐ economiche ed agli animali per mantenere popolazioni vitali.
Dal punto di vista faunistico la regione Toscana si presenta come la più popolata da specie ungulate sull’intero territorio nazionale, questo grazie anche alla numerosa disponibilità e qualità di territori adatti ad ospitare la fauna.
In questo quadro si vanno inevitabilmente a sovrapporre le attività agricole umane con quelle di normale sopravvivenza della fauna, di qui sorgono i problemi in quanto è impossibile pensare di riuscire a scindere totalmente la componente umana da quella faunistica.
Infatti come già accennato sopra le attività antropiche, agricole e non, sono andate via via aumentando nel tempo andando ad occupare aree un tempo abbandonate o addirittura andando a creare nuovi spazi per delle colture, la vite su tutte, all’interno di appezzamenti forestali.
Questa sorta di intrusione da parte dell’uomo nell’habitat degli ungulati non ha creato problemi fino a quando le densità delle popolazioni presenti sono state contenute e in equilibrio con l’ambiente stesso, però come già detto nel corso dell’ultimo decennio si è assistito ad un repentino aumento del numero dei selvatici e questo ha portato sempre più frequentemente gli animali a contatto con l’uomo e le sue attività.

Vigneto recintato
Vigneto recintato

Il nostro studio si concentra sulla protezione dei vigneti che sono la tipologia colturale più colpita dal capriolo in Toscana, infatti nel decennio 2000 – 2010 il 47% dei danni è stato sulla vite, contro un 12% di castagne e marroni e un 10% di frutta; mentre solo nel 2010 ben il 69% dei danni imputabili al capriolo era a carico della vite (PRAF Regione Toscana 2013). La fenologia del danneggiamento operato da fauna selvatica a carico dei vigneti nell’area di studio riguarda due fasi del periodo vegetativo. La prima, corrispondente al periodo della ripresa vegetativa, si realizza principalmente a carico degli apici vegetativi (gemme e germogli) in primavera e, nell’area di studio è quasi completamente imputabile al Capriolo. La seconda invece inizia con la maturazione degli acini in estate e si protrae sino alla vendemmia. Questa seconda tipologia di asporto può essere imputata sia al Capriolo sia al Cinghiale.
Per quanto riguarda i germogli, occorre tenere presente che questi sono oggetto di una potatura “verde” intorno al mese di giugno, finalizzata a diradare i getti consentendo una maggiore insolazione utile a limitare gli attacchi di alcune patologie fungine.
E’ appurato che il capriolo possa nutrirsi di foglie ma l’impatto derivante è irrilevante dal punto di vista economico; è ragionevole supporre che l’attività alimentare a carico delle foglie sia tuttavia meno frequente, considerata la loro minore appetibilità rispetto agli apici vegetativi ed ai grappoli.
La gestione di questo problema è assai complicata perché molto spesso l’ubicazione dei vigneti sul nostro territorio è spesso confinante o in alcuni casi incastonata in ambienti ad alta vocazionalità per il capriolo, quali boschi cedui con margine spesso incolto che creano il tipico ambiente di ecotono ideale per il selvatico che ovviamente trova nella vite una risorsa pabulare sicura a prescindere dall’andamento climatico stagionale.
Essendo però la vite una coltura di pregio, specialmente in alcune aree, questa convivenza nel corso del tempo è risultata sempre più difficile, infatti gli agricoltori che si sono visti letteralmente mangiare il proprio lavoro e, di conseguenza il proprio guadagno, hanno richiesto delle misure che in qualche modo potessero evitare che i caprioli arrecassero un danno irreparabile alle colture. L’appetibilità delle viti rende queste ultime vulnerabili al danneggiamento ed è quindi di fondamentale importanza limitare l’accesso da parte degli animali agli appezzamenti a rischio adottando sistemi di prevenzione di provata efficacia nei periodi sensibili.

Danno da ungulato su grappolo
Danno da ungulato su grappolo

Alessandro Cerofolini, laureato in Scienze e gestione delle risorse faunistico-ambientali, ha conseguito la laurea magistrale in Scienze e gestione delle risorse faunistico ambientali presso l’Università degli Studi di Firenze, discutendo la tesi “Comparazione di diversi schemi costruttivi di recinzioni elettrificate per la difesa dei vigneti”. Curriculum vitae >>>

Incontro di Difesa delle colture
Per informazioni: cerofolini.ale86@gmail.com

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