di Cristiano Papeschi

L’influenza aviare è una patologia che, negli ultimi tempi, ha recitato un ruolo da protagonista nello scenario mondiale della Sanità Pubblica Veterinaria. Inoltre il concreto rischio zoonosico, e cioè la possibilità di trasmissione della malattia all’uomo, ha conferito al suddetto scenario dei risvolti ancor più agghiaccianti. Ma quali sono le caratteristiche di questa patologia?
Conosciamola un po’ meglio.
L’influenza aviare è nota da molto tempo e in Italia è stata isolata ed identificata oltre 100 anni fa. E’ una malattia virale causata da virus appartenenti alla famiglia Orthomyxoviridae, genere Influenzavirus A di cui esistono molte varietà. Ad oggi i sottotipi a più alta patogenicità sono H5 e H7. La malattia interessa prevalentemente polli e tacchini ma può colpire tutti gli uccelli, dallo struzzo ai volatili selvatici. Gli uccelli acquatici sviluppano la malattia più raramente e di solito in forma meno grave ma sono molto importanti dal punto di vista epidemiologico in quanto rappresentano dei serbatoi naturali del virus e possono trasmettere la malattia agli animali d’allevamento sia attraverso il contatto diretto per mezzo delle secrezioni oro-nasali e delle feci, sia attraverso la contaminazione di acqua, mangime, attrezzature o abiti. Gli uccelli selvatici, soprattutto le anatre, possono diffondere la malattia anche durante le migrazioni e quindi veicolare il virus anche a distanze notevoli. Un altro punto critico di notevole rilevanza epidemiologica  sono i mercati di specie avicole vendute vive e l’introduzione in allevamento di soggetti malati. Le particelle virali espulse con le feci o con le goccioline di muco provenienti da starnuti e colpi di tosse di animali infetti penetrano, attraverso naso e bocca,  nella mucosa delle vie respiratorie e dell’intestino degli animali sani a seguito di ingestione o di inalazione ed in queste sedi avrà luogo la replicazione molto precoce del patogeno. Dopo un periodo di incubazione che varia da poche ore ad alcuni giorni gli animali inizieranno a manifestare sintomi diversi a seconda della virulenza del ceppo mentre la contagiosità della malattia rimarrà comunque molto elevata.
I ceppi che provocano l’influenza aviare si possono suddividere in ceppi ad alta e a bassa virulenza. I ceppi a bassa virulenza determinano l’insorgenza della malattia in forma meno grave e i sintomi di solito apprezzabili sono il calo dell’ovideposizione nelle ovaiole e manifestazioni respiratorie (tosse e starnuti) di entità più o meno lieve. I ceppi ad alta virulenza provocano inappetenza, piumaggio arruffato, starnuti e difficoltà respiratorie fino al soffocamento, diarrea con feci liquide e verdastre e la comparsa di sintomi neurologici piuttosto gravi riscontrabili come mancanza di equilibrio, difficoltà nella deambulazione e testa piegata. Le uova deposte presentano il guscio assottigliato ed a volte assente. La mortalità è molto elevata, fino anche al 100% dei capi colpiti, soprattutto negli animali d’allevamento (polli e tacchini) che risultano essere più sensibili rispetto ai selvatici. Vista la somiglianza sintomatologica esistente tra l’influenza aviare e altre patologie del pollame quali la Malattia di Newcastle, la laringotracheite infettiva, la malattia di Marek e l’encefalomielite aviare è necessario, per effettuare una diagnosi certa, procedere all’isolamento del virus che avviene, in genere,  a partire da campioni quali tamponi cloacali, tracheali ed ematici per gli animali vivi ed organi e feci per gli animali deceduti.
Molto importante nella prevenzione della malattia è la profilassi sanitaria che prevede un accurato programma di disinfezione periodica dell’allevamento, impedire il contatto tra animali selvatici ed animali di allevamento ed evitare l’introduzione in allevamento di soggetti provenienti da zone infette o di dubbio stato sanitario. In caso di focolaio si procede all’abbattimento di tutti gli animali con distruzione immediata delle carcasse e dei materiali contaminati nonché una disinfezione accurata ed il vuoto sanitario dell’allevamento.

Polletti al pasolo
Polletti al pascolo

Negli ultimi tempi si è sentito parlare di trasmissione del virus dell’influenza aviare all’uomo. In passato si riteneva che questi virus potessero infettare solo le specie avicole ed il suino. Risale al 1997 la prima infezione umana documentata che ci porta ad Hong Kong dove alcune persone che vivevano a stretto contatto col pollame infetto hanno contratto la malattia ed alcune, in seguito,  sono morte. Il ceppo responsabile era H5N1 anche se, più di recente, e precisamente nel 2003 si sono avuti altri casi di infezione all’essere umano in Olanda e poi di nuovo ad Hong Kong ad opera dei ceppi H7N7 e H9N2. Di solito i virus sono altamente specifici il che significa che la trasmissione tra specie diverse è difficile e piuttosto raro. In questo caso il salto di specie da parte del virus dell’influenza aviare è stato possibile a causa della sua capacità di mutazione ricombinazione.

Cristiano Papeschi, zootecnico ed esperto in coniglicoltura, è laureato in Medicina Veterinaria all’Università di Pisa. Curriculum vitae >>>

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