Timori crescenti per il mondo agricolo dell’intera Pianura Padana

di C. Maurizio Scotti

Meno acqua, meno piogge e persino meno neve sulle montagne, un triduo difficile da commentare a livello climatico e impossibile da assorbire a livello agricolo, dopo l’estemporaneo inverno a cavallo degli ultimi mesi del 2016 e la metà di marzo 2017. In quasi tutto l’arco alpino sono caduti mediamente 110 millimetri di pioggia in 6 mesi, meno di 20 mm al mese, mentre la neve è arrivata a fasi alterne, con accumuli massimi di 2 metri in Val Formazza (Piemonte) e Aprica (Lombardia), fino a scendere ai livelli minimi di Val di Fassa (Trentino) e Cadore (Veneto), che hanno lasciato ampi vuoti persino durante la Marcialonga dello scorso gennaio. Certo, al Tonale, allo Stelvio, piuttosto che a Courmayeur o La Thuile, la sciata non è mai mancata, ma è nel resto del bacino alpino che lo scorrimento delle acque che scendono a valle, fino a rigonfiare i fiumi che portano al mare, ad avere penuria di portata. Per non parlare poi del versante settentrionale dell’Appennino Ligure ed Emiliano. Già ora, che siamo a marzo, principio di primavera, si teme il peggio per l’agricoltura più florida del mondo.

E la “portata” verso la pianura, verso i campi fertili della Padania, è il sinonimo naturale della produzione, della sorgente agricola di Piemonte, Lombardia, Veneto e Emilia, un quinto di superficie d’Italia e un terzo di popolo d’Italiani.

La paura economica che monta è tanta, anzi tantissima, e ci sono preavvisi tali che inducono alla fatidica parola che sa tanto di morbo antico: siccità. E la siccità rappresenta l’antieconomia, il mancato sviluppo di piante e scelte di chi le pianta: l’esatto opposto della crescita, del “dovere” agronomico da cui, volenti o non volenti, parte tutto l’andazzo dell’economia del Belpaese. Persino la Ferrari avrebbe meno senso se non fosse prodotta a Maranello, nel Modenese, figurarsi la Riso Gallo a Robbio, lembo estremo della Lomellina. In queste terre l’acqua è come l’erba, necessaria a far dire che il deserto è altrove, anche se le secche di Po, Sesia,Ticino e Adda fanno credere altrimenti. Eppure, questi sono i fiumi con la maggior portata d’acqua in tutto il bacino del Nord Italia, quelli che portano riserve alle rogge e ai fossi, fino ai prati da fieno per il Grana Padano o agli ettari di mais che diventano olio, pop corn e alimenti dietetici. Da Casale Monferrato fino a Casalpusterlengo, passando per Pavia e Lodi, i letti dei grandi fiumi sono piccoli monti di sabbia e ghiaia circumnavigati da canali di acqua in cui il fiume si divide a forza di corrente.

Ma la terra vorrebbe altro. E il clima non lo consente; forse per un cambiamento o per un cattivo mantenimento della natura, forse perché abbiamo perso l’abitudine a considerare che ogni cosa con il dovuto rispetto.

fiume po siccità invernoFiume Po (foto www.today.it).

Autore: C. Maurizio Scotti.
14/03/2017

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