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di Margherita Ciervo e Margherita D’Amico

olivi xylella

Parafrasando il titolo con cui lo scorso 9 dicembre appariva un articolo su Agronotizie (“Xylella, olivicoltura: quanto rende la Favolosa in intensivo”) intendiamo riportare l’attenzione sul fatto che mentre ci si preoccupa della possibile redditività della cultivar brevettata dal CNR e si riportano discutibili affermazioni secondo cui “puntare sulla Favolosa significa proiettarsi nel futuro, rispettando la biodiversità e mantenendo inalterata la grande qualità”, non una parola viene spesa sulla sua dannosità a livello ambientale e, più in generale, sulla dannosità dell’agricoltura superintensiva rispetto alla quale sarebbe auspicabile rendere pubblico e portare all’attenzione della politica il dibattito sul piano scientifico in corso.

Gli oliveti intensivi e superintensivi sono sistemi ad alto livello di input (acqua, diserbanti, fertilizzanti minerali, pesticidi, energia) che, al pari di tutte le monocolture, impattano in maniera significativa sull’ambiente sia in termini di inquinamento delle matrici vitali (suolo, acqua e area) che di riduzione della biodiversità. In tal senso, si esprime anche il Ministero dell’Ambiente che ha classificato le «misure per la competitività delle filiere agricole strategiche e per il rilancio del settore olivicolo nelle aree colpite da Xylella fastidiosa» (legge 205/2017, art. 1, commi 126 e 128) come «sussidio ambientalmente dannoso» (SAD) in quanto incentivano «un reimpianto con piante tolleranti al batterio che favorisce una riduzione di diversità di specie esponendo le stesse a nuove epidemie in futuro». Rispetto a queste misure Comitati e cittadini hanno da tempo chiesto una riconversione verso sistemi di cura delle piante attraverso il ripristino dell’equilibrio suolo-pianta. A dare fondamento alle richieste dei cittadini ci sono diversi studi e sperimentazioni scientifiche pubblicate da autorevoli ricercatori esperti nel settore dell’olivicoltura. Come mai continuano ad essere ignorate dagli organi decisionali senza motivazione alcuna? Vale la pena osservare che il modello superintensivo essendo pensato in funzione dei mercati globali è fondato sulla filiera lunga che, comportando notevoli distanze, fra luoghi di produzione, trasformazione e consumo, genera un ovvio ulteriore pesante impatto ecologico e sui cambiamenti climatici. E questo accade proprio nell’anno in cui l’inviata speciale delle Nazioni Unite sul Diritto all’Alimentazione, Hilal Elver, durante la sua missione nel nostro Paese dichiarava che «l’Italia dovrebbe evitare l’adozione di soluzioni rapide o l’intensificazione dell’agricoltura convenzionale, l’uso di pesticidi o la possibilità di coltivazioni geneticamente modificate. Nessuna di queste soluzioni sarebbe compatibile con il rispetto dei suoi obblighi in materia di diritti umani. Al contrario, c’è una necessità di un considerevole cambiamento dall’agricoltura industriale a sistemi trasformativi come l’agro-ecologia che sostengono il movimento alimentare locale, proteggono i piccoli agricoltori, rispettano i diritti umani e le tradizioni culturali e allo stesso tempo garantiscono la sostenibilità ambientale e agevolano una dieta sana».

Il sistema superintensivo, infatti, ha un forte impatto anche sull’economia locale, attraverso la sostituzione di un’agricoltura territorialmente diffusa e condotta con pratiche tradizionali, caratterizzata da piccole aziende familiari (la cui attività è basata largamente su autoconsumo, vendita diretta e a organismi associativi), in un’economia soggetta ai meccanismi e alle speculazioni del mercato globale, a beneficio di pochissimi e a danno di tutti i cittadini soprattutto a danno degli agricoltori e dei consumatori. Infatti, a fronte di ingenti investimenti per l’acquisizione degli input produttivi (piante certificate, macchinari, fertilizzanti, ecc.), la meccanizzazione riduce drasticamente la necessità di manodopera (che può arrivare fino a un’unità per pochi giorni l’anno), togliendo di fatto il lavoro agli agricoltori come già successo al settore dell’artigianato, ormai quasi scomparso. Del resto, non si può non considerare l’improbabile competitività, in termini sia di estensioni produttive sia di costo del lavoro, con gli altri Paesi del Mediterraneo produttori di olio di oliva, che comprimerebbe ulteriormente il reddito. Al riguardo, vale la pena ricordare che in Spagna, Paese capofila del superintensivo spinto, nella campagna olearia 2019/2020 sono state stimate giacenze per circa il 50% della produzione totale con una quotazione dell’olio pari a 2 euro/kg. Pertanto, non comprendiamo come si possa definire l’impianto superintensivo di Favolosa un “investimento sicuro e dai costi contenuti” e, soprattutto, su cosa si possa basare l’assicurazione di redditività associata, fra l’altro, al rientro dell’investimento.

In ultimo, con riferimento alle cultivar Leccino e la Favolosa (che è brevettata dal CNR ma non certificata per la resistenza al batterio!) che nel testo sono definite “resilienti al batterio”, vale la pena osservare che l’EFSA (2017) indica tali varietà rispettivamente come “tollerante” e “con tratti di possibile resistenza”. Non sfuggirà che la tolleranza designa una situazione secondo cui l’infezione non è inibita ma le conseguenze del suo adattamento negativo sono giudicate «ridotte o compensate riducendo la mortalità dovuta all’infezione o ripristinando la produttività degli individui infetti», ovvero esattamente quello che avviene con le misure di contenimento e le cure sviluppate in questi anni sul piano sia empirico sia scientifico. In particolare, è stato attestato come alcuni protocolli di convivenza con il batterio abbiano consentito la ripresa vegetativa degli alberi portando olivi anche plurisecolari, ubicati in piena zona infetta, a raggiungere una produzione media annua fra i 40 e i 60 quintali per ettaro (Scortichini e altri, 2018; Scortichini, 2020).

E allora, perché si dovrebbe cercare di raggiungere una produttività (magari analoga a quella che si potrebbe avere con sistemi di cura) con soluzioni costose, che richiedono importanti investimenti iniziali e che, nonostante facili entusiasmi, sono ben lungi dall’assicurare redditività? Perché si dovrebbero abbattere ulivi plurisecolari e millenari che potrebbero essere recuperati e tornare in breve tempo a produrre un olio unico al mondo e quindi realmente competitivo? Perché scegliere soluzioni, come quelle del superintesivo, che devastano il paesaggio, impattano significativamente sull’ambiente e danneggiano l’economia locale (dal turismo all’agricoltura biologica)? Perché, invece, non si prova a comprendere il motivo del disseccamento, posto che la maggior parte degli ulivi disseccati non sono risultati positivi al batterio? Perché non si verifica lo stato di salute del suolo?

C’è un vecchio adagio che dice che tutto quello che accade alle piante prima o poi accade all’essere umano, e in questo senso l’olivo viene nuovamente in nostro soccorso, avvisandoci – attraverso il suo malessere – di quello che accadrà (e sta già accadendo) anche alla nostra salute. Cerchiamo, dunque, di renderci conto di cosa sta avvenendo alla nostra Terra, di quali sono le reali cause del disseccamento, prima che sia troppo tardi.

 

Margherita Ciervo – Ricercatore e professore aggregato in Geografia economica, Università di Foggia. Associate Researcher presso University of Liège. Si occupa da sei anni della questione Xylella. La sua ultima pubblicazione sul tema è l’e-book a libero accesso “Il disseccamento degli ulivi in Puglia. Evidenze, contraddizioni, anomalie, scenari” (https://societageografica.net/wp/2020/11/06/geografia-a-libero-accesso-vol-2/).

Margherita D’Amico – Laureata in Scienze Biologiche presso l’Università di Bari. Dottore di Ricerca in “Patologia vegetale” presso la stessa Università. E’ stata responsabile scientifico del progetto dal titolo “Sistemi di lotta ecocompatibili contro il CoDiRO (SILECC)”, finanziato dalla regione Puglia. Attualmente è tecnologa presso il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (CREA).

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