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di Nicolò Passeri, Donato Ferrucci

Le pubbliche relazioni sono l’arte di raccontare la vostra storia,
alle persone giuste, nel modo giusto
(Seth Godin)

Branding

L’identità come punto di partenza
L’identità rappresenta il nucleo strutturale di ogni sistema comunicativo, sia individuale che collettivo. Costituisce l’insieme coerente di elementi che rendono un soggetto distinguibile e stabile nel tempo, configurandosi come riferimento operativo per la costruzione di reputazione, riconoscibilità e fiducia. Nel contesto del branding, l’identità è un sistema di senso, non una mera immagine esterna: definisce chi si è, cosa si rappresenta e quali valori si intendono esprimere attraverso i comportamenti e le scelte comunicative.
Il principio logico dell’identità – “A è A” – richiama la necessità di coerenza tra essere e apparire. L’identità di un soggetto si manifesta nella sua capacità di mantenere una corrispondenza stabile tra intenzione e rappresentazione. In termini professionali, significa garantire continuità tra la promessa implicita contenuta nel marchio e l’esperienza reale percepita da chi ne fruisce. L’identità è, quindi, un parametro di controllo della coerenza strategica.
Ogni identità efficace si fonda su una consapevolezza chiara di sé. Tale consapevolezza non è un concetto astratto, ma un processo di analisi e definizione. Implica il riconoscimento delle proprie competenze distintive, delle convinzioni di base e del contesto di riferimento. In assenza di questo livello di chiarezza, l’azione comunicativa diventa discontinua e il sistema di segni perde stabilità percettiva. Nel caso del personal branding, l’identità professionale si consolida attraverso l’allineamento tra comportamento, linguaggio e valore offerto: un’identità dichiarata ma non dimostrata produce dissonanza e riduce la credibilità.

La distinguibilità è la conseguenza naturale di una identità strutturata. È la capacità di essere percepiti come unici in un contesto affollato di messaggi omogenei. La distinguibilità non si ottiene per effetto estetico, ma per precisione semantica: è il risultato di una selezione coerente di simboli, lessico e comportamenti che riflettono una posizione definita. Un’identità priva di distinguibilità diventa intercambiabile, e quindi irrilevante.
La costruzione dell’identità si colloca nell’intersezione tra percezione interna e percezione esterna. Da un lato, l’individuo o l’organizzazione definiscono sé stessi in base ai propri valori e obiettivi; dall’altro, il pubblico elabora una rappresentazione basata sulle esperienze e sulle interazioni. Il branding, in questo senso, è un processo di allineamento tra queste due dimensioni percettive. Quando il sistema interno (valori, cultura, competenze) e quello esterno (percezioni, aspettative, reputazione) risultano coerenti, si genera un’identità solida, capace di orientare la fiducia.
Il rapporto tra identità, bisogno e valore rappresenta la componente operativa e concreta del concetto di branding. L’identità, infatti, non può essere considerata come un elemento astratto o autoreferenziale: esiste e si consolida solo nella misura in cui riesce a rispondere a un bisogno riconoscibile da parte del pubblico. Un marchio, un professionista o un’organizzazione possono definirsi “identificabili” solo quando ciò che comunicano trova riscontro in una reale utilità percepita da chi ne entra in contatto.
Il bisogno è l’origine del rapporto tra soggetto e destinatario. Ogni individuo, nel processo di scelta, cerca soluzioni che diano risposta a un’esigenza: funzionale, emotiva o simbolica, spesso miscelate in proporzione variabile. L’identità di un brand deve quindi posizionarsi in relazione a questi bisogni, non limitandosi a esporre caratteristiche o valori astratti, ma traducendoli in un linguaggio comprensibile e utile. Quando l’identità riesce a far percepire una connessione tra ciò che rappresenta e ciò che le persone desiderano o ritengono rilevante, nasce la percezione di valore.
Il valore, in questo contesto, non è un attributo imposto ma il risultato di un equilibrio tra promessa e soddisfazione. È ciò che il pubblico riconosce come utile, affidabile o coerente rispetto alle proprie aspettative. Un’identità forte è quella che non si limita a “mostrarsi”, ma dimostra nel tempo di mantenere la promessa implicita contenuta nella propria comunicazione.
L’identità, quindi, non è una condizione fissa ma una struttura dinamica. Si costruisce e si rinnova attraverso il confronto continuo con il contesto, i cambiamenti culturali e i comportamenti del pubblico. Mantenere coerenza non significa restare immutabili, ma adattare il proprio modo di esprimersi senza perdere il riferimento ai valori e principi che definiscono chi si è. In questa prospettiva, l’identità funziona come un sistema vivo: misura costantemente la propria efficacia attraverso la percezione di valore che riesce a generare.

Il personal branding: ovvero il brand della persona

Il branding è il processo attraverso cui l’identità di un soggetto – azienda, organizzazione o professionista – si traduce in un sistema coerente di significati condivisi. Non consiste semplicemente nella creazione di un logo o nella definizione di una linea grafica, ma nella costruzione di una percezione stabile nel tempo. È un’attività strategica e continua, che combina elementi visivi, linguistici, comportamentali e valoriali con l’obiettivo di rendere chiara e riconoscibile la propria posizione nel mercato e nella mente delle persone.
Il personal branding applica i principi del branding alla dimensione individuale. Riguarda il modo in cui una persona costruisce, comunica e mantiene la propria identità professionale all’interno di un sistema sociale e competitivo. Non si tratta di auto-promozione, ma di gestione consapevole della propria reputazione, basata su coerenza, competenza e credibilità. Ogni professionista, indipendentemente dal settore, trasmette un’immagine di sé attraverso comportamenti, linguaggio, stile e valori: il personal branding serve a rendere questa immagine intenzionale e riconoscibile.
L’identità personale, in ambito professionale, si fonda su tre elementi strutturali: competenze, stile e carattere.
Le competenze rappresentano la dimensione tecnica: ciò che una persona sa fare e può dimostrare con evidenze concrete. Lo stile è la modalità con cui tali competenze vengono espresse, ossia il tono, la forma e la coerenza del proprio modo di comunicare. Il carattere costituisce la componente etica e relazionale: indica come una persona si pone nei confronti dei clienti, dei colleghi e del contesto. La solidità del personal brand dipende dall’allineamento di questi tre livelli. Un professionista competente ma incoerente o distaccato riduce il valore percepito della propria immagine, mentre una competenza unita a uno stile costante e a un comportamento affidabile genera riconoscibilità e fiducia.

La costruzione del personal brand richiede un processo di analisi simile a quello di un’impresa che definisce il proprio posizionamento. È necessario chiarire

1) quali bisogni si intendono soddisfare,
2) quale problema si risolve,
3) in cosa si è differenti, e
4) perché il proprio contributo genera valore.

Questo lavoro preliminare non riguarda solo la comunicazione esterna, ma la definizione interna della propria identità professionale. Un personal brand efficace non nasce da ciò che si dichiara, ma da ciò che si dimostra con continuità: la reputazione è l’effetto di una coerenza percepita nel tempo.
L’autenticità costituisce il principio cardine del personal branding. In un contesto dove la comunicazione tende a standardizzare i messaggi, la differenza reale deriva dalla capacità di mantenere un legame genuino tra ciò che si è e ciò che si comunica. L’autenticità non coincide con la spontaneità assoluta, ma con la trasparenza dei propri valori e delle proprie intenzioni. Comunicare in modo autentico significa non costruire un personaggio, ma organizzare la propria presenza in modo che rifletta la realtà del proprio operato.
La reputazione è la conseguenza di questa autenticità coerente. Si consolida attraverso la costanza dei comportamenti e la qualità dei contenuti condivisi. Nel personal branding contemporaneo, la visibilità non è più il fine ma l’effetto collaterale di un lavoro di valore: si diventa visibili perché si è utili, chiari e affidabili. La comunicazione, in questo senso, è uno strumento di relazione, non di esposizione.

Il marketing del personal branding consiste nella cessione di percezioni: l’obiettivo non è vendere un prodotto, ma rendere percepibile la propria competenza come risorsa credibile. Il professionista non ricerca la visibilità fine a sé stessa, ma la costruisce per creare cultura, consapevolezza e ispirazione. L’efficacia di questo approccio risiede nella capacità di posizionarsi correttamente nella mente di chi osserva, offrendo una percezione di affidabilità e competenza che si mantenga nel tempo.
L’ascolto e l’empatia sono strumenti funzionali alla costruzione di questa percezione. Essere in grado di comprendere i bisogni, le priorità e il linguaggio dei propri interlocutori permette di comunicare in modo pertinente e di creare connessioni autentiche. Il personal branding efficace non si fonda sulla quantità di messaggi diffusi, ma sulla precisione del dialogo. Comunicare significa semplificare, chiarire e facilitare la comprensione: ogni messaggio deve essere calibrato sulla capacità dell’altro di percepire il senso di quanto condiviso piuttosto che trasmesso.
La reputazione personale, una volta consolidata, agisce come un capitale intangibile. Come ogni capitale può essere incrementato, eroso, e generare interessi. Si manifesta in forma di fiducia anticipata, che riduce l’incertezza nelle relazioni professionali e favorisce nuove opportunità. In questo senso, il personal brand non è un elemento accessorio, ma una risorsa strategica: rappresenta il modo in cui la propria identità diventa valore riconosciuto e spendibile all’interno del proprio settore di riferimento.

Motivazione, tempo e relazione

Nel contesto del personal branding, la motivazione rappresenta la forza che sostiene la continuità e la coerenza nel tempo. Non esiste un brand personale stabile senza una motivazione chiara e persistente. Essa non coincide con l’ambizione, ma con la consapevolezza del perché si opera in un determinato modo e del valore che si intende generare per gli altri. Il tempo, in questa prospettiva, è un effetto secondario della motivazione: non è qualcosa da trovare, ma qualcosa che si produce come conseguenza dell’impegno costante verso un obiettivo significativo.
Secondo la teoria dell’aspettativa-valenza formulata da Atkinson e Vroom, la motivazione nasce dall’interazione tra tre elementi: la convinzione che un certo impegno porterà a un risultato (aspettativa), il valore attribuito a quel risultato (valenza) e la percezione che l’impegno sia effettivamente in grado di produrlo (strumentalità). Applicata al branding personale, questa teoria spiega perché alcuni professionisti mantengono nel tempo una presenza coerente e riconoscibile, mentre altri si disperdono: la motivazione non è solo un’emozione, ma una struttura cognitiva basata sull’autoefficacia che orienta l’azione e determina la qualità della comunicazione.
La motivazione alimenta la coerenza, che è l’elemento alla base della fiducia. Un professionista che comunica con regolarità, mantenendo tono, valori e linguaggio costanti, diventa prevedibile nel senso positivo del termine (affidabile): il pubblico sa cosa aspettarsi e tende a fidarsi. Al contrario, la discontinuità comunicativa o i cambiamenti improvvisi di posizionamento generano incertezza e riducono la credibilità. La fiducia si costruisce attraverso la ripetizione di comportamenti coerenti nel tempo, non attraverso la quantità di messaggi diffusi.
La gestione del tempo nel personal branding non riguarda la pianificazione di attività, ma la costruzione di un ritmo sostenibile di comunicazione. Ogni identità professionale necessita di continuità per consolidarsi nella memoria collettiva. Tuttavia, la frequenza non deve mai sostituire la qualità: comunicare meno ma con maggiore coerenza produce un effetto più solido e duraturo rispetto alla presenza disordinata. Il tempo, quindi, non è un vincolo ma una componente strategica: scandisce il modo in cui il pubblico apprende e consolida la percezione del brand.
La motivazione, se correttamente orientata, permette di mantenere costanza anche nei periodi di bassa visibilità o di minore risultato. L’identità professionale non si costruisce attraverso picchi di attenzione, ma tramite la continuità delle relazioni. In questa dimensione entra in gioco la relazione come strumento di valore. Il personal branding non è un atto unilaterale di esposizione, ma un sistema bidirezionale di ascolto e risposta. Comunicare significa instaurare un dialogo che renda l’interlocutore parte del processo di costruzione della reputazione.
La capacità di ascolto rappresenta un indicatore diretto di maturità professionale. Le persone si fidano di chi dimostra attenzione e accoglienza. Nel tempo, questo atteggiamento si traduce in capitale reputazionale: la fiducia diventa cumulativa, cresce con ogni interazione positiva e si consolida quando le azioni confermano le parole.
Il linguaggio dell’ascolto – fatto di domande, pause e adattamento – sostituisce quello della persuasione. Nel branding personale, ascoltare non serve a raccogliere informazioni per vendere meglio, ma a comprendere come essere più utili e pertinenti.
In un mercato dominato dalla velocità e dalla competizione comunicativa, la combinazione di motivazione e relazione rappresenta l’unico fattore realmente differenziante. La motivazione garantisce continuità; la relazione assicura significato. Un personal brand efficace non cresce grazie alla quantità di visibilità ottenuta, ma grazie alla qualità del legame costruito con chi lo osserva e lo riconosce come affidabile.
La coerenza nel tempo, sostenuta dalla motivazione e rafforzata dal dialogo, trasforma la comunicazione in reputazione la quale, a sua volta, evolve in fiducia consolidata. Volendo usare una metafora economica si può ipotizzare la seguente relazione funzionale:

Capitale Relazionale (valore di stock) (Coerenza x Riconoscibilità x Qualità della comunicazione x Continuità) x R
Dove R = Interesse generato dalla relazione e che contribuisce a incrementare il capitale relazionale

Comunicare con empatia e creatività

La comunicazione rappresenta l’asse portante del branding ma, nel personal branding, assume un ruolo ancora più decisivo: non serve soltanto a informare, bensì a costruire relazioni. Comunicare in modo efficace significa rendere comprensibile la propria identità, creare sintonia con l’interlocutore e facilitare l’emergere della fiducia. La qualità di un brand personale non si misura dal volume della comunicazione, ma dalla sua capacità di essere percepita come autentica, chiara e utile.
Molti errori di comunicazione derivano da una forma di autoreferenzialità mista ad egocentrismo. Nei processi di vendita o di promozione professionale, è frequente che il messaggio si concentri su chi parla, non su chi ascolta. Questo genera distanza: il pubblico non si riconosce nel discorso e perde interesse. Comunicare efficacemente significa invece ribaltare la prospettiva, passare da una logica di esposizione a una logica di ascolto. Il messaggio non deve partire dall’identità del comunicatore, ma dai bisogni, dai linguaggi e dalle aspettative di chi riceve. Quando la comunicazione è un monologo tecnico o autocelebrativo, chi ascolta non trova alcun punto di contatto. L’efficacia nasce dal dialogo, non dalla descrizione.
L’empatia costituisce la condizione preliminare per costruire un dialogo reale. Significa saper leggere il contesto, riconoscere le competenze e gli interessi dell’interlocutore, adattare il linguaggio e il livello di approfondimento al suo grado di competenza. La comunicazione empatica non banalizza i contenuti, ma li rende accessibili. È un esercizio di precisione cognitiva, non di semplificazione superficiale. Nel personal branding, l’empatia è uno strumento tecnico: consente di tradurre la propria competenza in messaggi pertinenti, riducendo il rischio di fraintendimento e aumentando la probabilità di essere ricordati per chiarezza e affidabilità.
La creatività interviene come elemento funzionale a questo processo, non decorazione, ma metodo di costruzione del significato. Creatività significa saper combinare tecnica e intuizione per proporre idee, contenuti o forme di comunicazione che mantengano l’attenzione e facilitino la comprensione. È la capacità di trovare connessioni nuove tra elementi già noti, di interpretare il contesto in modo originale senza allontanarsi dai propri valori di riferimento.
Nel personal branding, la creatività non serve a stupire ma a distinguere: consente di tradurre un’identità complessa in segnali riconoscibili e coerenti. La creatività efficace è sempre disciplinata: agisce entro i limiti imposti dall’identità e dal posizionamento.
Empatia e creatività operano in accordo nella costruzione di un linguaggio relazionale. Ogni messaggio deve poter essere interpretato correttamente senza eccessi di tecnicismo o ambiguità.
La scelta del tono di voce, del ritmo comunicativo e dei canali di diffusione diventa parte integrante della strategia. Un linguaggio freddo o impersonale riduce l’efficacia relazionale, mentre un linguaggio calibrato sulla persona genera prossimità e fiducia.
In questa prospettiva, la semplicità comunicativa diventa indicatore di professionalità. La capacità di spiegare concetti complessi in modo chiaro, senza perdere precisione, è segno di padronanza del proprio ambito e rispetto per l’interlocutore. Comunicare con empatia e creatività non significa rinunciare alla competenza, ma farla percepire in modo comprensibile e accessibile.
Nel branding contemporaneo, dove la saturazione dei messaggi riduce l’attenzione e la fiducia, la comunicazione efficace punta alla qualità del contatto. La chiarezza, l’ascolto e la coerenza diventano strumenti tecnici di costruzione del valore.
Il professionista che adotta una comunicazione empatica e creativa non cerca di persuadere, ma di rendere evidente la propria utilità. In questo equilibrio tra competenza e comprensione si forma la vera riconoscibilità del personal brand.

Fiducia, autorevolezza e leadership personale

Nel sistema del branding, la fiducia esprime la forma più avanzata e stabile di valore. È il risultato di una relazione consolidata nel tempo, basata su competenza, affidabilità, coerenza, autenticità.

Leadership personale

In un mercato in cui i contenuti sono abbondanti ma la credibilità è scarsa, la fiducia diventa una risorsa strategica: determina la preferenza, la fedeltà e, nel lungo periodo, la sopravvivenza del brand. Nel personal branding, la fiducia non è un obiettivo comunicativo ma un effetto reputazionale. Si costruisce attraverso l’allineamento tra identità, comportamento e linguaggio. Quando ciò che un professionista comunica coincide con ciò che effettivamente fa e con ciò che gli altri percepiscono, si genera un equilibrio che dà origine alla reputazione. La fiducia è quindi una conseguenza della coerenza, non della promozione.
Ogni incoerenza, tra parole e azioni, tra dichiarazioni e atteggiamenti, agisce come un elemento di erosione percettiva: riduce la stabilità del brand e compromette il capitale reputazionale accumulato. La costruzione della fiducia richiede perciò un controllo continuo della coerenza interna ed esterna della comunicazione.
L’autorevolezza rappresenta la dimensione cognitiva della fiducia. Mentre la fiducia nasce dal comportamento, l’autorevolezza deriva dalla competenza riconosciuta dall’esterno e dalla capacità di generare valore attraverso il pensiero e l’azione. Un professionista autorevole non si impone per posizione o visibilità, ma perché offre interpretazioni credibili, originali e creative che portano a soluzioni rilevanti.
L’autorevolezza è strettamente collegata al concetto di valore espresso: non si può essere percepiti come autorevoli se non si produce conoscenza utile o non si contribuisce al progresso del proprio ambito professionale. Comunicare in modo autorevole significa mantenere rigore, verificare le proprie affermazioni e riconoscere i limiti del proprio sapere.
La distinguibilità, infine, costituisce l’elemento di riconoscibilità che completa il sistema della fiducia e dell’autorevolezza. Non si tratta di una diversità estetica o superficiale, ma del modo in cui un soggetto interpreta la propria professione in relazione al contesto. Essere differenti non significa essere eccentrici, ma proporre un approccio originale fondato su una prospettiva personale coerente. La distinguibilità permette al brand di occupare uno spazio specifico nella mente degli interlocutori e di evitare l’intercambiabilità.
Fiducia, autorevolezza e distinguibilità si amalgamano nella leadership personale. In un ambiente professionale dove l’esposizione è continua e la competizione comunicativa elevata, la leadership non coincide con la visibilità, ma con la capacità di orientare attraverso l’esempio e il contenuto.
Una leadership efficace si fonda su tre caratteristiche operative: la costanza (nel mantenere i propri principi), la competenza (nel generare valore reale) e la responsabilità (nel riconoscere l’impatto delle proprie azioni sugli altri).
In questo senso, la leadership personale è una forma evoluta di branding: non cerca l’attenzione, ma trova legittimazione nel contesto; non misura il consenso, ma la coerenza; non punta a convincere, ma a ispirare.
Un brand personale che raggiunge questo livello ha una stabilità eccezionale. La fiducia diventa autonoma, l’autorevolezza si consolida attraverso il contributo concreto, e la distinguibilità si trasforma in segno identitario stabile. La leadership, in questo quadro, non è un ruolo ma una conseguenza: è il risultato di una comunicazione etica e di una presenza comunicativa coerente nel tempo.

Conclusioni

Il personal branding rappresenta oggi strumento essenziale di orientamento in un contesto comunicativo saturo e competitivo, fondato su principi di: identità, valore, coerenza e fiducia. Principi che operano in scala diversa ma con le stesse logiche di percezione.
Nel personal branding, la costruzione di significato, avviene attraverso il comportamento individuale e la qualità delle relazioni, e la coerenza tra dichiarato e agito costituisce il vero fattore di solidità.
L’identità definisce l’essenza, il valore ne misura la pertinenza, la fiducia ne determina la durata. Tutto il processo di costruzione del brand ruota attorno a questi tre assi: essere riconoscibili, essere utili, essere credibili.
L’evoluzione dal branding alla leadership personale indica una trasformazione culturale: il successo non è più associato alla quantità di visibilità, ma alla capacità di generare significato nel tempo. Il brand, quando è costruito su basi etiche e relazionali, non è soltanto un segno distintivo, ma una forma di visione condivisa. In un ambiente dominato dall’informazione e dalla velocità, l’unico elemento realmente distintivo resta la coerenza. È la coerenza, arricchita dalla creatività e dalla tecnica, a costruire la fiducia e garantire la continuità della reputazione. Il personal branding, nella sua forma più matura, non è strategia di immagine, ma strumento di relazione. Coltivare il proprio brand significa dunque coltivare la fiducia l’unico capitale realmente non imitabile e l’unico valore che cresce con il tempo.

Bibliografia

Aaker, D. A. (1996). Building Strong Brands. New York, NY: The Free Press.
Atkinson, J. W. (1964). An Introduction to Motivation. Princeton, NJ: Van Nostrand.
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Kotler, P., & Keller, K. L. (2016). Marketing Management (15th ed.). Harlow, UK: Pearson Education.
Maslow, A. H. (1943). A theory of human motivation. Psychological Review, 50(4), 370–396. https://doi.org/10.1037/h0054346
Godin S. (2022). La pratica. Padova, Italia: ROI Edizioni
Godin S. (2024). Questo è il marketing. Padova, Italia: ROI Edizioni

Donato Ferrucci (Torino 1964), Docente sistemi qualità e certificazione dei prodotti alimentari ITS Agroalimentare Roma/Viterbo. Agronomo, pubblicista, e Master in Diritto Alimentare. Responsabile Bioagricert srl per l’area Lazio/Abruzzo/Umbria/Marche. Per info: Google “Donato Ferrucci Agronomo”.

Nicolò Passeri, Dottore Agronomo, libero professionista. Consulente per imprese agricole ed agroalimentari in ambito tecnico legale. Svolge analisi economico-estimative e di marketing dei processi produttivi. Supporta le imprese nella valorizzazione in filiera delle produzioni e nello sviluppo e dei sistemi di certificazione volontari e regolamentati. Docente presso ITS Academy Agroalimentare.

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