La gestione del terreno ed il rispetto della naturalità


di Alessandro M. Basso


La tecnica dell’inerbimento è tradizionalmente considerata, in agricoltura, utile a preservare i terreni in pendio dall’azione erosiva dell’acqua e del vento, causa di perdite di suolo.
L’inerbimento, infatti, protegge la struttura del suolo dall’azione diretta della pioggia e, grazie agli apparati radicali legati al terreno, riduce la perdita di terra, anche fino a circa il 95% rispetto alle parcelle lavorate, consente una maggiore e più rapida infiltrazione dell’acqua piovana ed il conseguente ruscellamento, determina un aumento della portanza del terreno, riduce le perdite, per dilavamento, dei nitrati ed i rischi di costipamento del suolo dovuto al transito delle macchine agricole, difende e migliora le proprietà fisiche, chimiche e biologiche del suolo ovvero la sostanza organica e quindi la fertilità.
L’aumento di sostanza organica genera anche il miglioramento dello strato di aggregazione del suolo e della relativa porosità nonché delle condizioni di aerazione negli strati più profondi, favorendo così la penetrazione dell’acqua e la capacità di ritenzione idrica del terreno, quindi con maggiore disponibilità di acqua per le piante coltivate.
All’uopo, va ricordato che la riduzione degli scambi gassosi tra il terreno e l’atmosfera derivante da un’insufficiente porosità produce un accumulo, nel terreno, dell’etilene, con inibizione dello sviluppo delle nuove radici ed impedimento all’attività della microflora.
Importante è il ruolo che esercitano le radici del tappeto erboso nel trasferimento del fosforo e del potassio negli strati più profondi del terreno: ciò per effetto delle escrezioni radicali e della sostanza organica rimessa in circolazione col ciclico rinnovamento delle radici.
In altri termini, l’arricchimento di sostanza organica interessa, inizialmente, lo strato più superficiale del suolo per, poi, giungere, col tempo, in profondità.
Grazie ai notevoli quantitativi di biomassa, il prato così stabilizzato rende superflua la concimazione della coltura arborea.
L’inerbimento risulta, quindi, essere una tecnica più rispettosa per l’ambiente.
Agronomicamente, l’inerbimento consiste nel mantenimento, nell’arboreto, di un prato costituito da vegetazione spontanea ovvero ottenuto mediante la semina di essenze erbacee.
La crescita del cotico erboso viene regolata con periodici sfalci e l’erba tagliata finisce per costituire uno strato pacciamante in grado di ridurre le perdite d’acqua dal terreno per evaporazione e di rallentare la ricrescita della vegetazione.
L’inerbimento può essere permanente parziale, permanente totale, adottata in casi di elevato rischio di erosione del suolo e di eccellente disponibilità idrica e nutrizionale del terreno, ed, infine, temporaneo, in zone con limitata disponibilità di risorse idriche.
E’ da notare che l’ampiezza della superficie non inerbita è generalmente del 20-40% della superficie totale e, comunque, in funzione delle caratteristiche pedoclimatiche della zona, dei sesti d’impianto prescelti, dell’età e del vigore degli alberi coltivati e dell’area della carreggiata delle macchine.
Dalle sperimentazioni svolte nel campo, si è osservato che l’apparato radicale che si sviluppa in corrispondenza di un cotico erboso è complessivamente meno sviluppato di quello che cresce in un terreno privo di vegetazione, per via della competizione idrica e nutritiva ed allelopatie: inoltre, il numero ed il peso delle radici risulta depresso e la profondità e la densità radicale, rispettivamente, aumentano e diminuiscono.
Notevoli, quindi, sono i vantaggi della gestione del suolo mediante inerbimento.
Tuttavia, vanno considerati alcuni aspetti, ritenuti, negativi di tale tecnica, considerata secondaria ed in consociazione, come la competizione con la coltura principale per le riserve del suolo, di natura idrica e nutritiva, l’aumento di rischi di gelate, in quanto la temperatura dell’aria in prossimità della superficie, nei terreni inerbiti, tende ad essere più bassa rispetto ai terreni lavorati, l’attacco di agenti parassitari.
Prima di realizzare qualsiasi tipo di inerbimento, è, quindi, necessaria un’attenta valutazione di ciascuna situazione aziendale, prendendo in considerazione la natura del suolo, la pluviometria, le produzioni, l’impostazione e le caratteristiche del vigneto,
Per una buona riuscita del cotico sono necessarie alcune condizioni, tra cui buona preparazione del letto di semina, scelta del momento più favorevole per la semina. I momenti più favorevoli sono da fine inverno a metà aprile ed in fine estate.
Così, in caso di pianura fertile, profonda e con disponibilità idrica è consigliabile un miscuglio di Lolium perenne 70% (Barrage, Sabor) – Poa pratensis 30% (Barzan, Baron) mentre in collina con rischio- erosione, suolo poco profondo e versanti ben esposti, si può procedere con un miscuglio di Lolium perenne 10% (Barrage, Sabor), Festuca ovina 57% (Bardur, Hardtop), Festuca rubra commutata 10% (Bargreen), Poa pratensis 20% (Barzan, Baron), Trifolium repens 3%.


Bibliografia generale
F. Bonciarelli, Agronomia, Bologna, 1992, pag. 48 e ss.
F. Crescini, Agronomia generale, Roma, 1973;
A. Grimaldi – F. Bonciarelli, Coltivazioni erbacee, Bologna, 1983, pag. 35 e ss.
F. Loreti, P. L. Pisani, 1986, Lavorazioni del terreno negli arboreti, Rivista di Agronomia, 2-3, 134-152.
E. Pantanelli, Agronomia generale, Bologna, 1953.


Alessandro M. Basso – Dottore di ricerca interfacoltà Agraria-Giurisprudenza in “uomo-ambiente”, giornalista pubblicista, geometra abilitato, responsabile Dipartimento cultura “uomo-ambiente” della Associazione dei Dottori in Scienze Agrarie e Forestali della provincia di Foggia, Guida ufficiale del Parco nazionale del Gargano, Avvocato, conciliatore professionista. E-mail: alebavv@virgilio.it


 






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