di Cristiano Papeschi

Oociste di Eimeria
Oociste di Eimeria (foto Cristiano Papeschi)

La Coccidiosi è una malattia parassitaria ancor oggi onnipresente in più o meno tutti gli allevamenti cunicoli, da quelli amatoriali a quelli industriali, nonostante la grande quantità di presidi terapeutici presenti sul mercato veterinario e comunemente utilizzati in allevamento. Gli agenti responsabili di questa patologia sono piccoli protozoi appartenenti al Phylum Apicomplexa, Famiglia Eimeridae, Genere Eimeria. Ne esistono diverse specie ma quelle più diffuse in Italia sono: Eimeria coecicola,  Eimeria exigua, Eimeria magna, Eimeria intestinalis,  Eimeria irresidua,  Eimeria flavescens, Eimeria perforans,  Eimeria piriformis, ed Eimeria stiedae. Il ciclo biologico di questo parassita si svolge in parte all’interno dell’ospite (fase endogena) ed in parte nell’ambiente (fase esogena). La fase esogena ha inizio con l’emissione delle oocisti immature (forme di resistenza) con le feci: nell’ambiente esterno l’oociste inizia la sporulazione, un processo che, attraverso divisioni dello sporoplasma, porterà alla formazione di una oociste matura con potere infettante che, vista al microscopio (foto), ha forma ellittica o sferica, con doppia parete, dotata o meno di micropilo, globulo polare e corpo residuo e al suo interno sono visibili quattro sporocisti contenenti due sporozoiti ciascuna. A questo punto l’oociste matura può essere reingerita dal coniglio e dare inizio alla fase endogena: la parete dell’oociste viene distrutta ad opera dell’azione litica degli enzimi digestivi e gli sporozoiti così liberi potranno iniziare la loro replicazione. Esistono due tipi di coccidiosi nel coniglio: la coccidiosi epatica sostenuta da E. stiedae e la coccidiosi intestinale causata da tutte le altre specie sopra elencate (E. coecicola,  E. exigua, E. magna, E. intestinalis,  E. irresidua,  E. flavescens, E. perforans ed E. piriformis).
Nella coccidiosi epatica lo sporozoite penetra all’interno delle cellule epiteliali dove svolgerà una serie di cicli riproduttivi asessuati o merogonici in cui si avrà la produzione di numerosi merozoiti che provocheranno la rottura della cellula ospite e la colonizzazione di un’altra: questo processo si ripeterà più e più volte.

Fegato di coniglio colpito da Coccidiosi
Fegato di coniglio colpito da Coccidiosi (foto Cristiano Papeschi)

Una volta terminata la prima fase di riproduzione asessuata si avrà un differenziamento dell’ultima generazione di merozoiti in microgametociti e macrogametociti: dalla fusione di un microgamete con un macrogamete si avrà la formazione dello zigote che verrà espulso con le feci sottoforma di oociste immatura. Un processo sovrapponibile avviene per la coccidiosi epatica con la sola differenza che l’organo bersaglio è il fegato invece dell’intestino.
La trasmissione della patologia avviene per via oro-fecale (ingestione delle feci o di alimenti contaminati da esse) ed il decorso è influenzato da vari fattori tra cui, al primo posto, troviamo la specie di Eimeria coinvolta e la carica infettante. Le infestioni da specie poco patogene come Eimeria coecicola o Eimeria exigua passano generalmente inosservate mentre in caso di coinvolgimento di specie altamente patogene come Eimeria piriformis o Eimeria perforans avremo sintomi piuttosto gravi quali diarrea emorragica, disidratazione e dimagramento piuttosto accentuati che, nel caso di una carica infestante molto alta,  potranno condurre a morte l’animale in un tempo più o meno breve. La forma epatica generalmente non è molto grave coinvolgendo il fegato solo in aree piuttosto circoscritte e manifestandosi con lieve diarrea e diminuzione degli indici di conversione; solo nelle infestioni massive si potrà avere grave compromissione del parenchima epatico con cirrosi e morte. La diagnosi si effettua sulla base dell’esame microscopico delle feci dove, in caso di positività, sarà possibile rinvenire le oocisti del protozoo. In commercio esistono numerose molecole attive sia come coccidiostatici (in grado di bloccare la moltiplicazione del parassita) sia come anticoccidici (capaci di uccidere il parassita): tra queste molecole troviamo sulfamidici, amprolium, robenidina, diclazurile, nicarbazina, monensin, decochinato e nitrofurazone che possono essere somministrati sotto forma di mangime medicato o nell’acqua da bere. Qualunque sia il presidio terapeutico utilizzato necessita di controllo veterinario e di un’attenta osservazione dei tempi di sospensione onde evitare il permanere dei residui del farmaco nelle carni. Per la profilassi igienico-sanitaria si consiglia una periodica disinfezione delle superfici interne delle gabbie utilizzando disinfettanti idonei quali sali quaternari d’ammonio, ipoclorito di sodio, fenoli e cresoli facendo ben attenzione al risciacquo accurato. Anche il vapore e la flambatura insieme ad un’energica raschiatura dei residui fecali all’interno della gabbia sono un ottimo ausilio per evitare la trasmissione ad altri animali o una reinfestione di quelli già parassitati.

Cristiano Papeschi, zootecnico ed esperto in coniglicoltura, è laureato in Medicina Veterinaria all’Università di Pisa. Curriculum vitae >>>

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