di Franco Paolinelli

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EVOLUZIONE DEL TERRITORIO

A Roma, come amministrazione comunale, è stato assegnato un territorio molto vasto, il più ampio d’Italia. Al suo interno persistono grandi aree non edificate. I Comuni limitrofi, soprattutto nei quadranti ovest e nord, presentano anch’essi vaste aree non edificate.
Oltre ciò, il tessuto urbano include moltissime aree aperte, di dimensioni diverse, anche piccolissime, che arrivano fin dentro il centro storico della città.
All’origine di questa fortunata condizione c’è la vastità stessa dei possedimenti di un tempo e le diversità dei soggetti proprietari. Infatti, alle grandi tenute nobiliari si affiancavano quelle dei soggetti ecclesiastici e degli Enti pubblici, ma anche forme di proprietà collettiva, quali gli usi civici ed una fiorente piccola e media agricoltura.
Lo sviluppo urbanistico, del primo e del secondo dopoguerra, ha consumato questo capitale, ma, nonostante l’aggressività dei costruttori, non è riuscito ad azzerarlo.
Hanno agito in positivo sia la natura delle proprietà, vaste e non tutte del privato puro, sia la crescita della consapevolezza ambientale, sia il disordine stesso dello sviluppo urbano.
Su molte aree persiste un vincolo oggettivo, il desiderio di conservarle inaccessibili, per necessità di rappresentanza e conservazione del capitale di lungo periodo, come sanno fare, soprattutto, i religiosi.
Molte, inoltre, sono state salvate dal mattone dalla lungimiranza della cultura urbanistica, espressa fin dai primi anni 50’.
Molte altre ancora sono rimaste intercluse tra un blocco urbano e l’altro, tra un palazzo e l’altro, a volte congelate a verde da incertezze giuridico – burocratiche ed insipienze imprenditoriali di ogni tipo.
Negli ultimi decenni, la crescita della domanda di verde e la riduzione della domanda di immobili hanno rafforzato questa realtà.
In termini urbanistici, molti fazzoletti sono diventate nuove aree verdi, pubbliche e private, ovvero destinate a parco e giardino, ma molti altri preservano, ancora oggi, la destinazione agricola.
Ma, quest’ultima, salvo qualche eccellenza, è una realtà sulla carta. Infatti, negli ultimi decenni tanto la città cresceva, tanto la convenienza della produzione agricola si riduceva.
Nell’attesa del cambio di destinazione, per edificare, l’abbandono s’affermava. Le sterpaglie, le discariche abusive ed altri usi illeciti andavano a sostituire le colture.

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Esempi di agricoltura peri-urbana

DOMANDA DI RURALITA’ – TERZIARIO RURALE

In questo mosaico di grandi e piccole aree, di coltivazione estensiva e micro ruralità, di verde ornamentale e spontaneo, di proprietà pubblica e privata, di confusione normativa e lentezza burocratica…, è cresciuta, a partire dal dopoguerra, in un modo tutto romano, la “domanda di ruralità”. Ovvero la ricerca del rapporto salvifico con il mondo “contadino”, quindi, del godimento di servizi culturali e socio – sanitari in ambito rurale, vale a dire il Terziario Rurale.
La prima espressione di questa domanda è stata la ricerca della casa con giardino. Le radici rurali di gran parte delle famiglie, affiancandosi al mito della villa, hanno spinto molti romani a chiedere e costruire case in periferia, con un po’ di verde intorno. E moltissime famiglie, come traccia delle loro origini, in quei fazzolettini di terra, hanno piantato alberi da frutto ed hanno messo l’orto.
Chi ne aveva i mezzi è andato anche oltre le periferie, con seconde case rurali sparse fino in Toscana, Umbria ed Abbruzzo, con altri orti, oliveti, vigneti… fruiti per l’autoconsumo, ma sopra tutto come spazio di status e di identità.
Per queste stesse pulsioni, molte famiglie che possedevano frammenti di terra “al paese”, anche se fuori scala per l’attività d’impresa primaria, li hanno conservati ed hanno continuato a coltivarli.
Questo “humus” di miti “contadini”, associato alla ricerca di libertà ed alternative esistenziali degli anni 60’, ha, poi, spinto, inoltre, tanti ragazzi romani, di quel periodo al “ritorno alla terra”. Occupata, concessa, comprata o dei nonni, l’hanno “riscoperta” ed hanno tentato di coltivata.
In molti sono tornati a casa, in pochi ce l’hanno fatta. Ma comunque, hanno innestato una forte spinta di cambiamento nel tessuto sociale, ancora addormentato, delle campagne peri-urbane, romane e laziali e non solo.

Questa contaminazione culturale è stata fondamentale perché alcuni agricoltori percepissero il valore simbolico della “campagna” ed il possibile mercato della sua fruizione, avviando lo sviluppo della prima forma imprenditoriale di offerta di ruralità, l’agriturismo.
L’enorme mercato costituito dalle famiglie romane ha, quindi, spinto i più “svegli” sia tra i “neo agricoltori del ritorno alla terra,”, che tra i “paleo delle aziende antiche” ad aprire case, aziende e castelli.
Aria buona per riposarsi, cibi e vini, tanti e genuini, per assimilare “fisicamente” il rapporto con la ruralità.
Con le prime leggi regionali degli anni 70 e la legge quadro nazionale del 1985, la breccia, anche nel Lazio ed a Roma, era aperta [1] .
Ma, nonostante la forte pressione del mercato, ci vorranno ancora due decenni perché all’agriturismo enogastronomico si inizi ad associare l’offerta di servizi culturali.
La prima espressione di questa possibilità saranno le fattorie didattiche. Nel Lazio, si inizia ad inquadrare giuridicamente il fenomeno nel 2006 [2].
Su quest’onda, si avvierà anche il mondo dell’agricoltura sociale, ovvero la valorizzazione del mondo rurale per l’offerta di servizi socio assistenziali, di formazione ed integrazione. La legge di riferimento regionale è del 2015 [3].
Consapevolezza dei benefici ed incremento della domanda porteranno un po’ di servizi di terziario rurale anche nelle scuole, ed in misura molto limitata, con l’agricoltura terapeutica, nel mondo della salute.
Parallelamente a questi sviluppi cresceva, per la stessa domanda di qualità ambientale e valori simbolici, il mondo della produzione agricola biologica.

ORTI URBANI

In questo percorso evolutivo si inserisce, fin dai primi anni 80’ del millennio scorso la riflessione, culturale ed urbanistica, sugli orti urbani.
Si muove, per prima, l’associazione Italia Nostra.
La percezione delle loro potenzialità di benessere sociale e della necessità di inquadramento urbanistico – ambientale spinge, infatti, alcuni studiosi a guardare quel che fino ad allora erano stati mezzi di sussistenza, eredi degli “orti di guerra”, con occhi nuovi [4].
Lo studio promosso fotograferà una situazione coerente con molti altri aspetti urbanistici.
Da un lato le città del centro nord, con un fenomeno già strutturato, orti offerti dalle amministrazioni stesse ai pensionati, su aree pubbliche, con appositi regolamenti. Dall’altra quelle del centro sud, con orti spontanei diffusi su ogni possibile spazio residuale ed intercluso.
Il sasso lanciato stimolerà molte amministrazioni del centro nord a sviluppare ed organizzare sempre meglio l’offerta di orti.
A Roma, resistenze di vario tipo, nonostante studi e proposte, sviluppate anche nell’Amministrazione stessa, lasceranno che il fenomeno orti rimanga spontaneo, relegato in spazi marginali [5].
Nel frattempo, però, recependo le pulsioni espresse dalla “domanda di ruralità”, l’idea si era andata evolvendo. Le nuove generazioni, in condizioni economiche migliori, vedono l’orto urbano non più, solo, come supporto alla sussistenza, ma anche come possibile ambito di incremento del benessere.
Il mangiare ortaggi auto prodotti e sani, lo stare all’aperto, la possibilità di condividere con altri l’attività di coltivazione, la possibilità di contribuire direttamente a bonificare e proteggere segmenti di verde della città, sono tra gli elementi che hanno ampliato la platea dell’interesse per gli orti urbani e dei potenziali coltivatori.
Quindi, anche a Roma, non più, anziani e disoccupati, con radici contadine, capaci occupare e coltivare, abusivamente, un pezzo di scarpata ferroviaria o di margine fluviale., ma tanti cittadini attivi.
Uomini e donne, giovani, adulti ed anziani, con o senza cultura contadina, ma consapevoli del valore sociale ed ambientale degli spazi non edificati e degli orti in particolare. Capaci, quindi, di organizzarsi e di interloquire efficacemente con la Politica e con l’Amministrazione.
Questi cittadini romani hanno avuto l’abilità di organizzarsi in comitati ed associazioni. Hanno saputo esprimere energia, peso sociale e politico, tali da trovare, occupare e valorizzare aree inutilizzate, per lo più di proprietà pubblica, ottenendo dalla politica la tolleranza dello status quo.
Sono nati, in questo modo, a partire dall’inizio del secondo millennio, gli orti sociali di Roma.
La politica cittadina, che non ha voluto organizzare l’offerta di orti pubblici, com’era stato fatto dalle città del centro – nord, ha, quindi, assecondato lo sviluppo degli orti sociali.
Infatti, in questo modo, si rispondeva ad una vasta domanda sociale ed al contempo si mettevano le forze della resistenza, interna ed esterna al “Palazzo”, di fronte al fatto compiuto.
La società civile e le componenti attente e solidali della Politica e dell’Amministrazione, si dimostravano, quindi, capaci di superare gl’interessi oscuri.
Parallelamente però, negli stessi ambiti cresceva la consapevolezza della necessità di dare un assetto al fenomeno.
Infatti, nel 2015 si ottiene la delibera n. 38 del Comune di Roma, licenziando il primo Regolamento degli Orti Urbani, su terreni di proprietà Comunale. Sebbene ancora da affinare, è già uno strumento e potrà dare al tema orti un sicuro impulso positivo.

Il focus del “modello romano degli orti urbani” è, quindi, proprio nel fatto che la responsabilità della loro offerta non ricade solo sull’Amministrazione comunale, ma è condivisa con altri soggetti di proprietà, con molte associazioni di gestione, con tanti esperti promotori del tema e con gli “ortisti” stessi.
Le componenti di sostegno al tema di Politica ed Amministrazione romana si sono alleate con le realtà locali, dinamizzando il sistema[6].
Gli strumenti normativi in corso di verifica potranno dare il quadro nel quale questo potenzialità possano esprimersi al meglio.
Peraltro, collateralmente all’evoluzione degli orti su beni del Comune, si vanno sviluppando offerte di orti in concessione sia nel privato sociale che nel privato puro.
Queste, meno legate all’assioma del costo sociale, hanno potuto esplorare forme d’impresa “profit” in cui l’utile non è dato dalla produzione di beni alimentari, ma dalla concessione onerosa della parcella da coltivare e dai servizi associati, in analogia a quanto accade in un club sportivo.
Assimilabili ad altre forme di “economia dello spazio attrezzato”, queste imprese determinano sia utili che ricadute sociali, non solo nel soddisfare la domanda di orti, ma anche nel creare occupazione, gestione del territorio ed indotto.

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Orto Caritas progetto Sidigmed 2017 – Orto nella periferia di Roma

CONCLUSIONI

In sintesi, l’offerta di servizi di godimento della ruralità si va ampliando e diversificando e va dando un senso socio-culturale ed economico a porzioni sempre più vaste del territorio rurale del Comune di Roma.
Infatti, la forte domanda di ruralità configuratasi a Roma ha spinto la società civile e gli imprenditori a creare un’offerta di servizi estremamente ampia e diversificata, dotata di grande resilienza, economica, tecnica, sociale ed ambientale.
Comunque, la domanda potenziale è molto al di là dall’essere soddisfatta. Ci sono ancora molte possibilità, per attività profit e non.
Tanto aumenteranno, tanto maggiore sarà la quota di territorio sottratto, con la tutela attiva, alla cementificazione.
Va, peraltro, ancora, sottolineato come questi “consumi di ruralità”, oltre a soddisfare esigenze sociali, determinino un imponente indotto di consumi a monte ed a valle delle attività stesse.
Infatti, per fruire della ruralità serve una vasta gamma di mezzi tecnici, servizi di assistenza e di animazione che il mercato locale offre.
Possiamo, quindi, sostenere che il “consumatore romano di ruralità”, dal proprietario della villetta all’ortista urbano, oltre a soddisfare le proprie esigenze, è un ottimo creatore d’indotto di spesa, che dà lavoro e stimola l’economia locale.
Oltre ciò, porta anche un rilevante contributo per la tutela del territorio, per la creazione di comunità, per la conservazione della “cultura materiale”. Temi “strategici” che meritano un ulteriore approfondimento.
Come già detto, a Roma e non solo, le opportunità di sviluppo sono ancora molte.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Legge 5 dicembre 1985, n. 730, firmata dal presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, dal presidente del Consiglio, Bettino Craxi, dal ministro dell’Agricoltura, Filippo Maria Pandolfi, dal guardasigilli, Mino Martinazzoli.

Modifiche al Regolamento regionale 31 luglio 2007 n. 9 concernente: “Disposizioni attuative ed integrative della legge 2 novembre 2006, n. 14 (Norme in materia di agriturismo e turismo rurale), relative all’agriturismo”.

Legge n°141/2015, Regolamento Regionale n°11/2015.

Italia Nostra, coord Giulio Rossi Crespi, Oreti Urbani una risorsa, Franco Angeli Editore, 1982.

Comune di Roma, studi sugli Orti Urbani, 2000-2002.

Progetto Sidig-Med promosso e gestito da “Risorse per Roma” 2016-2018.

 

Franco Paolinelli è laureato in Scienze forestali presso la facoltà di Agraria di Firenze. Si occupa di verde urbano, con particolare attenzione a due temi: alberi in città ed agricoltura urbana, argomenti che ha approfondito con un Master nell’1984 presso la Faculty of Forestry di Toronto ed un altro, nel 2006, presso la Facoltà di Scienze Agrarie nell’Ateneo della Tuscia. Ha avviato, e dirige, la rete di operatori S.A.P. (Silvicultura Agrocultura Paesaggio) e il progetto “Valorizzazione del Legno degli Alberi di Città”. E-mail: paolinellifrancosap@libero.it

[1] la Legge 5 dicembre 1985, n. 730, firmata dal presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, dal presidente del Consiglio, Bettino Craxi, dal ministro dell’Agricoltura, Filippo Maria Pandolfi, dal guardasigilli, Mino Martinazzoli.

[2] Modifiche al Regolamento regionale 31 luglio 2007 n. 9 concernente: “Disposizioni attuative ed integrative della legge 2 novembre 2006, n. 14 (Norme in materia di agriturismo e turismo rurale), relative all’agriturismo”.

[3] Legge n°141/2015, Regolamento Regionale n°11/2015.

[4] Italia Nostra, coord Giulio Rossi Crespi, Oreti Urbani una risorsa, Franco Angeli Editore, 1982.

[5] Comune di Roma, studi sugli Orti Urbani, 2000-2002.

[6] Percorso, in qualche modo seguito dal progetto “SidigMed”, promosso e gestito dalla Partecipata del Comune “Risorse per Roma”

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