di Michele Rollo

 

“Il potere della popolazione è superiore al potere della terra di produrre sostentamento per l’uomo”; queste le parole con cui l’economista T.R. Malthus nel 1798 descriveva con sconcertante previsione le problematiche legate all’esplosione demografica realizzatasi nel XX secolo.

Negli ultimi decenni l’aumento della popolazione e la conseguente crescita della Domanda hanno portato a drastici cambiamenti nel settore agricolo e zootecnico, pertanto si è sentita la necessità di aumentare l’efficienza produttiva degli allevamenti, per poter sopperire alle esigenze alimentari.
Si è vista, dunque, una “intensivizzazione” zootecnica, ovvero il passaggio da un sistema di allevamento di tipo pastorale a uno totalmente svincolato dalla terra.

Questo fenomeno ha determinato un accentramento in zone più produttive, tanto che, inevitabilmente, vi è stata una drastica riduzione delle attività zootecniche in alcune aree interne, ad esempio, in Campania, nei distretti dell’Irpinia, che non consentivano lo sviluppo di allevamenti intensivi.
Recentemente, però, si sta assistendo a un cambio di rotta, a causa delle critiche sostenute da alcune categorie di consumatori per le tecniche intensive.

Questa tendenza, pertanto, potrebbe aiutare a riportare in auge talune zone surclassate dal punto di vista produttivo e, quindi, consentire un “loro recupero e valorizzazione” (Cavalchini & Lavelli, et al.). Tali distretti, dunque, potrebbero essere la culla ideale per la rinascita di un sistema di allevamento estensivo, seppur razionalmente riformulato grazie alle innumerevoli conoscenze, sia tecnologiche che fisiologiche, acquisite negli anni.

L’allevamento estensivo

In ambito zootecnico, i pareri in merito all’allevamento estensivo sono controversi, ancor più se si parla dell’attuazione di quest’ultimo in aree svantaggiose da un punto di vista climatico e territoriale.
La labilità tra i reali vantaggi e potenziali svantaggi, dunque, è facilmente percepibile, tanto che diventa necessaria un’analisi razionale prima di parlare di “allevamento estensivo nelle aree interne”, soprattutto se si intende proporlo come modello zootecnico in distretti economicamente instabili.
Ad esempio, si tende spesso ad accostare la parola “estensivo” al concetto di “benessere”, individuando in un animale libero, un animale sano.

Il binomio estensivo-benessere, però, non sempre è valido.
Interazioni con la fauna selvatica, minor controllo da parte degli operatori, esposizione a fenomeni climatici e mancato controllo sulle razioni contribuiscono a rendere instabile il rapporto tra benessere ed estensivo.


Parto bovino nei pressi della stazione ferroviaria abbandonata Avellino-Rocchetta Sant’Antonio (foto di Salvatore Panno)

Di contro, numerosi sono i punti di forza di tale sistema di allevamento;

Esempio lampante è la conservazione della biodiversità, grazie al mantenimento dei pascoli, che consentono la simultanea crescita di diverse specie erbacee e grazie all’allevamento di specie animali ormai non utilizzate in intensivo, ma detentrici di importanti patrimoni genetici.
Ancora, è necessario analizzare quello che è l’impatto sull’ambiente di questa tipologia di allevamento.

Sappiamo che gli allevamenti sono imputati di essere tra i principali responsabili di inquinamento ambientale a causa di deiezioni e gas serra prodotti.
Nelle “aree interne” sopracitate, il problema delle deiezioni, in un allevamento estensivo ben gestito, non sarebbe un problema, data la diretta restituzione di queste al suolo; il problema ricadrebbe sulle emissioni gassose, dato che, i ruminanti al pascolo, ingerendo notevoli quantità di fibra, rilascerebbero una più alta quantità di metano rispetto ad animali nella cui dieta vi è una buona percentuale di concentrati. Si assisterebbe, però, a una riduzione di inquinanti “extra-aziendali”, grazie all’utilizzo di foraggi locali, alla quasi totale assenza di mangimi importati in azienda e al non utilizzo di energia fossile.

Rivalorizzazione aree marginali

A questo punto è intuibile quanto l’estensivo sia una tipologia di allevamento poco efficiente dal punto di vista produttivo, ma, se calato in talune realtà, dotato di forte potenziale economico, nonché culturale e sociale.
Quando si parla di aree “marginali”, infatti, si fa riferimento a distretti dalle particolari dinamiche interne, da guardare con occhio analitico e non paragonabili alle grandi realtà industriali.

“Manlio Rossi Doria le definì l’«osso» del Sud, contrapposto alla «polpa» delle pianure e delle aree agricole più sviluppate e prospere” (Piero Bevilacqua, 2002)

Questa difficoltà nel competere con aree dal forte potere produttivo ha portato a una “deriva i cui effetti principali sono stati lo spopolamento, l’emigrazione, la rarefazione sociale e produttiva, l’abbandono della terra e le modificazioni del paesaggio.” (Rossano PAZZAGLI, 2016).
L’impossibilità di omologarsi alle zone vocate ad un’agricoltura e a una zootecnia di tipo intensivo, però, non dovrebbe essere vista come uno svantaggio, bensì come un punto di forza, una possibilità che ormai manca alle aree centrali. In un momento in cui si sente un forte impulso al “ritorno” e alla “valorizzazione” di questi piccoli centri, probabilmente dato dall’eccessivo agglomeramento urbano e dal saturarsi della “polpa”, l’allevamento estensivo potrebbe essere un modo per “rivalutare” un tipo di zootecnia ormai sempre più in disuso, sfruttando il potenziale di questi territori, sia ambientale che culturale.

Nubi su Bisaccia Web
Bisaccia (AV) (foto di Salvatore Cassese)

Ovviamente, seppur con forti influssi dalla tradizione, si parla di una zootecnia innovativa, tecnologica, rispettosa dell’ambiente e tesa a valorizzarlo, ricca fonte di sbocchi professionali, punto fermo nel settore economico ed efficiente strumento di sviluppo.

Michele Rollo, laureato in Tecnologie delle Produzioni Animali presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, attualmente iscritto al corso di Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie delle Produzioni Animali. E-mail: michelerollo98@gmail.com

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