di Velia Bartoli


Introduzione, fonti statistiche e metodologia


I danni alla salute dovuti agli infortuni sul lavoro sono da tempo all’attenzione delle massime cariche istituzionali, dell’opinione pubblica e dei mezzi di comunicazione.
Ogni anno mediamente il 6% dei lavoratori italiani subisce un incidente sul lavoro. Attualmente il nostro Paese – secondo una stima dell’INAIL – dedica al risarcimento dei danni da lavoro alle persone il 3,6% del proprio Pil, con un costo pari a quasi 35 miliardi di euro per gli infortuni e circa 6,8 miliardi per le malattie professionali: dunque 41,8 miliardi complessivamente (1).
Lo sviluppo di tecnologie, di processi lavorativi e l’evoluzione delle norme sulla sicurezza, hanno comportato una progressiva diminuzione degli infortuni sul lavoro nel tempo, senza però arrivare a dimensioni marginali del fenomeno.
Occorre anche tener conto dell’insorgenza delle malattie professionali (2), i cui effetti si manifestano anche dopo anni dall’inizio del rapporto di lavoro e spesso, nel periodo successivo consistenti al pensionamento.
Lo scopo di questo studio – effettuato con esclusivo riguardo alla situazione italiana – è essenzialmente quello di porre in risalto le caratteristiche differenziali del rischio di infortunio sul lavoro di quanti svolgono la propria attività lavorativa nel settore agricolo. L’analisi è stata svolta quantificando il rischio d’infortunio mediante rapporti eseguiti tra il numero annuale degli infortuni denunciati (moltiplicato per 1000) e il corrispondente ammontare degli occupati. Tali rapporti sono stati sistematicamente calcolati a livello nazionale e regionale in relazione alle diverse modalità del settore economico.
Per quanto riguarda le fonti statistiche, si è fatto ricorso ai dati annuali, dal 2004 al 2012, della rilevazione INAIL in materia di infortuni sul lavoro (3), mentre quale popolazione di riferimento si sono considerati gli aggregati medi annuali, negli stessi anni, degli occupati risultanti dalle rilevazioni ISTAT sulle forze di lavoro (4).


I principali risultati: descrizione e commento


Se si estende l’osservazione del fenomeno infortunistico all’ultimo decennio (tabella 1), il calo registrato nel 2012 non fa che confermare un tendenziale andamento decrescente delle denunce di infortunio. In particolaretra il 2004 e il 2012 le denunce sono scese da 966.696 a 656.514 con una contrazione complessiva del 32,09%.
Scomponendo il fenomeno secondo i tre grandi rami di attività previsti dalla classificazione ISTAT, si registra dal 2004 al 2012, una diminuzione degli infortuni sul lavoro concreta e costante nell’industria (-49,16%) e in agricoltura (-38,17%). Anche nei servizi, dopo anni di sostanziale stabilità, la riduzione è divenuta apprezzabile (-14,27%).


Infortuni denunciati, per ramo di attività


Per comprendere il fenomeno infortunistico nella realtà lavorativa del Paese è necessario il riferimento alla consistenza e alle dinamiche occupazionali riconducendo i valori assoluti infortunistici a valori espressi in termini relativi. A tal fine come sopra detto sono stati elaborati specifici indici di rischio (Tabella 2), ottenuti dal rapporto tra il numero di infortuni denunciati rilevati dall’INAIL e gli occupati per settore economico di fonte ISTAT.


Quozienti di rischio di infortuni sul lavoro


Dall’esame degli indicatori nell’anno 2012 si nota che il valore più elevato compete al settore agricolo con un indice pari a 50,44 per 1000 occupati, seguito a breve distanza dall’industria (35,65), mentre è inferiore per quello dei servizi (24,66). È chiaro come le lavorazioni agricole, in particolare quelle legate alla coltivazione del terreno, presentino sia per la forte componente di opera manuale richiesta che per i mezzi meccanici comunque utilizzati, un’implicita propensione all’infortunio che determina inevitabilmente valori consistenti degli indici di rischio (5). Inoltre il contatto con animali, con sostanze chimiche e l’utilizzo di attrezzature non idonee o non conformi contribuiscono ad aumentare i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori agricoli (6).
Se, da ultimo, si fa riferimento alla variazione temporale dei quozienti, si ottiene una immediata conferma della decisa e generalizzata diminuzione del rischio di infortunio che, come sopra già evidenziato, ha interessato la generalità dei lavoratori italiani. Tale riduzione è da ricondurre in parte agli effetti della crisi economica che ha colpito il Paese negli ultimi anni con pesanti riflessi sul piano produttivo e occupazionale.
Prendendo in considerazione i valori della Tabella 2, si riscontra dal 2004 al 2012 che la contrazione più forte (-45,12%) è da attribuire all’industria, segue l’agricoltura con -27,90% e i servizi con -20,50%.
Nella tabella 3 sono riportati gli indici di rischio degli infortuni sul lavoro per regione e settore di attività economica. Tali indicatori sono costruiti, per rendere la base statistica più stabile e significativa, con riferimento alla media degli infortuni denunciati all’INAIL nell’ultimo triennio. L’analisi del fenomeno infortunistico a livello regionale, fa emergere con chiarezza come il tasso infortunistico dei lavoratori agricoli risulti sistematicamente – e in misura considerevole – superiore a quello dei restanti lavoratori. Le tre regioni con i tassi più alti di infortuni nel settore agricolo e di molto superiori alla media nazionale pari a 53,01 infortuni per 1000 occupati, sono l’Abruzzo (138,13), le Marche (137,89) e l’Umbria (130,90). Nel settore non agricolo, le regioni che mostrano i tassi di incidenza più elevati sono: L’Emilia Romagna, la Liguria e la Valle d’Aosta. E’ interessante notare come le regioni del Sud Italia condividano lo stesso risultato positivo di bassi tassi di infortuni in tutti i settori di attività esaminati.


Quozienti di rischio d'infortunio sul lavoro


Per interpretare queste differenze tra le diverse regioni occorre considerare che secondo le stime diffuse dall’ISTAT (7) in Italia il tasso di irregolarità lavorativa è stato del 12% circa. La percentuale di unità di lavoro irregolare sulle unità di lavoro totali varia sul territorio italiano ed è dell’9% al Nord, del 10% al Centro e del 20% circa nel Sud.
Via via che si scende verso le regioni del Sud il tasso di infortuni sul lavoro diminuisce e aumenta invece il livello di irregolarità lavorativa. Inoltre nell’agricoltura quasi un quarto dell’occupazione è non regolare (8) e di conseguenza il problema delle mancate denuncie dovute al lavoro sommerso rappresenta sicuramente una chiave di lettura dei bassi tassi di infortuni sul lavoro nel Mezzogiorno.


Conclusioni


Il fenomeno infortunistico in Italia risulta in diminuzione sia sul totale degli eventi, sia sui livelli di gravità. I buoni risultati che si registrano negli ultimi anni, si collegano in larga parte alle trasformazioni subite dalla forza lavoro e alla crisi economica che ha colpito il Paese causando un consistente calo del numero degli occupati.
Dall’insieme degli indicatori presentati in questo lavoro è immediato riscontrare le assai rilevanti diversità del rischio di infortuni nel settore agricolo rispetto ai restanti settori, a tutto svantaggio del primo: ciò avvalora la tesi che tuttora, malgrado la capillare normativa antinfortunistica, non esiste un’omogenea esposizione ai rischi lavorativi. I dati evidenziano di fatto come il lavoro nei campi presenti a tutt’oggi maggiori pericoli rispetto a quanto avviene negli altri contesti: ciò può essere imputabile alle caratteristiche dell’ambiente in cui viene svolta l’attività lavorativa o all’uso spesso disinvolto di macchinari non sempre recenti e quindi non in perfetta efficienza.
La comparazione regionale tra i coefficienti di rischio nel settore agricolo mostra valori contenuti dei tassi di rischio prevalentemente nelle regioni del Mezzogiorno, fenomeno dovuto prevalentemente al lavoro irregolare ancora molto diffuso nelle regioni del Sud Italia.
Il quadro generale ci consegna una situazione su cui c’è ancora molto da fare. Poiché i rischi sono molteplici le misure preventive andrebbero attuate a vari livelli quali:
• Far emergere il lavoro sommerso
• Formare adeguatamente il personale.
• Non far svolgere mansioni pericolose come l’utilizzo di mezzi meccanici o trattori ad anziani o alle donne.
• Affidare le mansioni più pericolose (sterilizzazione del terreno nelle serre o l’uso di agenti chimici ecc.) a lavoratori o ditte specializzate nel settore.


Lavori citati

1– INAIL (2012), “Relazione annuale”. http://www.inail.it/
2– Bartoli V. (2013), “Rischio di malattie professionali in Italia. Un’analisi comparativa tra agricoltura e restanti settori”. Rivista di agraria.org, n. 174, http://www.rivistadiagraria.orga/
3– INAIL (2004-2012), “Rapporto annuale”. http://www.inail.it/
4– ISTAT (2004-2012), “Rilevazione sulle forze di lavoro”. http://www.istat.it/
5– Smuraglia C. (2008), “Le malattie da lavoro”. Ediesse, Roma
6- D’Angelo R., Lama G., Russo E. (2007), “Caratterizzazione dei rischi di natura biologica nel settore agricolo e loro prevenzione”. Le Giornate di Corvara
7- ISTAT (2012), “Conti economici regionali”. http://www.istat.it/
8- ISTAT (2012), “Noi Italia”. http://www.istat.it/


Velia Bartoli, laureata in Economia e Commercio, dal 2001 è ricercatore di Statistica (SECS/S01) presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma. Ha prestato la propria attività lavorativa presso il Servizio delle Statistiche Demografiche dell’Istituto Centrale di Statistica (ISTAT).
Nell’anno 2003-2004 è stata membro della Commissione giudicatrice degli Esami di Stato per l’abilitazione nelle Discipline Statistiche.
Dall’anno 2010 è membro del Collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Statistica Economica.
E’ membro della “Società di Economia, Demografia e Statistica”, di “Agriregionieuropa” e di Agrimarcheuropa. E-mail: velia.bartoli@uniroma1.it


 






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