Presentata dalla Commissione Europea la proposta per la riforma del Piano agricolo comunitario: più “Greening” e maggiore redistribuzione delle risorse. La nuova base per l’assegnazione dei fondi sarà il criterio della superficie, e l’Italia rischia di perdere il 6% di aiuti all’anno.


di Andrea Ambrosini


Mercoledì 12 ottobre l’esecutivo di Bruxelles ha ufficialmente presentato il pacchetto di iniziative, base per il negoziato con l’Europarlamento e il Consiglio Ue, da cui uscirà entro il 2013 un Piano Agricolo Comunitario rinnovato.


Pagamenti diretti


L’assegnazione dei pagamenti diretti sarà resa uniforme sulla base di un unico criterio, legato alla superficie. I Paesi, come l’Italia, che adottano un procedimento “storico” (per il quale un agricoltore riceve un sostegno rispondente a quello che riceveva nel passato) avranno tempo fino al 2019 per adattarsi al nuovo sistema. L’aiuto agli agricoltori sarà dunque “regionalizzato“: il pagamento per ettaro dovrà essere lo stesso in “regioni omogenee”, che saranno definite a livello nazionale dai singoli Stati membri. Scopo del provvedimento è ridurre le differenze tra i pagamenti percepiti, a livello di singoli agricoltori, ma anche tra regioni e Stati membri. Pertanto, i paesi che ricevono un aiuto per ettaro superiore alla media europea, vedranno ridotta la propria assegnazione.


Greening


Il 30% dei sostegni agli agricoltori sarà legato al cosiddetto Greening‘. Chi non si adeguerà alle misure previste per garantire la sostenibilità ecologica della produzione agricola perderà dunque questa parte di finanziamenti. Non solo: potrebbe rischiare sanzioni aggiuntive.
Tre le pratiche ambientali obbligatorie: diversificare le coltivazioni (un minimo di tre colture); prevedere pascoli permanenti; dedicare il 7% del terreno a fini ecologici. Con quest’ultima misura, si intendono tutte le forme, anche non direttamente produttive, per mantenere la terra fertile, ad esempio piantare alberi per contrastare l’erosione dei suoli.


Tetto agli aiuti


Per la prima volta nella storia del Piano Agricolo Comunitario, i contributi saranno sottoposti a un tetto massimo di 300mila euro. Gli aiuti saranno inoltre ridotti a partire da 150mila euro (cosiddetta “degressività”). Per non penalizzare la componente lavoro, però, i salari (comprese tasse e contributi) saranno dedotti dal calcolo. La Commissione propone alcune ‘eccezioni‘ per tutelare casi particolari. Gli Stati membri potranno destinare fino al 5% della dotazione finanziaria nazionale alle aree svantaggiate; per le zone di montagna, il contributo per ettaro aumenta da 250 a 300 euro. In alcuni settori vulnerabili, inoltre, gli aiuti potranno essere “accoppiati”, ovvero collegati alla produzione. Ai giovani, infine, potrà andare un supporto aggiuntivo del 25% per i primi 5 anni di attività, fino ad un massimo del 2% del budget nazionale, nonché borse fino a 70mila euro e servizi di formazione e consulenza. Si tratta di misure lanciate per promuovere l’accesso a una professione dove 2/3 dei lavoratori superano i 55 anni e solo il 7% ne ha meno di 40.


L’agricoltore attivo


Il futuro Piano Agricolo Comunitario, conterrà una nuova definizione di “agricoltore attivo”: per escludere coloro che non hanno un reale impatto sulla produzione, d’ora in poi la percentuale degli aiuti dovrà rappresentare almeno il 5% del reddito globale del beneficiario degli aiuti. Gli Stati membri, inoltre, dovranno indicare un quantitativo minimo di ore di lavoro per definire l’attività agricola.
Gli agricoltori, a qualunque filiera essi appartengano, avranno la possibilità di riunirsi in associazioni e gli Stati membri avranno l’obbligo di riconoscere le organizzazioni dei produttori. Si tratta di un provvedimento che mira a favorire una migliore ripartizione del guadagno all’interno della catena di produzione. In un’ottica di semplificazione dal punto di vista amministrativo, i piccoli agricoltori saranno oggetto di alcune facilitazioni: non dovranno sottostare alle regole del greening e riceveranno un pagamento fisso (tra 500 e mille euro), indipendentemente dalla dimensione dell’attività, azzerando così ogni onere burocratico. Sarà anche sostenuto l’abbandono dell’attività agricola, per incoraggiare chi resta nel settore solo per il sostegno al proprio reddito.


Sviluppo rurale


Per quanto riguarda lo sviluppo rurale, i tre obiettivi (economico, ambientale e sociale) con target minimi obbligatori da raggiungere saranno sostituiti da sei priorità, a cui gli Stati membri potranno far riferimento in maniera più flessibile. Le sei parole chiave sono: innovazione, competitività, organizzazione della filiera e gestione del rischio, tutela degli ecosistemi, efficienza delle risorse, inclusione sociale. Il finanziamento nazionale da prevedere accanto ai fondi europei per i programmi di questo secondo pilastro resta stabile al 50%, tranne nel caso delle regioni svantaggiate, dove scende al 15%. Inoltre, saranno previsti dei “sottoprogrammi” per la modernizzazione di settori specifici in determinate regioni.


Investimenti


La Commissione propone nuovi fondi, all’interno del dossier del futuro budget, che correrà in parallelo alla riforma della Pac. Tra questi, 4,5 miliardi di euro destinati in primis alla ricerca di tecnologie dell’agricoltura, ma anche al trasferimento della conoscenza e alla creazione di reti tra produttori e comunità scientifica. Una riserva di 3,5 miliardi di euro sarà invece prevista per far fronte alle crisi di mercato o ai momenti di perdita di fiducia dei consumatori su grande scala.
Per combattere la volatilità dei prezzi, inoltre, la risposta europea verrà resa più efficace e più rapida; al contempo è incoraggiata presso gli agricoltori l’iscrizione ad assicurazioni e fondi mutualistici.


Tra le altre proposte: la flessibilità tra i due pilastri del Piano Agricolo Comunitario (ovvero la possibilità di usare il 10% della dotazione nazionale, anziché in aiuti diretti, in programmi di sviluppo rurale); la proporzionalità dei controlli (che saranno diminuiti negli Stati membri che hanno dimostrato di monitorare bene l’uso dei fondi comunitari, ma aumentati laddove sono state registrate incongruenze); la riduzione delle regole di “condizionalità” (gli standard ambientali, di sanità e benessere degli animali richiesti per erogare gli aiuti) e la cancellazione del sistema delle quote per latte e zucchero.


Giuseppe Andrea Ambrosini, è Agrotecnico iscritto al Collegio Interprovinciale degli Agrotecnici e Agrotecnici Laureati della provincia di Milano, Lodi e Monza Brianza. Dal 1993 al 1995 è stato Segretario della Consulta degli Agrotecnici di Milano e componente del Coordinamento Nazionale Agrotecnici. Nel 2007 è stato eletto Consigliere dello stesso Collegio, con delega del Presidente alla Comunicazione Istituzionale e alla Formazione Professionale. E’ funzionario dell’Ambiente – Tecnico Specialista presso la Regione Lombardia. http://www.agraria.org/rivista/curriculumambrosini.htm


 






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