di Giuliano Russini

L’essere umano, da migliaia di anni, plasma per diletto la natura a suo piacimento.
Quando questo costume rimane confinato nell’ambito del gusto estetico, dell’utilità, senza sfociare nella soppressione o nella violenza dei processi naturali, ha sempre un certo effetto suggestivo, quando invece tali limiti vengono superati, anche se la suggestione permane, bisogna considerare quanti danni sono stati compiuti.
Si pensi ad esempio ai bonsai, termine giapponese che letteralmente significa “pianta da vassoio”, una tecnica che è parte della cultura nipponica da quasi mille anni, che obbliga, riducendone il ritmo di crescita a valori basali, tagliando di volta in volta i germogli più vigorosi, a crescere di qualche decimetro piante che in natura raggiungerebbero molti metri, come cipressi, ciliegi, aceri, ecc.
Questo, è forse un esempio estremo di modificazione del substrato naturale, sebbene il risultato estetico è bellissimo; in altri casi, l’approccio umano ha permesso di creare situazioni e fenomeni, plasmando la natura, che sono poi sfociati in aree di meditazione, di purificazione dell’anima, di incontri spirituali e culturali, cioè i “giardini”.
Vediamone un po’ l’origine e la storia.
Il desiderio umano di coltivare piante, che risale a migliaia di anni fa, si è evoluto da un iniziale ruolo puramente alimentare, a scopi estetici.
L’uomo preistorico da pastore, raccoglitore nomade e cacciatore, con la scoperta dell’agricoltura, che coincise con la capacità che ebbe di divenire stanziale, passò ad allevare animali ed a coltivare piante, addomesticandole alle proprie esigenze (piante alimentari, tessili e medicinali) e solamente in seguito, quando divenne pienamente cosciente della bellezza di questi organismi, le coltivò anche per puro diletto ed estetica, creando le piante ornamentali.
Queste ultime, cominciarono a interessare quei popoli che avendo raggiunto un certo grado di benessere e sviluppo culturale, poterono rivolgere la loro attenzione a qualche cosa che forse può sembrare superfluo per molti, ma che era ed è invece utile a ritemprare lo spirito.
Proprio nelle varie attività spirituali umane, il mondo vegetale ha spesso un ruolo cardine.
Il giardino, è una delle espressioni più arcaiche e più “gentili” dell’attività umana.
Il bisogno da parte dell’uomo, di costruire con le proprie mani, sentendo l’odore della terra dissodata, un ambiente in cui poter osservare forme vegetali molteplici, autoctone ed anche esotiche, come per gli animali in altri contesti, si perde nella notte dei tempi.
Famosi sono i giardini di Babilonia fatti erigere nel VI secolo a.C. da Nabucodonosor (sovrano babilonese che regnò dal 605 a.C., al 562 a.C) per sua moglie Amytis: vennero considerati una delle sette meraviglie del mondo.
Erano formati da un complesso di terrazze sovrapposte e degradanti, che non superavano i ventidue metri d’altezza, una prima forma di giardini pensili; in alcune erano coltivati alberi, mentre in altre trovavano posto arbusti e piante erbacee, oltre a varie specie animali, sia domestiche che selvatiche.
Anche gli antichi Egizi, i Greci, gli Etruschi e i Romani avevano tipi particolari di giardini, se ne trovano esempi nei dipinti che ancora possiamo osservare nei resti delle ville patrizie dell’antica Roma, o nelle piramidi egizie, nei templi greci e nelle necropoli etrusche.
Verso la fine della Repubblica Romana, i giardini che sorgevano intorno a Roma, avevano raggiunto uno sviluppo tale, che anche nelle opere di Orazio, Plinio e Varrone si accenna spesso a questi complessi di straordinaria bellezza.
L’invasione dei barbari, diede però un brutto colpo a queste strutture, ma l’arte di erigere giardini proseguì in Oriente con Costantino Porfirogenito (Costantino VII di Bisanzio).
Alcuni secoli dopo, i Mori in Spagna, nell’Alhambra di Granada e nell’Alcazar di Siviglia, crearono giardini nei quali assieme ad alberi da frutta, erano presenti piante ornamentali come cipressi, oleandri, rose ed anche vasche piene d’acqua; gli arabi, nascendo e vivendo in luoghi ove la siccità regnava, avevano bisogno di posti ove l’elemento vitale, l’acqua e con essa le piante, dominassero.
Contribuirono in seguito all’introduzione di nuove specie dall’Oriente anche i Crociati; intorno alla seconda metà del 1200 d.C., si diffondono in Europa, tra l’altro, la violacciocca e il garofano, entrambe di origine asiatica.
Ma il Medioevo, segna una battuta d’arresto nello sviluppo del concetto di giardino.
Gli unici di un certo interesse, sono in questo periodo, quelli all’interno dei monasteri dove vengono compiuti studi anche di botanica; ma gli elementi architettonici vengono messi in secondo piano.
I giardini conventuali fungono più da orti, “Hortus Conclusus” che tradotto è “Orto recintato”, fornendo frutta, verdura e piante medicinali per i monaci, piuttosto che a scopo ornamentale.
Bisogna aspettare l’arrivo del rinascimento in Italia, per ritrovare interesse e grande impegno da parte dei biologi botanici (spesso si ignora questo), degli architetti, degli agronomi e dei giardinieri nel creare nuove forme di giardini; questo nuovo entusiasmo parte proprio dall’Italia, ed è per questo motivo che ovunque trionfa lo stile italiano, che è avallato dal nome anche di grandi botanici, ed artisti nel campo dell’architettura e della scultura.
Nasce così il “giardino all’italiana”, che è legato a regole architettoniche ben precise e dove un elemento costante è rappresentato da aiuole di bosso e regolari disegni geometrici.
Verso la fine del XVII secolo, il centro d’interesse per il giardino si sposta in Francia.
Qui alcuni biologi inventano il giardino pensile alla francese,  mentre lo stile transalpino nel giardino terricolo, è diretto nell’addolcire le rigide forme geometriche e l’architettura cede un po’ il passo alla natura.
Il giardino Francese, è tipicamente di pianura: in esso hanno fondamentale importanza i fiori da decorazione e, si apprezzano gli alberi che abbiano caratteristiche cromatiche come ciliegi, aceri ecc., inoltre vasche e bacini, prendono il posto di fontane e cascate.
In seguito, quasi per reazione al formalismo in cui erano caduti i giardini all’italiana prima e alla francese poi, sorse in Inghilterra un nuovo tipo di giardino, in cui vengono esaltati gli elementi naturali: si cerca infatti di usufruire di elementi preesistenti in natura, quali alberi di una certa dimensione, tratti di bosco, corsi o bacini d’acqua naturali; si evitano i terreni pianeggianti che sanno un po’ troppo di artificioso, lasciando invece ondulazioni sulle quali lo sguardo poteva meglio adattarsi.

Giardino di Babilonia e alla francese
Foto 1: Giardino Pensile di Babilonia, da “Enciclopedia delle Civiltà Umane” Garzanti, 1978
Foto 2: Giardino alla francese, da “Biologie et Architecture des jardins”, Francepress, 1983

Giardino all'Inglese
Foto 3: Giardino all’Inglese, da “Biologie et Architecture des jardins”, Francepress, 1983

A queste scuole Europee, si devono aggiungere poi, anche quelle orientali, quali la scuola Coreana, Vietnamita, Cinese, Giapponese oppure le meno note Indiane, Indonesiane (quali quella tipica di Sumatra), che riflettono (si pensi al Giardino Zen, di origine Giapponese), il tipo  di filosofia e religione predominante e la relazione uomo-natura, le quali sono enormemente diverse da quelle occidentali.
Possiamo dire che il gusto del giardino come “oasi di pace”, però, viene meno in Occidente, a partire da questo secolo; gli ampi spazi lasciati liberi appositamente per creare un luogo d’incontro, svago o meditazione, si fanno sempre più limitati e radi.
L’inurbamento esasperato e distrofico, degli ultimi cinquanta anni, ha dato il colpo di grazia ad un’abitudine “gentile” e vecchia, quasi quanto l’uomo..

Una foresta in una bolla di Cristallo, il “Climatron”:

Accenniamo ora qui a un altro tipo di struttura che gode di quei poteri meditativi e curativi delle spirito, almeno per me, che sono le serre.
Durante gli anni ’60 del secolo scorso il biologo olandese Frits Went docente di botanica, ritornando dagli immensi orti botanici di Buitenzorg (Bogor), sull’isola di Giava, dove passò cinque anni di intensi studi, pensò di costruire una struttura nella locale Università del Missouri, St Louis, dove lavorava, all’interno dell’Orto Botanico, che rappresentasse l’ecologia vegetale e la fitosociologia di specifiche aree continentali, oltre che la semplice esposizione di piante.
Questa struttura dal nome “Climatron”, è una serra-esposizione dal clima controllato ancora oggi esistente, da lui stesso progettata; in tale struttura vengono coltivate e studiate piante esotiche anche rarissime.
In un certo senso, il Climatron anticipò sotto molti aspetti le cupole dei progetti Biosfera I, II, III, che negli anni ’70 del secolo scorso in USA, avevano lo scopo di simulare strutture autosufficiente in tutto, con la prospettiva dei viaggi spaziali.
La prima somiglianza è nella cupola geodetica alta fino a 21 metri, ove la piante sono addensate su mezzo acro di terreno.
Le più alte, come Ochroma lagopus, un membro della famiglia delle Bombacaceae (da cui si ricava il legno di balsa), delle foreste pluviali del Sudamerica, raggiungono quasi la sommità, là ove la notte ruota una coppia di fari, l’uno diffondendo la brillante luce solare, l’altro la pallida luce della luna tropicale.
Questa differenza di luce, permette anche di studiare la risposta di crescita delle piante a luminosità variabile.
Il Climatron, rappresenta il sogno accarezzato da tanti botanici: far crescere l’uno accanto alle altre piante di ambienti assai diversi, in condizioni controllate.
Sotto un tetto di plexiglas (in passato era vetro), di mezzo centimetro di spessore, sostenuto da una cupola geodetica, il Climatron raccoglie oltre 1500 specie diverse delle zone tropicali e subtropicali del Pianeta Terra, che vanno dal caldo umido della giungla Amazzonica e dal fresco clima oceanico delle Hawaii e, dalle aride regioni tropicali indiane, fino alle nebbiose foreste umide delle montagne giavanesi.
I diversi climi, sono creati per mezzo di due sistemi d’areazione, che portano aria pura attraverso grandi condizionatori.
Questi, vengono controllati da un computer per mezzo di relé, che permettono di emettere o assorbire aria, a secondo delle condizioni climatiche esterne e del grado d’insolazione; inoltre, se è necessario, finissimi spruzzatori aggiungono umidità.
All’interno della cupola, si possono osservare cascate e acquitrini che richiamano la foresta Amazzonica, con tutte le tonalità di verde note in natura; la presenza di stagni ricoperti di lattuga d’acqua, i filodendri con le loro lucide foglie, quelle enormi di piante dei generi Gunnera e Colocasia, i banani selvatici con foglie lunghe anche un metro, rendono questo posto un paradiso.
Si osservano poi dracene africane, fichi di vario tipo, liane e alberi giganti a crescita lenta, tipici della giungla tropicale come l’Hymenaea courbaril, che in natura è una importante fonte di legname.
Camminando, si osservano ibischi cinesi giallo e rosa nella zona che riproduce il clima hawaiano; da tale varietà, se ne sono ottenute anche di colore marrone, bianco o con altre sfumature.
Per inciso, circa 200 specie di ibischi crescono in natura, nelle aree tropicali e temperate di tutto il mondo.
Nei corpi d’acqua, si vedono ninfee con fusti di un metro di lunghezza, tra le quali nuotano carpe Koi giapponesi e carpe africane.
Specie di fichi di vario tipo crescono nella parte relativa alla foresta tropicale, come una specie australiana il Ficus columnaris, che lascia pendere dai rami o dal tronco dell’albero parassitato le lunghe radici aree, sino al suolo ove si ancorano.
Felci epifite, di color verde-marrone, si protendono in armonioso equilibrio e coesistenza; un grosso Platycerium australiano (un genere di felce), dalle foglie profondamente biforcute, si estende fino a oltre due metri dal suo punto d’attacco.
Con delicate tonalità di rosa, i fiori del banano selvatico (in realtà sono le foglie delle brattee), o Musa rosacea, come quelli di altre Musacee, ad esempio i fiori arancioni del genere Strelitzia, fanno capolino in mezzo ai ciuffi di foglie enormi.
Cadute poi le brattee rosate, restano esposti i fiori, dai cui ovuli, contenuti negli ovari, si sviluppano i frutti, ovvero le banane, che in queste specie selvatiche, sono assai scarse di polpa e appena commestibili.
Altri fiori come quelli del genere Heliconia, o orchidee di varie specie e così via, rendono questa spazio qualche cosa di così profondamente bello, preistorico e primordiale in cui percepiamo odori, colori e sapori, persi completamente nell’urbano quotidiano.

Climatron, area hawaiana e giavanese
Foto 4: Climatron, area hawaiana, da Frits Went “Life of Plants” Timelifes-Oxfordpress, 1974
Foto 5: Climatron, area giavanese, Frits Went “Life of Plants” Timelife-Oxofordpress, 1974

Giuliano Russini è laureato in Scienze Biologiche all’Università La Sapienza di Roma, con specializzazione in botanica e zoologia; successivamente ha conseguito in UK e Francia la specializzazione in etnobiogeografia. Lavora come curatore al Giardino Esotico di Hendaye, Francia. (e-mail: russinigiuliano@yahoo.it).

 

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