di Nicolò Passeri e Patrizia Salusti

Evoluzione della regolazione sociale nei sistemi agroalimentari
La regolazione sociale nelle filiere agroalimentari affonda le proprie radici nei movimenti etici nati tra gli anni Sessanta e Settanta, in particolare nelle esperienze del commercio equo e solidale, sviluppatesi come risposta alle evidenti asimmetrie di potere tra produttori e attori commerciali dei mercati globali (Codron et al., 2006). In questa fase iniziale, tali movimenti si configuravano come alternative “radicali” ai modelli agricoli dominanti, criticati per aver generato condizioni di lavoro non eque e per aver escluso i piccoli produttori dai benefici delle catene del valore tradizionali. Parallelamente, approcci più riformisti, come le prime forme di agricoltura integrata, introdussero un’idea di eticità compatibile con le logiche della distribuzione moderna, preparando il terreno alla successiva formalizzazione di standard volontari. Le prime etichette etiche e le prime iniziative certificative nascono così come processi di istituzionalizzazione di pratiche socialmente responsabili, trasformando l’impegno militante in uno strumento di segnalazione economica più strutturato.
Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila si verifica una discontinuità significativa, segnata da una serie di scandali relativi allo sfruttamento del lavoro e da crisi di sicurezza alimentare che minano la fiducia del consumatore. In questo contesto, la globalizzazione delle catene del valore produce un aumento della distanza informativa tra consumatori e fornitori, rendendo sempre più difficile verificare condizioni di lavoro dignitose nelle fasi produttive più vulnerabili. La crescente sensibilità sociale dei consumatori, documentata dalle analisi sulle rappresentazioni della sostenibilità alimentare (Genova & Allegretti, 2024), spinge verso la richiesta di maggiore trasparenza e responsabilità da parte dei produttori, in particolare nei settori agricoli caratterizzati da stagionalità, manodopera migrante e ricorso a forme di lavoro irregolare (Rossi et al., 2024). Il consumatore inizia a considerare gli aspetti sociali come parte integrante della qualità percepita di un prodotto, generando così un mercato per i segnali di garanzia relativi alle condizioni di lavoro.
L’intensificarsi della competizione internazionale e il mutamento degli assetti regolatori ridisegnano progressivamente anche il ruolo dello Stato nella gestione delle questioni sociali. Il ridimensionamento della capacità regolativa pubblica, tipico dei processi di liberalizzazione e deregolamentazione degli anni Novanta, contribuisce alla diffusione delle cosiddette regolazioni sociali private, ossia standard, schemi di certificazione e codici volontari gestiti da organismi privati o multi-stakeholder (Hatanaka, 2014). Questi strumenti, pur non avendo forza giuridica, diventano nella pratica vincolanti perché richiesti dai buyer internazionali come condizione di accesso al mercato. All’interno delle filiere agroalimentari si diffonde così una nuova forma di governance basata su norme private, audit indipendenti e sistemi di tracciabilità delle condizioni di lavoro. La conformità sociale smette di essere unicamente un requisito normativo e diventa un fattore competitivo, soprattutto per le imprese agricole orientate all’esportazione.
Parallelamente, la sostenibilità alimentare assume una definizione sempre più articolata, nella quale la dimensione sociale viene progressivamente integrata accanto a quella economica e ambientale. Ricerche recenti sul comportamento del consumatore, in particolare quelle dedicate alle modalità di percezione delle certificazioni agroalimentari (Bravo et al., 2024), confermano che la componente etica legata al lavoro assume un ruolo crescente nel giudizio complessivo sulla qualità di un prodotto. I consumatori attribuiscono un valore crescente a temi quali sicurezza sul lavoro, rispetto dei diritti fondamentali e correttezza dei rapporti contrattuali. La natura strutturalmente fragile del lavoro agricolo – caratterizzato da forte stagionalità, frequente impiego di lavoratori migranti e rischio di sfruttamento – accentua la rilevanza di strumenti di garanzia specifici per il settore primario, alimentando la domanda di standard dedicati.
L’emergere degli standard sociali nel comparto agroalimentare è quindi il risultato di un’evoluzione convergente tra trasformazioni economiche, pressioni sociali, dinamiche istituzionali e aspettative dei consumatori. La crescente richiesta di trasparenza e l’esigenza delle imprese agricole di dimostrare la propria conformità sociale determinano la formazione di un ecosistema regolativo complesso, nel quale gli standard volontari operano come strumenti credibili di rassicurazione. È in questo contesto che nasce GLOBALG.A.P. GRASP, sviluppato come risposta settoriale ai rischi sociali caratteristici della produzione agricola e come modulo complementare alla certificazione GLOBALG.A.P. IFA, destinato a integrare la valutazione delle pratiche sociali nella gestione complessiva dell’azienda agricola.
Fondamenti degli standard sociali nel settore agricolo
Gli standard sociali nascono come risposta strutturata alle crescenti preoccupazioni relative alle condizioni di lavoro nelle filiere globali e alla necessità di garantire forme di produzione rispettose dei diritti fondamentali. Nel settore agricolo, tale esigenza risulta particolarmente accentuata a causa della natura stessa del lavoro, caratterizzato da stagionalità, discontinuità occupazionale, impiego di manodopera migrante e frequente presenza di rapporti irregolari, come ampiamente documentato dalle analisi sul lavoro agricolo europeo e italiano (Rossi et al., 2024). L’agricoltura rappresenta infatti uno dei comparti più esposti a fenomeni di vulnerabilità, dove la pressione sui prezzi, la segmentazione delle filiere e l’asimettria di potere tra produttori e acquirenti possono favorire condizioni di lavoro non conformi agli standard normativi e internazionali.
Il concetto di “standard sociale” trova origine nell’evoluzione delle teorie sulla sostenibilità, che incorporano la dimensione sociale come elemento imprescindibile accanto a quella ambientale ed economica. La letteratura sulla sostenibilità alimentare sottolinea come il consumo sostenibile sia percepito dai consumatori non solo in termini ambientali, ma anche in relazione al rispetto dei diritti umani e delle condizioni di lavoro lungo la filiera (Genova & Allegretti, 2024). Tuttavia, nella fase iniziale dello sviluppo della sostenibilità, la dimensione sociale era spesso marginale rispetto a quella ambientale; solamente negli ultimi due decenni ha acquisito un ruolo centrale, grazie alla crescente attenzione dell’opinione pubblica, all’emersione di casi di sfruttamento del lavoro e all’attività dei movimenti sociali e delle organizzazioni non governative.
Gli standard sociali si configurano come strumenti volti a tradurre in criteri verificabili i principi del lavoro dignitoso definiti dalle convenzioni internazionali e dalle migliori pratiche settoriali. Essi intervengono su aree come il divieto di lavoro minorile, la tutela dei giovani lavoratori, la sicurezza e salute sul lavoro, la gestione delle ore lavorative, la correttezza contrattuale, la libertà di associazione, la rappresentanza dei lavoratori e la trasparenza retributiva. In agricoltura, queste dimensioni assumono una rilevanza specifica poiché l’organizzazione del lavoro nelle aziende agricole presenta caratteristiche peculiari che rendono particolarmente complessa la valutazione del rischio sociale. La presenza di elevati picchi produttivi e di un forte ricorso a lavoratori temporanei o stagionali richiede infatti strumenti capaci di cogliere le specificità operative e culturali del comparto.
La necessità di standard sociali deriva inoltre dalla complessità crescente delle catene del valore agroalimentari. La globalizzazione ha ampliato la distanza tra luogo di produzione e luogo di consumo, generando un aumento del rischio di asimmetria informativa. Tale distanza produce un indebolimento della capacità del consumatore di verificare autonomamente la sostenibilità sociale del prodotto acquistato. Gli standard sociali, attraverso meccanismi di audit indipendenti, nascono proprio per colmare questo vuoto, fornendo un segnale credibile e verificabile che consenta di ricostruire la fiducia tra produttori e consumatori, secondo una logica di trasparenza molto simile a quella osservata nelle certificazioni ambientali e di qualità (Bravo et al., 2024).
Oltre alla funzione informativa rivolta ai consumatori, gli standard sociali svolgono un ruolo di regolazione privata che si affianca e talvolta sostituisce la normativa pubblica. Tale trasformazione è ampiamente descritta nelle analisi sulla privatizzazione della regolazione nei sistemi agroalimentari (Hatanaka, 2014). Con la riduzione della capacità degli Stati di intervenire direttamente nella supervisione dei processi produttivi, la definizione dei criteri sociali viene delegata a organismi privati, consorzi internazionali, associazioni multi-stakeholder e, in alcuni casi, agli stessi buyer. In questo modo, gli standard assumono una funzione ibrida: da un lato, definiscono requisiti minimi per le imprese; dall’altro, introducono elementi di governance di filiera capaci di orientare comportamenti e scelte operative degli attori coinvolti.
Un aspetto peculiare del settore agricolo è la necessità di adattare gli standard sociali alla dimensione aziendale e familiare delle imprese. Una parte significativa delle aziende agricole europee, infatti, opera all’interno di strutture familiari o di microimprese in cui la distinzione tra datore di lavoro e lavoratore non sempre è netta. Tale caratteristica richiede modelli di valutazione ad hoc capaci di distinguere tra impresa familiare e impresa che impiega manodopera esterna, come evidenziato dalle analisi tecniche sugli strumenti applicativi degli standard sociali in agricoltura. La presenza di subappaltatori, intermediari di manodopera o agenzie di reclutamento costituisce ulteriori elementi di complessità che gli standard sociali sono chiamati a considerare, poiché tali soggetti introducono ulteriori livelli di rischio nella gestione del lavoro.
La crescente attenzione degli attori della filiera verso la sostenibilità sociale è strettamente connessa anche alle dinamiche della grande distribuzione organizzata, che ha progressivamente integrato nei propri sistemi di approvvigionamento requisiti sociali minimi e audit specifici. Le analisi sulle pratiche di mercato evidenziano infatti come i retailer attribuiscano sempre maggiore importanza al rispetto dei diritti dei lavoratori lungo la filiera, sia per mitigare il rischio reputazionale sia per rispondere alla domanda dei consumatori di prodotti etici (Codron et al., 2006). Gli standard sociali si configurano dunque come strumenti di mitigazione del rischio, oltre che come presidi per il miglioramento delle condizioni di lavoro.
In questo quadro complesso, gli standard sociali rappresentano una combinazione di strumenti di governance, meccanismi di trasparenza e leve di competitività. La loro funzione non è solo quella di verificare il rispetto di norme esistenti, ma anche quella di contribuire alla strutturazione di una cultura della responsabilità sociale nel settore agricolo, attraverso l’introduzione di indicatori, pratiche documentali, sistemi di monitoraggio e processi di miglioramento continuo. Questa logica trasforma la conformità sociale da un adempimento puntuale a un processo dinamico e integrato, preparando le basi per l’adozione di standard settoriali più specifici come GLOBALG.A.P. GRASP, progettati per affrontare le peculiarità e i rischi del lavoro agricolo in modo sistemico e operativo.
Tipologie di standard sociali: modelli, attori e logiche operative
Gli standard sociali nel settore agroalimentare costituiscono un insieme eterogeneo di strumenti che riflettono la pluralità degli attori coinvolti e la varietà degli obiettivi perseguiti. La loro diffusione è il risultato dell’evoluzione dei movimenti etici, delle pressioni dei consumatori e delle trasformazioni delle filiere globali, che hanno favorito la transizione da sistemi di regolazione prevalentemente pubblici a modelli ibridi e privatizzati. Gli strumenti oggi esistenti sono riconducibili a diverse tipologie, ciascuna con una propria logica di funzionamento e con livelli diversi di obbligatorietà, formalizzazione e impatto sulla filiera.
Una prima categoria è rappresentata dai codici di condotta volontari, elaborati autonomamente da imprese o associazioni settoriali. Questi documenti definiscono principi generali e impegni etici che l’organizzazione dichiara di assumere nelle proprie attività economiche. In molti casi, tuttavia, la loro efficacia dipende dalla capacità interna di tradurre tali impegni in procedure operative, poiché l’assenza di audit indipendenti o verifiche sistematiche riduce la possibilità di valutare effettivamente la conformità. L’affermazione dei codici di condotta è strettamente legata alla crescente pressione pubblica e mediatica verso le imprese, che li adottano come strumenti di accountability per dimostrare il proprio impegno nel miglioramento delle condizioni di lavoro, in linea con quanto osservato nella letteratura sulla corporate social responsibility (Hatanaka, 2014).
Una seconda categoria è costituita dagli schemi di audit di seconda parte, nei quali è il buyer stesso – spesso un grande retailer o un’importante azienda di trasformazione – a verificare direttamente le condizioni sociali presso i propri fornitori. Questo modello emerge con forza negli anni Novanta, parallelamente alla globalizzazione delle filiere, e risponde alla necessità delle imprese di mitigare il rischio reputazionale e commerciale associato a eventuali violazioni dei diritti dei lavoratori. L’interesse dei retailer verso gli aspetti sociali è infatti aumentato proporzionalmente alla loro esposizione pubblica, poiché la responsabilità percepita dal consumatore non riguarda più soltanto la qualità del prodotto, ma anche le condizioni di produzione (Codron et al., 2006). Il limite principale di questo approccio risiede nella sua natura bilaterale, che spesso non garantisce uniformità nei criteri adottati e può generare sovrapposizioni di audit per i produttori fornitori di più clienti.
La terza categoria comprende gli standard di terza parte, ovvero schemi certificativi gestiti da organismi indipendenti che definiscono criteri oggettivi e verificabili. Tra i più noti figurano SA8000, Fairtrade, amfori BSCI e SMETA, diffusi trasversalmente in numerosi settori produttivi, inclusa l’agricoltura. Tali standard si distinguono per un livello elevato di formalizzazione, che si traduce in checklist, indicatori, requisiti documentali e procedure di audit standardizzate. La loro centralità nel panorama della regolazione privata deriva dalla capacità di offrire un segnale di credibilità al mercato, confermando l’aderenza dell’azienda a criteri riconosciuti a livello internazionale. Tuttavia, proprio l’elevato grado di formalizzazione può comportare costi rilevanti, sia in termini economici sia organizzativi, soprattutto per le piccole aziende agricole che non dispongono di strutture gestionali complesse.
Una caratteristica interessante degli standard sociali di terza parte è la distinzione, evidenziata in letteratura, tra iniziative “radicali” e iniziative “riformiste” (Codron et al., 2006). Le prime – come il commercio equo – nascono come movimenti di opposizione ai sistemi agroalimentari dominanti, mentre le seconde – come i programmi etici sviluppati dai retailer – perseguono una logica di riforma dall’interno, aderendo alle logiche del mercato internazionale. Questa distinzione è utile per comprendere le diverse filosofie regolative alla base degli standard: alcuni sono orientati a trasformare le condizioni di lavoro attraverso un cambio di paradigma, altri a migliorare gradualmente le pratiche esistenti attraverso strumenti più compatibili con le esigenze commerciali.
La proliferazione degli standard ha inoltre favorito la diffusione di modelli multi-stakeholder, caratterizzati dalla partecipazione congiunta di ONG, imprese, lavoratori, organismi di certificazione e istituzioni pubbliche. In tali sistemi, la definizione dei criteri sociali avviene mediante processi consultivi strutturati, con l’obiettivo di garantire rappresentatività e consenso. La logica multi-stakeholder mira a superare i limiti delle regolazioni completamente privatizzate, riducendo il rischio che i criteri sociali siano orientati esclusivamente da esigenze commerciali. Tuttavia, anche questi modelli possono incontrare difficoltà operative legate alla complessità dei processi decisionali e alla necessità di bilanciare interessi spesso divergenti.
Percezioni dei consumatori e valore economico delle certificazioni sociali
Il ruolo dei consumatori nella diffusione degli standard sociali è diventato centrale nell’evoluzione dei sistemi agroalimentari contemporanei. Le scelte di acquisto non sono più guidate esclusivamente da criteri di prezzo o qualità organolettica, ma sempre più dall’attribuzione di valori immateriali legati all’origine, alla sicurezza e alla sostenibilità del prodotto. Le analisi recenti sul comportamento del consumatore certificato evidenziano che la percezione di qualità è fortemente influenzata dalla presenza di etichette e sigilli, che operano come segnali rassicuranti rispetto al livello di sostenibilità adottato dal produttore (Bravo et al., 2024). Tali segnali rispondono all’esigenza di ridurre la distanza informativa tra produzione e consumo, in particolare nel caso dei credence attributes, ovvero quelle caratteristiche del prodotto che non possono essere verificate direttamente al momento dell’acquisto, come il rispetto dei diritti dei lavoratori.
In questo quadro, la sostenibilità sociale è percepita come componente integrata della qualità complessiva, in coerenza con l’evoluzione del concetto di qualità del cibo verso una dimensione più ampia, che incorpora aspetti etici, ambientali e culturali. L’aumento della sensibilità sociale è attribuibile non solo ai cambiamenti nei valori individuali, ma anche alla crescente disponibilità di informazioni attraverso media, reti sociali e campagne di advocacy. Questi elementi contribuiscono a definire un consumatore più consapevole, attento e orientato verso prodotti che garantiscono trasparenza nelle condizioni di produzione. Tuttavia, la fiducia riposta nelle certificazioni dipende in misura significativa dalla credibilità percepita dello schema e dell’organismo che lo gestisce. La letteratura sulla psicologia del consumo mostra come l’efficacia informativa delle certificazioni sia fortemente influenzata dalla reputazione dell’ente certificatore e dalla chiarezza dei criteri utilizzati (Rossi et al., 2024).
Sul piano economico, la presenza di certificazioni sociali può incidere sulla disponibilità a pagare del consumatore. Diversi studi mostrano che i consumatori sono disposti, almeno in parte, a riconoscere un premium price per prodotti percepiti come etici, soprattutto nei segmenti di mercato caratterizzati da elevata consapevolezza e capacità di spesa (Bravo et al., 2024). Il valore economico delle certificazioni, tuttavia, non si basa unicamente sulla disponibilità a pagare, ma anche sulla capacità delle certificazioni di generare fiducia e di ridurre il rischio percepito. In un mercato altamente competitivo, la fiducia diventa un asset intangibile che consente ai produttori di differenziarsi, stabilire relazioni commerciali più stabili e accedere a canali di mercato con requisiti più stringenti. Le certificazioni sociali assumono così la funzione di meccanismi di segnalazione che migliorano la reputazione dell’azienda e contribuiscono alla costruzione di un vantaggio competitivo sostenibile.
Un elemento di rilevanza crescente riguarda il ruolo della sicurezza alimentare nella percezione complessiva della sostenibilità. Sebbene la sicurezza alimentare sia concettualmente distinta dalla sostenibilità sociale, la letteratura evidenzia una forte correlazione tra fiducia nei processi produttivi e fiducia nelle condizioni di lavoro (Bravo et al., 2024). Il consumatore tende a percepire il rispetto dei diritti dei lavoratori come parte di un sistema più ampio di responsabilità del produttore, che si estende alla qualità del prodotto, alla tracciabilità e alla gestione dei rischi lungo la filiera. In questo senso, le certificazioni sociali contribuiscono indirettamente anche alla percezione di sicurezza e affidabilità del prodotto.
La crescente domanda di prodotti sostenibili ha indotto i retailer e gli operatori a integrare i requisiti sociali nei propri sistemi di approvvigionamento. Gli studi sui comportamenti della grande distribuzione organizzata mostrano come l’inserimento di criteri sociali negli audit di fornitura risponda non solo alla pressione dei consumatori, ma anche alla necessità di mitigare il rischio reputazionale e regolatorio (Codron et al., 2006). Le imprese della distribuzione assumono così un duplice ruolo: da un lato, rispondono alla domanda di prodotti etici; dall’altro, si configurano come attori regolativi che influenzano direttamente le pratiche dei produttori attraverso l’introduzione di requisiti sociali minimi. In questo modo, il sistema delle certificazioni sociali si innesta in un contesto più ampio di governance privata della sostenibilità, in cui le decisioni degli attori a valle della filiera determinano l’adozione e la diffusione degli standard a monte.
Un ulteriore elemento legato alla percezione dei consumatori riguarda il fenomeno del “label fatigue”, ovvero la saturazione informativa derivante dall’eccesso di etichette e certificazioni nel mercato alimentare. Tale fenomeno può ridurre l’efficacia comunicativa dei singoli schemi e complicare il processo decisionale dei consumatori, i quali faticano a distinguere tra certificazioni credibili, claim autoreferenziali e marchi commerciali. Tuttavia, le analisi empiriche indicano che le certificazioni ritenute più affidabili – grazie a requisiti chiari, verifiche indipendenti e trasparenza dei criteri – mantengono un ruolo significativo nella costruzione della fiducia, mitigando l’effetto di sovraccarico informativo (Bravo et al., 2024).
Infine, va rilevato che la percezione dei consumatori non è uniforme, ma dipende da variabili socio-demografiche, culturali e territoriali. I consumatori con maggiore livello di istruzione e consapevolezza ambientale mostrano una propensione più elevata verso prodotti certificati, mentre altri segmenti risultano più sensibili al prezzo e meno inclini a riconoscere un valore economico alla sostenibilità sociale. Questa eterogeneità rappresenta una sfida per la comunicazione delle certificazioni, che devono riuscire a trasmettere in modo chiaro e comprensibile contenuti complessi relativi ai diritti del lavoro e alle condizioni produttive.
Le certificazioni sociali agiscono come strumenti di riduzione dell’asimmetria informativa, come meccanismi di costruzione della fiducia e come leve strategiche per la differenziazione competitiva, preparando il terreno a forme di regolazione settoriale più specifiche come GLOBALG.A.P. GRASP, che operano all’interno di un quadro già consolidato di aspettative e valutazioni da parte del consumatore.
Il contesto agricolo europeo: rischi sociali e strumenti di prevenzione
Il contesto agricolo europeo presenta caratteristiche strutturali che lo rendono particolarmente esposto ai rischi sociali e alla vulnerabilità del lavoro. L’agricoltura, per la sua stessa natura produttiva, combina elementi quali stagionalità, fluttuazione della domanda di manodopera, lavoro fisicamente intensivo e frequente impiego di lavoratori migranti. Questi fattori creano un terreno fertile per fenomeni di irregolarità, sfruttamento e mancanza di tutele, come ampiamente documentato nelle analisi sociologiche e giuridiche sul lavoro agricolo europeo (Rossi et al., 2024). In molti Stati membri, l’agricoltura continua a dipendere in larga misura da manodopera non comunitaria o proveniente da contesti socioeconomici fragili, con scarsa disponibilità di alternative occupazionali e alto rischio di dipendenza da intermediari e subappaltatori.
La gestione del lavoro migrante rappresenta uno dei principali punti critici. L’assenza di alloggi adeguati, l’uso improprio di contratti brevi o irregolari, la mancanza di formazione sulla sicurezza e la difficoltà di esercitare diritti collettivi rendono questa forza lavoro particolarmente esposta. In Italia, Spagna, Grecia e parte dell’Europa orientale emergono in modo ricorrente situazioni di vulnerabilità, soprattutto nei settori a forte stagionalità come frutta, ortaggi e viticoltura. Le analisi di politica agricola mostrano che tali fenomeni non rappresentano anomalie locali, ma sono inseriti in un quadro più ampio di pressione competitiva internazionale e asimmetria di potere nei rapporti di filiera (Genova & Allegretti, 2024). Le aziende agricole, spinte dalla compressione dei margini, tendono infatti a esternalizzare alcune fasi del lavoro a intermediari, introducendo ulteriori livelli di rischio nella gestione della manodopera.
Questi elementi evidenziano la necessità di sistemi di prevenzione capaci di identificare, valutare e mitigare i rischi sociali in modo strutturato. A livello europeo, negli ultimi anni si è affermato un approccio più rigoroso alla tutela del lavoro agricolo, culminato nell’introduzione della Social Conditionality all’interno della Politica Agricola Comune. Tale meccanismo collega l’accesso a parte dei pagamenti diretti al rispetto delle norme fondamentali in materia di diritto del lavoro, salute e sicurezza, introducendo un nesso più stringente tra sostegno finanziario e conformità legale. La logica sottostante a questo strumento risponde a un principio di responsabilizzazione del produttore, secondo il quale l’azienda agricola che beneficia di fondi pubblici deve garantire condizioni di lavoro adeguate.
Accanto agli strumenti pubblici, negli ultimi due decenni si è registrata una forte espansione di sistemi di regolazione privata. I retailer europei hanno progressivamente integrato requisiti sociali nei propri protocolli di approvvigionamento, motivati sia da ragioni reputazionali sia dalla necessità di rispondere alla crescente attenzione dei consumatori verso le condizioni di produzione (Codron et al., 2006). Audit etici specifici, programmi di valutazione dei fornitori e liste di conformità sociale costituiscono oggi elementi centrali delle strategie di controllo della filiera. Questo processo ha portato a una crescente privatizzazione della governance del lavoro agricolo, in cui attori a valle della filiera assumono un ruolo regolativo di fatto, influenzando direttamente le pratiche delle aziende agricole.
La diffusione di standard sociali si inserisce nel medesimo scenario. Strumenti come SA8000, BSCI, SMETA e Fairtrade rappresentano modelli di certificazione trasversali, applicabili a più settori, che in agricoltura fungono da riferimento per la valutazione delle condizioni di lavoro. Tuttavia, la letteratura evidenzia come questi schemi generici possano risultare poco adatti a cogliere le peculiarità operative dell’agricoltura, soprattutto nelle imprese familiari e nelle micro-aziende che dominano il paesaggio produttivo europeo (Hatanaka, 2014). Ciò ha portato allo sviluppo di standard settoriali più specifici, progettati per valutare in modo mirato i rischi della produzione primaria. Tra questi, GLOBALG.A.P. GRASP rappresenta uno degli strumenti più diffusi e riconosciuti, grazie alla sua capacità di integrare la gestione del rischio sociale nella certificazione agricola già ampiamente adottata per la sicurezza alimentare e le buone pratiche agricole.
Un aspetto centrale del contesto europeo riguarda la presenza di subappaltatori, agenzie interinali e intermediari informali, che introducono ulteriori criticità nella gestione del lavoro. La letteratura sulla mobilità del lavoro agricolo e sugli appalti di manodopera evidenzia come il coinvolgimento di soggetti terzi possa indebolire i meccanismi di supervisione e aumentare la probabilità di pratiche non conformi (Rossi et al., 2024). Per questo motivo, gli strumenti di valutazione sociale devono essere in grado di prevedere criteri specifici per l’analisi della catena di responsabilità, distinguendo tra lavoro diretto, lavoro intermediato e lavoro in appalto, e definendo obblighi chiari per il produttore nell’attività di vigilanza.
La gestione della sicurezza e salute sul lavoro rappresenta un ulteriore elemento critico nel settore agricolo europeo. Nonostante la presenza di normative dettagliate, l’applicazione effettiva risulta spesso ostacolata da fattori culturali, scarsità di formazione, barriere linguistiche e difficoltà nel garantire dispositivi di protezione adeguati in contesti operativi molto variabili. Molti incidenti e infortuni derivano da attività che coinvolgono macchinari, movimentazione manuale di carichi, uso di prodotti fitosanitari e condizioni climatiche estreme, con particolare incidenza tra i lavoratori stagionali. Gli standard sociali e i sistemi di audit introducono criteri che permettono di verificare in maniera sistematica l’effettiva applicazione delle misure preventive e la qualità della formazione erogata ai lavoratori, contribuendo così al rafforzamento della cultura della sicurezza.
Il contesto agricolo europeo è anche caratterizzato da una forte eterogeneità normativa tra gli Stati membri. Differenze nei sistemi ispettivi, nei contratti collettivi, nei livelli salariali e nei requisiti documentali creano un quadro frammentato che rende complesso armonizzare i controlli e comparare le condizioni di lavoro a livello transnazionale. Tale frammentazione aumenta l’importanza di standard riconosciuti a livello internazionale, capaci di fornire criteri uniformi e applicabili in diverse realtà nazionali. Ciò spiega la crescente diffusione di strumenti come GRASP, che attraverso la classificazione del rischio Paese integra l’eterogeneità normativa in un modello di valutazione strutturato, adattando l’intensità dei controlli al livello di rischio del contesto in cui opera l’azienda.
In questo scenario, gli strumenti di prevenzione, siano essi pubblici o privati, convergono verso una logica di gestione del rischio sociale che combina requisiti minimi, verifiche documentali, interviste ai lavoratori e analisi della catena di fornitura. L’adozione di standard come GRASP risponde a questa esigenza, collocandosi come ponte tra la regolazione pubblica e quella privata, e offrendo un sistema di valutazione che tiene conto delle specificità produttive, normative e sociali dell’agricoltura europea.
Introduzione a GLOBALG.A.P. GRASP
L’evoluzione degli standard sociali nel settore agroalimentare ha portato alla necessità di strumenti specifici per la produzione primaria, capaci di affrontare in modo sistematico i rischi tipici del lavoro agricolo. In questo contesto si inserisce GLOBALG.A.P. GRASP, un modulo add-on sviluppato per integrare nella certificazione delle buone pratiche agricole una valutazione strutturata delle condizioni sociali. La sua nascita deriva dalla constatazione che gli standard sociali trasversali, pur ampiamente diffusi, non riescono a cogliere pienamente le particolarità operative dell’agricoltura, caratterizzata da elevata stagionalità, impiego intensivo di manodopera, presenza di intermediari e forte eterogeneità organizzativa. La letteratura sulla governance delle filiere agroalimentari mostra infatti come la produzione primaria richieda approcci specializzati e set di criteri adattati alle caratteristiche proprie del comparto agricolo (Hatanaka, 2014).
GLOBALG.A.P., inizialmente noto come EurepGAP, nasce negli anni Novanta come risposta dei retailer europei alla crescente attenzione verso la sicurezza alimentare e la sostenibilità delle produzioni agricole (Codron et al., 2006). Nel corso degli anni si è affermato come standard internazionale di riferimento per le buone pratiche agricole, e la sua struttura modulare ha favorito lo sviluppo di add-on tematici, fra cui GRASP (GLOBALG.A.P. Risk Assessment on Social Practice), dedicato alla valutazione delle condizioni di lavoro. GRASP non è una certificazione sociale autonoma, ma un modulo complementare, progettato per essere integrato alla certificazione IFA (Integrated Farm Assurance), affinché la valutazione delle pratiche sociali diventi parte del sistema complessivo di gestione della qualità aziendale. Tale integrazione riflette la crescente consapevolezza del mercato secondo cui la sostenibilità sociale non è separabile dalla sostenibilità produttiva, ma ne costituisce una componente intrinseca (Bravo et al., 2024).
La struttura di GRASP, nella sua versione 2.0, si basa su un insieme di Principi e Criteri costruiti per garantire un approccio sistematico alla valutazione dei rischi sociali. Tale approccio include la verifica della conformità del lavoro minorile, la protezione dei giovani lavoratori, la gestione delle ore di lavoro, la trasparenza retributiva, la presenza e il funzionamento dei meccanismi di rappresentanza dei lavoratori, la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, nonché la gestione dei contratti e delle relazioni con gli intermediari. Un tratto distintivo dello standard è la combinazione tra valutazione documentale, osservazione diretta e colloqui confidenziali con i lavoratori, che consentono di rilevare elementi difficilmente individuabili attraverso la sola analisi formale. Questo approccio misto nasce dall’esperienza maturata negli audit sociali e risponde all’esigenza di verificare aspetti sostanziali spesso non visibili attraverso la documentazione ufficiale (Rossi et al., 2024).
Un elemento cardine di GRASP è la classificazione del rischio Paese, che tiene conto delle differenze normative, ispettive e socioeconomiche dei diversi contesti nazionali. Tale classificazione consente di modulare l’intensità dei controlli in base al livello di rischio associato a ciascun Paese, riconoscendo la forte eterogeneità delle condizioni normative e operative all’interno dell’Europa e oltre. Questo meccanismo si fonda sull’idea, consolidata nella letteratura sulla governance globale, secondo cui la standardizzazione deve essere bilanciata da elementi di adattamento territoriale per evitare modelli valutativi eccessivamente generici o inadeguati (Genova & Allegretti, 2024). In questo modo, GRASP introduce un criterio di proporzionalità che rende il processo di audit più efficace e mirato.
Un’altra caratteristica peculiare riguarda la capacità dello standard di adattarsi alle specificità delle aziende agricole familiari, molto diffuse in Europa e spesso caratterizzate da una struttura organizzativa distinta rispetto alle aziende che impiegano lavoratori esterni. Per queste realtà, GRASP prevede criteri e strumenti di valutazione dedicati, in grado di distinguere tra lavoro familiare e lavoro dipendente, evitando improprie sovrapposizioni e garantendo che gli obblighi di tutela siano applicati solo quando sussistono rapporti di lavoro subordinato. Tale distinzione è essenziale per assicurare la proporzionalità dei requisiti e per evitare un sovraccarico di adempimenti alle micro-imprese che costituiscono la maggioranza del tessuto agricolo europeo. La letteratura sulle aziende agricole familiari evidenzia infatti l’importanza di strumenti calibrati, che tengano conto dell’interdipendenza tra produzione e vita familiare e della limitata disponibilità di risorse amministrative (Bravo et al., 2024).
GRASP affronta in modo specifico anche il tema dei subappaltatori e degli intermediari di manodopera, riconoscendoli come fattori di rischio che possono compromettere il controllo diretto da parte dell’azienda agricola. La presenza di lavoratori forniti da terzi introduce infatti livelli intermedi di responsabilità, nei quali la catena di comando e di tutela può risultare frammentata. Per questo motivo, lo standard prevede requisiti specifici relativi alla selezione, alla verifica e al monitoraggio dei subappaltatori, imponendo agli agricoltori di esercitare una forma di due diligence sociale nella gestione dei propri fornitori di manodopera. Tale approccio riflette una visione moderna della responsabilità di filiera, coerente con i principi delle normative europee sul dovere di diligenza e con la crescente attenzione dei retailer verso la trasparenza lungo tutta la catena del valore (Codron et al., 2006).
Dal punto di vista operativo, GRASP è progettato per integrarsi perfettamente con la struttura modulare della certificazione GLOBALG.A.P. IFA. Le aziende che già implementano un sistema di gestione delle buone pratiche agricole trovano in GRASP un’estensione coerente e compatibile, che valorizza i processi di gestione esistenti e introduce un corpus organico di requisiti sociali senza duplicare inutilmente le procedure. Questa complementarità consente di limitare i costi aggiuntivi per le aziende e favorisce una più ampia adozione dello standard, rendendolo uno degli strumenti di valutazione sociale più diffusi nel settore primario.
In definitiva, GRASP si configura come un modello di valutazione del rischio sociale concepito per il settore agricolo, basato su criteri adattabili alle specificità territoriali e aziendali, e integrato in un sistema globale di certificazione delle buone pratiche agricole. La sua diffusione riflette l’evoluzione della sostenibilità agricola verso un approccio più completo, che riconosce la centralità delle condizioni di lavoro nella qualità complessiva delle produzioni e nella competitività delle imprese agricole sui mercati europei e internazionali.
GRASP nel panorama degli standard sociali: comparazioni, benefici e limiti
La diffusione di GLOBALG.A.P. GRASP nel settore agricolo internazionale si colloca all’interno di un contesto caratterizzato da un’ampia pluralità di standard sociali, ciascuno sviluppato con logiche, finalità e modalità di verifica differenti. La crescente attenzione verso la sostenibilità sociale ha favorito l’emergere di numerosi schemi, alcuni dei quali trasversali a più settori produttivi – come SA8000, amfori BSCI e SMETA – e altri specifici per filiere particolari, come Fairtrade nel commercio equo. L’adozione di questi strumenti risponde alla necessità di garantire condizioni di lavoro dignitose e di mitigare i rischi reputazionali e commerciali legati a violazioni dei diritti sociali. Tuttavia, la varietà degli approcci disponibili ha generato un panorama frammentato, nel quale gli attori della filiera devono individuare gli strumenti più adatti alle proprie esigenze. È in questo quadro complesso che GRASP si posiziona come standard settoriale specializzato, progettato per cogliere le specificità del lavoro agricolo e integrarsi nei sistemi di gestione già utilizzati dalle aziende agricole.
Rispetto agli standard sociali generici, GRASP si distingue per la sua focalizzazione sulla produzione primaria. Mentre schemi come SA8000 o BSCI prevedono criteri validi per contesti industriali e commerciali differenti, GRASP si concentra esclusivamente sui rischi sociali tipici del lavoro agricolo, fornendo un apparato di criteri calibrato sulle caratteristiche operative delle aziende agricole. Questa specializzazione costituisce uno dei principali punti di forza dello standard, poiché consente di valutare aspetti come la stagionalità del lavoro, la presenza di lavoratori migranti, il ricorso a intermediari e il ruolo delle aziende familiari, elementi che gli standard trasversali non sempre riescono a considerare adeguatamente (Hatanaka, 2014). In parallelo, la forte integrazione con la certificazione GLOBALG.A.P. IFA consente di inserire la valutazione delle pratiche sociali all’interno di un sistema di gestione già consolidato, riducendo gli oneri amministrativi e favorendo un approccio più omogeneo alla sostenibilità aziendale.
Un ulteriore elemento di rilevanza riguarda la percezione del mercato. I retailer europei riconoscono GRASP come uno strumento affidabile di valutazione sociale, attribuendogli un valore significativo nell’ambito delle politiche di approvvigionamento responsabile. Gli studi sui comportamenti dei buyer dimostrano che gli standard settoriali, quando integrati in sistemi di certificazione di filiera già consolidati, tendono a esercitare un’influenza più efficace rispetto agli schemi generici, poiché riducono le sovrapposizioni di audit e offrono criteri più pertinenti alle condizioni operative del settore agricolo (Codron et al., 2006). In questo senso, GRASP non rappresenta soltanto un meccanismo di compliance, ma diventa uno strumento di competitività per le aziende agricole che intendono accedere ai mercati più esigenti e consolidare le relazioni commerciali con la grande distribuzione.
Uno dei punti di forza più rilevanti di GRASP è la capacità di integrare la dimensione del rischio territoriale attraverso la classificazione del rischio Paese, che consente di adattare l’intensità delle verifiche alle condizioni normative, ispettive e socioeconomiche del contesto in cui l’azienda opera. Questo approccio riflette il principio, emerso nella letteratura sulla governance alimentare, secondo cui un sistema di valutazione efficace deve essere sufficientemente flessibile da riconoscere la diversità dei contesti locali (Genova & Allegretti, 2024). La classificazione del rischio Paese è uno degli elementi che distinguono GRASP rispetto a molti standard sociali generici, i quali tendono a operare secondo criteri uniformi, talvolta poco adatti ad affrontare le specificità normative di sistemi produttivi eterogenei.
Un altro vantaggio significativo risiede nella capacità dello standard di affrontare in modo sistematico la questione dei subappaltatori, riconosciuti come uno dei principali fattori di rischio nelle filiere agricole europee. Mentre la maggior parte degli standard sociali si limita a richiedere la conformità degli intermediari alle leggi vigenti, GRASP introduce requisiti specifici di verifica, monitoraggio e controllo, attribuendo al produttore agricolo una responsabilità attiva nella gestione dei soggetti terzi coinvolti nella fornitura di manodopera (Rossi et al., 2024). Tale approccio risponde alla crescente attenzione verso la due diligence sociale di filiera e si allinea alle tendenze normative europee, che attribuiscono alle imprese una responsabilità crescente nella gestione delle relazioni con i fornitori.
Nonostante i numerosi punti di forza, GRASP presenta anche alcune criticità che emergono nel confronto con altri standard. Una delle principali riguarda la sua natura di pre-assessment sociale: lo standard non ha l’ambizione di sostituire le certificazioni sociali complete, come SA8000, né di valutare aspetti strutturali complessi quali la libertà di associazione o la contrattazione collettiva in modo approfondito. GRASP si concentra principalmente sui rischi concreti e immediatamente verificabili della produzione agricola, lasciando ad altri strumenti la valutazione più ampia della governance sociale. Questa scelta risponde al principio di proporzionalità, ma può limitare la portata dello standard in contesti caratterizzati da elevata complessità organizzativa o da relazioni industriali strutturate.
Un’altra criticità riguarda la variabilità nell’implementazione dello standard da parte degli auditor e degli organismi di certificazione. Poiché GRASP si basa su un mix di evidenze documentali e colloqui con i lavoratori, la qualità dell’audit può dipendere in misura significativa dall’esperienza e dalla competenza del valutatore. La letteratura sulla standardizzazione mostra infatti che gli strumenti basati su giudizi qualitativi presentano un rischio intrinseco di variabilità interpretativa, che può incidere sulla coerenza dei risultati (Hatanaka, 2014). Inoltre, la capacità delle piccole aziende di implementare lo standard può essere limitata dalla scarsità di risorse amministrative, sebbene la struttura modulare di GRASP e la sua integrazione con IFA riducano in parte questo problema.
Un ulteriore limite potenziale è legato alla percezione dei consumatori. Sebbene GRASP sia riconosciuto dai retailer e dagli operatori professionali, il consumatore medio raramente conosce lo standard o ne comprende la funzione, poiché non si tratta di un marchio esposto al pubblico. Ciò significa che il beneficio della certificazione per il produttore si manifesta prevalentemente nelle relazioni commerciali B2B e non direttamente nella comunicazione al consumatore finale. Questo elemento differenzia GRASP da standard come Fairtrade, che operano secondo una logica consumer-facing e basano la propria efficacia sulla riconoscibilità pubblica (Bravo et al., 2024).
Nonostante queste criticità, i benefici di GRASP per le aziende agricole e per le filiere globali sono significativi. Lo standard consente di migliorare la gestione del rischio sociale, rafforzare la cultura della sicurezza e della trasparenza, aumentare l’affidabilità dell’azienda agli occhi dei buyer e facilitare l’accesso ai mercati più strutturati. In un contesto agricolo europeo ed extraeuropeo caratterizzato da crescente attenzione verso la responsabilità sociale e da normative sempre più stringenti, GRASP rappresenta uno strumento pragmatetico, capace di coniugare esigenze di sostenibilità, requisiti di mercato e specificità operative della produzione primaria.
Bibliografia
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Nicolò Passeri, Dottore Agronomo, libero professionista. Consulente per imprese agricole ed agroalimentari in ambito tecnico legale. Svolge analisi economico-estimative e di marketing dei processi produttivi. Supporta le imprese nella valorizzazione in filiera delle produzioni e nello sviluppo e dei sistemi di certificazione volontari e regolamentati. Docente presso ITS Academy Agroalimentare.
Patrizia Salusti. Tecnologo Alimentare, consulente per la Sicurezza e Qualità Alimentare nell’ambito delle certificazioni cogenti e volontarie. È collaboratrice scientifica presso l’Istituto per la BioEconomia (IBE CNR) per la valorizzazione nutrizionale e sensoriale della biodiversità vegetale. È giudice sensoriale e membro della giuria della Rassegna Nazionale Farina di castagne. Sugli stessi argomenti svolge docenze ad operatori e tecnici del settore alimentare.







