Condividi l'articolo
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

di Edoardo Alterio

Questo articolo riassume alcuni aspetti legati sulla storia e sulla situazione attuale dell’olivicoltura nel territorio di Venafro, in provincia di Isernia. La parte finale dell’articolo è dedicata all’analisi di alcuni strumenti normativi e pianificatori che possono concorrere alla tutela e alla valorizzazione di questo patrimonio storico agrario e paesaggistico.

Il territorio di Venafro ed il suo paesaggio

Il territorio della valle di Venafro ricade nella provincia di Isernia, di cui occupa gli estremi sudoccidentali, mentre lambisce i confini nordorientali della provincia di Caserta e della regione Campania. L’insediamento urbano di maggiore consistenza è Venafro, città che ospita circa 12.000 abitanti. Ai piedi del nucleo urbano, che giace in posizione leggermente rilevata e a un’altitudine media di 200 m s.l.m., si estende una pianura di forma ellittica con l’asse maggiore disposto lungo la direzione nordest-sudovest. Fanno da corona alla valle, a nord e ad ovest, gli ultimi rilievi della catena montuosa delle Mainarde; a sud e ad est le cime di Ciorlano e Capriati a Volturno, appartenenti ai Monti del Matese. Gli unici solchi in questo anello di rilievi circoscritti alla pianura si ritrovano a nordest e a sudovest. Il primo permette il passaggio verso il resto della provincia di Isernia e l’Alto Molise, il secondo fa da avamposto verso la Campania e la grande pianura casertana. Secondo la classificazione climatica di Köppen e Geiger Il clima è temperato, con estate secca e temperatura media del mese più caldo superiore a 22 °C (clima Csa o mediterraneo con estate calda). La quantità delle precipitazioni e la temperatura media annuali si attestano rispettivamente sui 1000 mm e i 14,5 gradi centigradi. I substrati geologici maggiormente diffusi sono calcari compatti e travertini (nella parte settentrionale della valle) e depositi alluvionali (nella parte meridionale della valle). Lungo il fianco est della valle scorre il fiume Volturno che in passato ha contribuito alla costituzione geologica e geomorfologica dell’area. È quasi certo infatti che la pianura di Venafro ha avuto origine da una depressione tettonica in seguito colmata dai depositi alluvionali provenienti dalle piene del fiume. Sui versanti dei monti che abbracciano la pianura dominano i boschi di specie termofile quali la roverella, il leccio, l’orniello, il caprino nero, la carpinella, l’acero minore; nelle stazioni più mesiche si incontrano anche il cerro, l’acero di monte ed il faggio. Molte formazioni sono secondarie come nel caso di orno-ostrieti secondari e querceti di roverella secondari, selve che hanno progressivamente ricolonizzato i pascoli, i prati e i seminativi abbandonati. Dove la pratica pastorale è ancora parzialmente esercitata, i versanti sono caratterizzati da un mosaico di aree pascolive frammiste a boschi o arbusteti. Nella pianura e nell’orizzonte collinare, compreso fra i 200 e i 400-450 m s.l.m., dei versanti esposti a sud e sudest l’uso del suolo preminente è quello agricolo. Le colture più diffuse sono i cereali e le foraggere, sia invernali che estive irrigue. Subito dopo diffusissima è l’olivicoltura (Fig. 1).

valle di Venafro
Fig. 1. La valle di Venafro fotografata dal borgo di Ceppagna verso nordest tra le fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60.  A sinistra, in fondo, l’abitato di Venafro anticipato da ampi oliveti (immagine tratta dal volume “Il Paesaggio” della collana Conosci l’Italia edita dal Touring Club Italiano1).

L’olivicoltura a Venafro nel passato: dall’antichità alla prima metà del XX secolo

L’olivicoltura di Venafro ha origini antiche. Nelle opere di molti autori latini se ne ritrovano citazioni e riferimenti2,3. Orazio in una sua satira inventa un dialogo con l’amico Cazio al quale confida i trucchi per la perfetta riuscita di un buon banchetto. Bisogna che vi siano presenti due salse di cui una ha come ingrediente l’olio di Venafro:

Ma delle salse differenti è d’uopo

La natura saper. Con olio dolce

La più semplice fassi, a quel mischiando

Vin grosso e salamoja fermentata

In orcio bizantin. Con erbe trite

E zafferan si fa bollire, e poi

Ch’è ben rappresa sopra vi s’infonde

Licor da bacche venafrane espresso4.

Sempre Orazio, nelle Odi, propone all’amico Settimio un luogo ameno in cui rifugiarsi. Le proposte sono Tivoli e Taranto, definito quest’ultimo come il luogo dove scorre il fiume Galèso e dove regnò lo Spartano Falanto. A Taranto la qualità delle olive non sarebbe inferiore a quella di Venafro, considerata come confronto d’eccellenza:

Ma se maligne il vietino le Parche,

Vedrò il Galesio fiume, a le impellate

Pecore dolce, e il suol cui lo spartano

Falanto resse:

Più di tutte le terre a me quel caro

Angolo ride, ove all’Imetto il miele

Non cede, e a gara col Venafro viene

Verde l’oliva5.

 

Anche lo storico Strabone decanta la qualità dell’olio di Venafro: “Più lontano si trovano ancora altre località, come Venafro, da dove proviene la migliore qualità dell’olio di oliva. La città di Venafro è situata alla sommità di una collina al piede della quale scorre il Volturno6. Sappiamo che Marco Porcio Catone, censore ed agronomo romano, esercitava la propria attività imprenditoriale e sperimentale agricola in diversi fondi di sua proprietà. Tra i possedimenti comparivano un vigneto di 100 iugeri e un oliveto di 240 iugeri, gestiti da un nucleo di 13 o 16 schiavi e una coppia di animali da lavoro7. Per lo storico tedesco Karl Wilhelm Nitzsch il vigneto era presso Cassino (provincia di Frosinone) mentre l’oliveto era in Venafro8,9,10: “Sospettiamo che i 100 iugeri di viti erano nell’agro di Cassino, come le olive appartenevano certamente a quello di Venafro11. Secondo queste misure, considerato che uno iugero corrispondeva a circa 2.500 m2, l’azienda di Catone si estendeva su circa 85 ettari, che usando le unità di misura agrarie romane erano circa una centuria e mezza, di cui poco più di una centuria a olivi e mezza centuria a vite. Entrambi i fondi erano provvisti di case coloniche12. Plinio il Vecchio, medico e naturalista, fornisce informazioni sulla varietà principalmente diffusa e coltivata: l’oliva Licinia, “Anche rispetto a questa risorsa (l’olio n.d.r.) il primato in tutto il mondo l’ha ottenuto l’Italia grazie e soprattutto al territorio di Venafro e a quella sua zona da cui si ricava l’olio liciniano, per cui è divenuta di gran pregio anche l’oliva Licinia13. Secondo Plinio a Venafro l’olivo trovava un “terreno pieno di ghiaia […] adattissimo14.

Se le citazioni latine si concentrano essenzialmente sulla qualità dell’olio, delle olive e sui metodi di coltivazione, le testimonianze pervenute dai secoli XVIII e XIX sono maggiormente dedicate alla descrizione del paesaggio di Venafro, dominato in alcuni suoi tratti proprio da boschi d’olivi. Sono questi i tempi del Grand Tour, in cui il Meridione d’Italia è attraversato da aristocratici e intellettuali di tutta Europa. Per Galanti, che a fine ‘700 attraversa il territorio di Venafro, il paesaggio è contraddistinto dalla presenza di “estese piantagioni di ulivi, che succedono ai querceti” e che “ricoprono tutta la superficie della montagna”15. La coltivazione degli ulivi, in un primo tempo quasi esclusivamente condotta sui versanti collinari alla destra orografica del fiume Volturno, ai lati dell’abitato di Venafro (Fig. 2), fu a partire dalla metà del XVIII secolo estesa anche nelle aree pianeggianti della valle, sulle terre bianche ricche di detrito e ghiaia costeggianti il Volturno e comprese tra la sponda destra del fiume e la Strada Vecchia di Bonifica. I primi impianti furono opera degli ordini monastici che possedevano la maggior parte di quelle terre. La coltivazione degli ulivi risultò l’unica possibile in quei terreni poveri di sostanza organica ed inadatti ai seminativi. Ben presto gli ulivi prosperarono così tanto da indurre anche gli altri proprietari a seguire l’esempio dei monaci. Gli impianti contribuirono a riempire di olivi le contrade di San Cataldo, Camerelle, Fondone, Pietra bianca, Trinità, Pirocichella, e altre vicine16. Si viene quindi a delineare, a partire dagli inizi dell’800, il paesaggio ad olivi così come lo conosciamo in buona parte ancora oggi. Da un lato l’ampio arco di olivi che ricopre i versanti pedemontani alla destra orografica del fiume Volturno ed esposti a sud e a sud-est, con forma di ferro di cavallo (saranno definiti da qui in poi per semplicità oliveti collinari), dall’altro gli oliveti dei suoli sciolti e ghiaiosi prossimi alla sponda destra del Volturno (saranno definiti da qui in poi per semplicità oliveti di pianura)17,18, appartenuti in passato ad ordini monastici, alienati in seguito in favore di proprietari terrieri locali. Il culmine della diffusione degli oliveti si ebbe di certo nei primi lustri del XX secolo.

Disegno della valle di Venafro
Fig. 2. Disegno della valle di Venafro risalente al XVII secolo. La coltivazione degli ulivi era ancora quasi esclusivamente condotta sui versanti collinari alla destra orografica del fiume Volturno, ai lati della città di Venafro. Seguivano, ai piedi dell’abitato, gli orti e le vigne (oggi scomparsi e sostituiti da aree residenziali di recente edificazione), quindi la pianura con le coltivazioni di cereali e foraggi (immagine tratta da Valla19).

Secondo Nola20 nel 1936 l’intera superficie olivetata nel territorio di Venafro si aggirava sui 1200 ettari. Il suo studio ci fornisce informazioni sulle varietà coltivate, le loro principali caratteristiche e l’abbondanza nel territorio. Nella descrizione fatta dall’autore la varietà più coltivata è l’Aurina, vale a dire la Licinia di cui fa menzione Plinio il Vecchio nella citazione sopra riportata. L’Aurina occupa circa 3/8 della superficie olivetata. Le varietà Pallante (o Lucegna o più comunemente Pallone), Olivastro breve e Olivastro dritto occupano ognuna circa 1/8 della superficie olivetata. Le varietà Rotondella e Rossuola (o Resciola) occupano insieme un altro ottavo e ognuna delle due circa un sedicesimo. Il restante ottavo ospita varietà minori o rare, alcune delle quali presenti con pochi esemplari sporadici. Queste sono le varietà Olivastrello, Olivo maschio, Gnagnaro, Lagrimella, Coglioni di gallo, Ghiandara (o Circelluta), Oliva spagnuola, Olivo Gaetana e Trignola (Tab. 1). Varietà diverse sono spesso coltivate nello stesso oliveto. La ragione dell’ampia diffusione della varietà Aurina è dovuta all’antica importanza che questa ha avuto sin dai tempi della colonizzazione romana.

di superficie occupata dalle principali varietà di olivi
Tab. 1. Frazione di superficie occupata dalle principali varietà di olivi sull’intera superficie olivetata nel territorio di Venafro (secondo Nola21).

Per quanto riguarda le tecniche di impianto, sappiamo che fino ancora a primi del ‘900 la messa a dimora di nuove piante o anche il risarcimento di oliveti già piantati avvenivano con metodi poco raffinati. L’uso di piantine allevate da seme o innesto e provenienti da vivaio era sconosciuto. Piuttosto si adoperava il metodo così ben descritto da Bracci in una sua escursione negli oliveti di Venafro: “Per i rimpiazzi e le nuove piantagioni, è sconosciuto l’uso degli olivi da seme, ormai riconosciuto preferibile ad ogni altro metodo di moltiplicazione, e si utilizzano i polloni, che si staccano senza riguardo alcuno della pianta madre, si denudano dalle frasche capitozzandoli, ed il palo così ridotto, della lunghezza di metri 2,50 a tre, si interra alla profondità di un buon metro, in buche anguste (m. 1 x 0,50 x 1), scegliendo a preferenza la varietà più diffusa Aurina (Licinia), ritenuta, per antica tradizione, più gentile e con frutti di maggiore oleosità e di olio più pregiato delle altre varietà di olivastri22. In epoca romana e nei secoli seguenti Il sesto d’impianto adoperato era quello a quinconce con ampio spazio lasciato tra le piante, ancora riconoscibile in alcuni oliveti collinari. Negli oliveti di pianura piantati a partire dal secolo XVIII Il sesto era quasi sempre a quadrato e del tipo 10 m x 10 m o 12 m x 12 m, raramente 8 m x 8 m; o a rettangolo, lasciando più spazio tra le file ma mantenendo comunque sulla fila una distanza di 10-12 metri. Gli alberi erano fatti sviluppare con fusto alto. L’innesto delle branche poteva avvenire anche a 3 metri e la chioma era fatta espandere e crescere in altezza. In questo modo, a seconda della varietà, gli olivi potevano anche raggiungere i 7-8 metri di altezza (Fig. 3 e Fig. 4). I motivi di questa scelta d’allevamento erano diversi. In primo luogo, è probabile che in molti oliveti fossero condotti anche il pascolo o la coltivazione di cereali e foraggi. Un maggior distacco della chioma dal terreno assicurava anche un minor contatto dei frutti e delle foglie con l’umidità proveniente dal suolo. Infine, un olivo con chioma alta era esposto a minor rischio di morso da selvatici o domestici e di furto di olive.

Oliveti di pianura
Fig. 3. Oliveti di pianura in località Pietra Bianca con pascolo di ovini (fotografia di Edoardo Alterio).

Oliveti di pianura
Fig. 4. Oliveti di pianura in località Masseria Staffio (fotografia di Ferdinando Alterio).

Per quanto riguarda il commercio, se in epoca romana l’olio prodotto a Venafro arrivava fin nelle case dei patrizi a Roma (dall’analisi delle citazioni riportate precedentemente si può arrivare a dedurlo), è probabile che nei secoli recenti la vendita fosse riservata principalmente al mercato locale o delle province vicine. Lo scenario commerciale era influenzato dall’assetto fondiario, dalle dimensioni e dalla natura delle imprese agrarie. Gran parte degli oliveti collinari già costituiva entità fondiarie polverizzate, possedute da molteplici famiglie di agricoltori. Ogni famiglia possedeva una piccola quota di uliveto grazie alla quale provvedeva al proprio sostentamento in un quadro economico rurale votato all’autoconsumo e condotto secondo i canoni dell’agricoltura di sussistenza. Erano gli oliveti di pianura, invece, le vere e proprie aziende olivicole estese su superfici consistenti e razionalmente condotte, il cui prodotto era destinato alla vendita verso terzi. Questi oliveti appartenevano per la maggior parte a poche famiglie di notabili locali che, oltre alla attività professionale svolta in qualità di medici, giuristi, agronomi o ingegneri, si occupavano della gestione del patrimonio fondiario della famiglia, dal quale ricavavano rendite commerciando olio, vino e cereali. Secondo gli Annuari d’Italia nel 189923 i produttori di olio d’oliva ufficialmente riconosciuti a Venafro erano poco meno di una decina e, analizzando i cognomi, tutti appartenenti a famiglie della piccola nobiltà terriera locale24.

L’olivicoltura a Venafro oggi: minacce, conservazione e riscoperta

Nonostante la già citata ricerca del dott. Nola25 abbia più di ottant’anni, i tratti della coltivazione dell’olivo da lui descritti sono ancora attuali. Analizzando la carta Corine Land Cover d’Italia del 2012, la superficie olivetata nel territorio di Venafro risulta di 1.236 ettari, valore uguale a quello riportato nella pubblicazione del 1936. Gli oliveti occupano ancora quasi tutto l’orizzonte collinare dei versanti alla destra orografica del fiume Volturno e i terreni pianeggianti confinanti con la sua sponda destra, formando due fasce quasi parallele, seppur di diversa lunghezza e spessore (Fig. 5). Se è vero che la carta Corine Land Cover ingloba anche alcune aree che invece, da una analisi visiva delle foto aeree, risultano seminativi, allo stesso tempo esclude altri oliveti, alcuni dei quali anche di recente impianto, presenti nelle località Tisi, Masseria Ginestrelle, Santa Cristina e Le Mortine.

Attuale presenza di oliveti nel territorio dei comuni di Venafro
Fig. 5. Attuale presenza di oliveti nel territorio dei comuni di Venafro (nucleo urbano al centro) e limitrofi secondo la carta Corine Land Cover del 2012. Gli oliveti occupano ancora quasi tutto l’orizzonte collinare dei versanti alla destra orografica del fiume Volturno (in azzurro, sulla destra, il suo alveo di magra) e i terreni pianeggianti confinanti con la sua sponda destra, formando due fasce quasi parallele, seppur di diversa lunghezza e spessore (confrontare con Fig. 2).

La conservazione del paesaggio degli oliveti collinari è minacciata da alcuni processi. Negli ultimi anni diversi incendi (alcuni dei quali di natura dolosa), sviluppatisi sul versante meridionale dei monti Sammucro e Santa Croce, hanno percorso molti degli oliveti storicamente presenti. Dove possibile si procede al miglioramento di quel che rimane, favorendo il reinserimento del cotico erboso e recidendo gli ulivi secchi e che non sono in grado di riprendersi. Le ceppaie rimaste producono nuovi polloni che aspettano di essere selezionati mentre nel frattempo la forma di allevamento che ne risulta nella fase di transizione è un vaso cespugliato con 3 o 5 piante per ceppo. Tuttavia, nei fondi a più elevata pendenza e di difficile accesso, i proprietari optano quasi sempre per l’abbandono. Ne risulta lo sviluppo di una gariga ad Ampelodesmos mauritanicus, cui possono associarsi il terebinto, la fillirea ed altre latifoglie termofile come la roverella o l’orniello. Un altro processo è l’abbandono colturale, deliberatamente attuato anche nelle superfici non percorse da incendio e sempre per motivi legati alla pendenza e alla difficoltà d’accesso al fondo. Si innesca allora nell’oliveto una ricolonizzazione secondaria ad opera di specie che potenzialmente abitano l’orizzonte collinare dei versanti montani della valle di Venafro. Si tratta di specie di bosco quali roverella, leccio, aceri, carpino nero, orniello ed arbusti termofili (Fig. 6). Agli incendi e all’abbandono si aggiunge inoltre un terzo fattore di pressione costituito dal cambio d’uso degli oliveti in favore della costruzione di edifici residenziali privati.

oliveti collinari in abbandono
Fig. 6. Negli oliveti collinari in abbandono si innesca una ricolonizzazione secondaria ad opera di specie di bosco. Nella foto, ripresa in tardo autunno del 2019, oliveti al confine tra i comuni di Venafro e Pozzilli invasi da roverella, carpino nero ed orniello (fotografia di Edoardo Alterio).

Per quanto riguarda lo stato degli gli oliveti di pianura val la pena anticipare la discussione richiamando ancora il Bracci: “Una pessima pratica poi che è anche conseguenza del sistema inveterato di affittare ad estranei il frutto pendente, stimato sulla pianta a vista, mediante un’aliquota parte dell’olio da essi ricavabile, è quella della bacchiatura: la quale, inoltre, effettuata brutalmente, ha per conseguenza di far cadere insieme al frutto una grande quantità di ramoscelli, che dovrebbero portare i frutti l’anno successivo, e di produrre contusioni e ferite sulla corteccia dei rami più grossi e di provocare la così detta rogna26. Se la pratica della bacchiatura è ormai scomparsa, sembra invece continuare la pratica dell’affittare o cedere a terzi il frutto pendente. Come si è detto, gran parte degli oliveti di pianura è concentrata nelle mani di pochi proprietari. Questi sono soliti concedere i terreni ad affittuari per uso seminativo in cambio di un canone annuale mentre la gestione degli olivi è spesso affidata ad un ulteriore contraente che corrisponde al proprietario o un aggiuntivo canone o una parte del raccolto in olio. Difficile parlare di gestione in quanto degli olivi si ha memoria solo al tempo della raccolta. Non esistono diserbi, concimazioni, cure della chioma, attenzione verso gli attacchi di patogeni o parassiti. Non essendo gli alberi di loro appartenenza e giovando della negligenza nel controllo dei proprietari, i contrenti si prodigano in una raccolta che spesso diventa saccheggio. I rami dove si fatica ad arrivare con scale o abbacchiatori sono prontamente recisi e la pianta, alla fine della raccolta, si spoglia anche per più della metà della sua chioma. Raccolta e potatura severa in un solo momento, potatura senza alcun progetto produttivo ed estetico. I rami vengono lasciati in campo in cumuli di enormi dimensioni con ingente deturpamento estetico e paesaggistico. Inoltre, non di rado, le fascine finiscono per riempire scoline e fossi di bonifica, ostruendoli e intralciando il normale deflusso di scolo durante le abbondanti piogge tardo autunnali.

Nonostante questi aspetti deboli, non si può negare che l’olivicoltura di Venafro stia negli ultimi anni riprendendo vigore ed importanza. Gli ultimi decenni del XX secolo sono stati caratterizzati da una sorta di rifiuto per la coltivazione olivicola, a danno dei grandi investimenti che furono fatti soprattutto tra la fine dell’800 e i primi del ‘900. Con lo sviluppo dell’allevamento bovino da latte e la necessità di produrre foraggi, la concomitanza del diffondersi di grosse macchine agricole ed il generoso sostegno che a livello di Comunità europea era erogato verso la coltivazione delle erbacee annuali, la presenza degli olivi era divenuta un ostacolo alla efficienza di una azienda agraria notevolmente mutata nella sua struttura produttiva. Calato il prezzo del latte e l’ammontare dei sostegni economici e ritrovato l’interesse verso le produzioni di qualità, numerosi imprenditori e coltivatori a Venafro stanno riscoprendo interesse per la produzione di olio. Gli oliveti di vecchio impianto sono coltivati in maniera più oculata rispetto agli anni passati e grande importanza è conferita nel momento della raccolta e della trasformazione. La raccolta, che solo in rari casi è rimasta tradizionalmente legata all’uso di pettini manuali e scale, è condotta con l’uso di abbacchiatori elettrici o pneumatici. le squadre di raccolta sono composte generalmente da 2-4 operatori e più squadre possono lavorare contemporaneamente nello stesso oliveto. In questo modo si provvede ad ottenere quantitativi sufficienti per moliture eseguite in giornata. Oggi l’olio di Venafro può avvalersi del marchio DOP Molise27, mentre il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali riconosce le “Olive all’acqua e sale” (olive al naturale) del Molise come prodotto agroalimentare tradizionale28. La progressiva ripresa dell’interesse per l’olivicoltura è testimoniata anche dalla comparsa di nuovi impianti razionali, investimenti eseguiti da coltivatori locali. Questi si sono diffusi principalmente nelle contrade di Santa Cristina, Ficora di Morra e Le Mortine, dove hanno sostituito i seminativi a cereali, e sono organizzati su sesto a quadrato del tipo 5 m x 5 m o 6 m x 6 m.

La conservazione degli oliveti di Venafro nelle norme, negli strumenti di pianificazione territoriale e nella istituzione di aree protette

Riassumendo dalle righe precedenti, i principali processi e fenomeni che minacciano la conservazione degli oliveti di Venafro sono l’abbandono colturale e la conseguente ricolonizzazione secondaria ad opera di formazioni forestali e para-forestali; l’edificazione ed il cambio d’uso del suolo da agricolo a residenziale; la non adeguata gestione agronomica che si manifesta soprattutto nell’esecuzione di potature scorrette o inutilmente eccessive; gli incendi. Le sezioni seguenti cercano di analizzare, caso per caso, gli strumenti normativi e pianificatori utili nel contrasto o nell’attenuazione di questi fenomeni, contribuendo alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio storico agrario e paesaggistico.

Abbandono e ricolonizzazione secondaria. Per quanto riguarda gli oliveti antichi collinari, un importante contributo per la loro conservazione ed il contrasto all’abbandono colturale è stato reso con l’istituzione del Parco regionale dell’olivo di Venafro. Si tratta della prima area protetta dedicata all’olivo in tutto il Mediterraneo, istituita con legge della Regione Molise n. 30 del 4 novembre 200829. Il nome ufficiale “Parco regionale agricolo dell’olivo di Venafro”, individuato nella legge del 2008, fu poi modificato con successivo atto regionale del 200930 con l’aggiunta della parola storico che segue la parola parco, cosicché oggi il nome completo è “Parco regionale storico agricolo dell’olivo di Venafro” (di qui in seguito anche Parco dell’olivo o Parco, per brevità). Le finalità del Parco, così come definite all’articolo 1, comma 2 della legge del 2008 sono: “garantire e promuovere la conservazione e la riqualificazione dell’ambiente naturale, degli oliveti e del paesaggio; contribuire a fronteggiare le emergenze geologiche, le emergenze storico-archeologiche e quelle riguardanti i terrazzamenti pedemontani”; “salvaguardare il patrimonio genetico dell’olivo di Venafro e le piante vetuste”; “promuovere l’identità storica della coltivazione dell’olivo di Venafro” e “favorire e valorizzare l’olio prodotto nell’area in accordo […] con gli agricoltori in forma associata e singola, tramite disciplinari per la raccolta e la produzione” (Fig. 7). Il Parco nasce quindi con lo scopo di fronteggiare i processi di abbandono colturale, promuovendo l’olivicoltura attraverso anche la valorizzazione dell’olio prodotto ed il supporto ai coltivatori locali. Nel 2018, con decreto del ministro Martina31, l’area del Parco è stata inserita nel “Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali32, istituito presso il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, con il nome “Paesaggio del Parco Regionale Storico Agricolo dell’Olivo di Venafro”. La ricolonizzazione boschiva delle superfici agrarie, tra i principali fenomeni oggi di trasformazione del paesaggio in Italia, diffuso enormemente nelle aree marginali ed economicamente depresse, è da tempo percepita come un fenomeno irreversibile a causa della stringente vincolistica sul tema della trasformazione del bosco presente nella normativa italiana in materia di foreste e paesaggio. Tuttavia, il nuovo Testo unico forestale33 esclude dalle superfici definite come bosco “le formazioni di specie arboree, associate o meno a quelle arbustive, originate da processi naturali o artificiali e insediate su superfici […] individuate come paesaggi rurali di interesse storico e inserite nel «Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali», istituito presso il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali” (art. 5, comma 2). La mancata inclusione nella categoria bosco vale “esclusivamente ai fini del ripristino delle attività agricole e pastorali o del restauro delle preesistenti edificazioni, senza aumenti di volumetrie e superfici e senza l’edificazione di nuove costruzioni” (art. 5, comma 2). Infatti, tali superfici restano comunque considerate bosco fino all’avvio degli interventi di recupero dell’attività agricola e pastorale preventivamente autorizzati dall’autorità competente (art. 5, comma 3). La ratio della norma in questione è quella di agevolare il recupero delle superfici agricole e dell’attività agraria e pastorale, azione fondamentale per la conservazione dell’identità del paesaggio storico agricolo.

oliveti del Parco
Fig. 7. Tra le finalità del Parco regionale storico agricolo dell’olivo di Venafro, istituito con legge della Regione Molise n. 30 del 2008, vi è il contributo nel fronteggiare le emergenze geologiche. Gli oliveti del Parco che crescono nelle pertinenze dell’abitato di Venafro, similmente ad un bosco, svolgono una evidente funzione protettiva diretta, proteggendo l’insediamento dalla caduta di massi provenienti dai rilievi e dalle pareti calcaree soprastanti. Nella foto, un olivo ha arrestato la caduta di un masso di notevoli dimensioni nei pressi della Cattedrale di Venafro, in località Campaglione (fotografia di Ferdinando Alterio).

Edificazione e cambio d’uso del suolo. L’intero territorio del comune di Venafro è dichiarato di notevole interesse pubblico con decreto del Ministero per i beni culturali e ambientali del 23 giugno 197534.  La dichiarazione seguiva quanto disposto dall’articolo 1 della legge del 1939 sulla protezione delle bellezze naturali, disposizioni oggi integrate nell’articolo 136 (“Individuazione dei beni paesaggistici”) del “Codice dei beni culturali e del paesaggio” (codice Urbani)35. Poiché vincolo paesaggistico individuato prima dell’entrata in vigore del codice Urbani, quello imposto sul territorio di Venafro è un vincolo del “primo tipo” definito “nudo”. Mentre ai vincoli apposti dopo il 2004 si applica una specifica disciplina d’uso (da cui la denominazione di vincoli “vestiti”), integrata nel decreto di dichiarazione di notevole interesse pubblico, il vincolo nudo ha un effetto puramente procedimentale, richiamando all’obbligo di subordinare interventi e progetti al procedimento di autorizzazione paesaggistica. Ma in tal caso è l’autorità competente a valutare caso per caso, godendo di largo potere discrezionale36. L’obbligo del procedimento di autorizzazione paesaggistica concorre in ogni caso a tutelare il paesaggio olivicolo, specie quello della zona pedemontana, risultando una opportunità per non legittimare interventi e opere in grado di alterarne negativamente l’attuale conformazione. Per quanto riguarda gli strumenti di pianificazione territoriale, in Molise manca ancora una legge urbanistica che disciplini in modo organico la pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistica. L’unico strumento di pianificazione territoriale sovracomunale è il Piano territoriale paesistico-ambientale di area vasta (P.T.P.A.A.V.) che impone alcuni vincoli d’uso ambientali, urbanistici ed edilizi previa zonizzazione del territorio regionale. Dalla consultazione delle carte di trasformabilità e della normativa tecnica ad esse riferita, si evince che gli oliveti antichi collinari ricadono nella zona denominata “P2A”. Qui l’uso insediativo è considerato inammissibile sia in forma di residenziale sparso sia in forma di insediamento urbano, così come gli insediamenti produttivi e industriali, gli usi culturali e ricreativi con opere sia senza che con volume, le opere viarie e i parcheggi. Infine, nel territorio del Parco dell’olivo, in mancanza di un regolamento specifico, valgono i “Divieti e norme di salvaguardia” presenti all’articolo 5 della legge regionale n. 30 del 2008, secondo cui “è vietata l’edificazione nelle aree vincolate dal PPTAAV (P.T.P.A.A.V. n.d.r.) e nelle aree interessate da incendi ai sensi della legge 21 novembre 2000, n. 353 (Legge quadro in materia di incendi boschivi)”.

Gestione agronomica e potature. Prescrizioni da osservarsi per una corretta gestione degli uliveti si possono trovare sia nelle norme di salvaguardia della legge regionale n. 30 del 2008 (per quanto riguarda l’area compresa entro i confini del Parco dell’olivo) sia nel regolamento di polizia rurale del comune di Venafro37. Quest’ultimo è valido in tutto il territorio comunale, comprendendo quindi indirizzi per la gestione degli uliveti sia di collina che di pianura. Per quanto riguarda la potatura si legge nel regolamento di polizia rurale: “È vietato l’abbattimento di alberi di olivo, l’asportazione di parti di tronco e la potatura attuata sui rami portanti della chioma”. Una prescrizione simile è presente anche nelle norme di salvaguardia della legge regionale del 2008 (Fig. 8). Mancano invece prescrizioni sui tempi in cui eseguire le potature. Tali norme si rendono necessarie per evitare le potature autunnali eseguite contemporaneamente alla raccolta, che espongono le piante ai danni causati dalle gelate invernali. La potatura, di norma, andrebbe eseguita all’inizio della primavera.

potatura eseguita nel territorio del Parco
Fig. 8. Secondo il regolamento di polizia rurale del comune di Venafro negli oliveti è vietata “l’asportazione di parti di tronco e la potatura attuata sui rami portanti della chioma”. Per quanto riguarda l’area del Parco dell’olivo una prescrizione simile è presente anche nelle norme di salvaguardia della legge di istituzione. Si contravviene spesso alla norma senza alcuna ragionevole motivazione di natura agronomica, con conseguente deturpamento del paesaggio olivicolo e rischio per la salute delle piante. Nell’immagine, potatura eseguita nel territorio del Parco, in località Mura ciclopiche (fotografia di Ferdinando Alterio).

Incendi. Le norme di salvaguardia presenti nella legge regionale n. 30 del 2008 obbligano i proprietari o i conduttori di oliveti nel territorio del Parco dell’olivo ad attuare pratiche che evitino di tenere il fondo in condizioni favorevoli all’innesco di incendi. In particolare, è da praticarsi lo “sfalcio, anche tramite l’aratura, delle erbe alte ed il contenimento della vegetazione al fine di prevenire gli incendi; le operazioni di smaltimento dei residui vegetali sono attuate in osservanza della legge regionale 4 marzo 2005, n. 8 (Norme in materia di eliminazione della vegetazione spontanea infestante e dei residui delle coltivazioni e modalità di applicazione dell’ecocondizionalità)”. Inoltre, a seguito di incendi, “l’abbattimento di alberi bruciati […] o di parti di essi, deve essere autorizzato dall’Ente parco”.

Conclusioni

La coltivazione dell’olivo nel territorio di Venafro ha origini antiche. Questa attività ha da sempre connotato il paesaggio agrario oltre che rappresentato una importante risorsa economica. Oggi ad alcuni fenomeni di degrado e di abbandono della coltivazione si contrappone un processo di riscoperta, specie ad opera di giovani che la crisi economica ha riavvicinato al mondo agricolo e forestale. La istituzione del Parco regionale storico agricolo dell’olivo di Venafro ha rappresentato una importante tappa nel processo di promozione dell’olivicoltura, di supporto ai coltivatori locali e di conservazione del paesaggio agrario ad olivi. Diversi strumenti normativi e pianificatori possono concorrere alla tutela e alla valorizzazione di questo patrimonio.

 

Note bibliografiche

[1] Sestini, A., 1963. Il Paesaggio. Touring Club Italiano, Collana Conosci l’Italia, volume VII. Pp. 232.

2 Nola, G., 1936. L’olivicoltura in Agro di Venafro e le varietà coltivate. Roma, Tipografia della federazione italiana dei consorzi agrari, pp. 9.

3 Alterio, F., 2011. L’olivo di Venafro: viaggio nel cuore olivicolo del Mediterraneo. Cerro al Volturno, Volturnia Edizioni, pp. 150.

4 Orazio. Satire. Libro II, Satira IV, Orazio e Cazio. Traduzione di Luca Antonio Pagnini, 1814.

5 Orazio. Odi. Libro II, Ode VI. Traduzione di Mario Rapisardi, 1883.

6 Strabone. Geografia. Libro V. In Alterio, 2011.

7 Puglisi, G., 1981. L’Agricoltura romana. Studi storici: Rivista della Fondazione Istituto Gramsci, anno 22 (n. 2), pp. 433-438.

8 Nitzsch, K. W., 1854. Uber Catos Buch Von Landbau. Zeitschrift fur die Alterihumswissenschaft, anno 3, giugno, sezione I, n. 62, pp. 493-496.

9 Nitzsch, K. W., 1854. Uber Catos Buch Von Landbau. Zeitschrift fur die Alterihumswissenschaft, anno 3, giugno, sezione I, n. 63, pp. 497-503.

10 Nitzsch, K. W., 1854. Uber Catos Buch Von Landbau. Zeitschrift fur die Alterihumswissenschaft, anno 3, giugno, sezione I, n. 64, pp. 505-511.

11Wir haben oben die Vermuthung ausgesprochen, dass die 100 jugera reben zum ager Casinas, wie die Oliven gewiss zum a Venafer gehörten”. In Nitzsch, 1854, n. 63, pagina 498.

12 Morra, G., 2000. Storia di Venafro dalle origini alla fine del Medioevo. Montecassino, Pubblicazioni Cassinesi, pp. 669.

13 Plinio il Vecchio. Naturalis historia. Libro XV. In Alterio, 2011.

14 Plinio il Vecchio. Naturalis historia. Libro XVII. In Alterio, 2011.

15 Galanti, G. M., 1793. Giornale di viaggio in Campania e in Abruzzo. In Alterio, 2011.

16 Lucenteforte, F., 1877. Monografia Fisico-Economico-Morale di Venafro. Cassino, Tipografia Cifarelli.

17 Bracci, F., 1912. Le condizioni degli uliveti nel territorio di Venafro (Campobasso). Bollettino del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio: Relazioni e studi scientifici e tecnici, anno XI, serie C, fascicolo 1, pp. 33-35.

18 Nola, 1936.

19 Valla, L. Storia di Venafro. Manoscritto del XVII secolo, edito a cura di F. Del Prete nel 1905. Conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.

20 Nola, 1936.

21 Nola, 1936.

22 Bracci, 1912.

23 Annuario d’Italia: Guida Generale del Regno. Anno XIV 1899. Bontempelli, Roma.

24 La lista dei produttori è la seguente: Capaldi Vincenzo, Cimorelli Giuseppe, Del Prete Ferdinando, Del Vecchio Ignazio, Guarini Carlo, Lucenteforte Tommaso, Siravo Vincenzo, Armieri Nicola, Martino Carlo.

25 Nola, 1936.

26 Bracci, 1912.

27 ISMEA, 2018. La valorizzazione dei paesaggi rurali del catalogo nazionale dei paesaggi rurali storici: schede sintetiche dei paesaggi rurali per la creazione delle mappe attraverso l’app Google My Maps.

28 Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Ventesima revisione dell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali. All’indirizzo web https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/15132 (ultimo accesso, 15 dicembre 2020).

29 Legge della Regione Molise n. 30 del 4 novembre 2008, “Istituzione del Parco regionale agricolo dell’olivo di Venafro”.

30 Legge della Regione Molise n. 1 del 13 gennaio 2009, “Legge finanziaria regionale 2009”.

31 Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Decreto generale della Direzione dello Sviluppo Rurale n. 0006419 del 20 febbraio 2018.

32 Rete Rurale Nazionale. Registro nazionale dei paesaggi rurali storici. All’indirizzo web https://www.reterurale.it/registropaesaggi (ultimo accesso, 8 dicembre 2020).

33 Decreto legislativo n. 34 del 3 aprile 2018, “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali”.

34 Decreto ministeriale del 23 giugno 1975, “Dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’intero territorio del Comune di Venafro”. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 193 del 22 luglio 1975, parte prima, pagina 4990.

35 Decreto Legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004, “Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137”.

36 Sitzia, T., 2020. Testo unico in materia di foreste e filiere forestali: il paesaggio, i beni (e i boschi), e gli interventi da concordare. Forest@, 17, pp. 63-70.

37 Deliberazione del Consiglio del Comune di Venafro n. 27 del 6 agosto 2008, “Approvazione del Regolamento Comunale di Polizia Rurale”.  

 

Edoardo Alterio si è laureato in Scienze forestali all’Università degli Studi del Molise (triennale) e ha poi conseguito la laurea magistrale in Scienze agroambientali presso l’Università degli Studi di Milano. Attualmente è borsista di ricerca presso il Dipartimento TESAF dell’Università degli Studi di Padova. Si occupa di Ecologia forestale e Selvicoltura. E-mail: edoardo.alterio@unipd.it

Print Friendly, PDF & Email

Condividi l'articolo
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •