di Mauro Bertuzzi


La situazione


La cattura dei pesci, pur essendo una delle attività di sostentamento più antiche in assoluto, ricopre ad oggi, un ruolo fondamentale per l’economia ed il conseguente benessere di molti paesi; i dati attualizzati a livello mondiale, mostrano chiaramente come il settore della pesca, rappresenti sempre di più una realtà particolarmente dinamica ed in crescita dell’industria alimentare.
Molte nazioni che dalle proprie coste traggono parecchio pescato, hanno nel corso tempo investito sempre di più in metodologie di cattura altamente tecnologiche nel tentativo di trarre vantaggio da possibili opportunità emergenti. In questo momento però, come dimostrato da diversi studi, oltre il 50% degli stock ittici mondiali, risulta sfruttato in modo intensivo, sovrasfruttato o esaurito, e, solo una minima percentuale si sta lentamente riprendendo.
Questi evidenti segnali di sovrasfruttamento, accompagnati da fenomeni di modificazione degli ecosistemi e da rilevanti perdite economiche che ne derivano, stanno mettendo seriamente in crisi la sostenibilità delle risorse ittiche in tutto il mondo.
Fin dalla fine degli anni ’80, è diventato chiaro che le risorse della pesca non avrebbero potuto sostenere questo rapido e incontrollato sfruttamento, di conseguenza, emersero sempre di più, esigenze di ricercare nuove metodologie per la gestione del pescato in relazione a nuove condizioni ambientali e di conservazione.
La necessità di raggiungere un equilibrio tra risorse biologiche e pesca, fu colta appieno dalla FAO che, nel 1995, pubblicò il Codice di Condotta per la Pesca Responsabile il cui obiettivo ultimo fu quello di salvaguardare il patrimonio di risorse biologiche per la sussistenza delle generazioni future, cercando di evitare il sovrasfruttamento delle risorse e, cercando di assicurare nel frattempo, il loro naturale rinnovarsi in armonia con l’ambiente. Questo Codice fu pensato in modo da poter considerare anche altri aspetti quali: l’importanza nutrizionale, economica, sociale, ambientale e culturale della pesca, senza dimenticare anche gli interessi di tutti gli operatori coinvolti lungo la filiera.
Nonostante il Codice di condotta proposto e le politiche basate sulle limitazioni delle quote e dello sforzo di pesca, attraverso l’adozione di periodi di fermo, la situazione si è rivelata poi nel corso degli anni spesso fallimentare, soprattutto a causa dell’inadeguatezza dei sistemi di sorveglianza. Questo continuo depauperamento degli stock ittici, oltre al sovrasfruttamento per l’eccessiva pesca, è da ricercare anche nel fallimento dei tradizionali strumenti gestionali delle risorse alieutiche (l’insieme delle tecniche che, nel loro complesso, costituiscono la pratica della pesca) adottate.


Nuovi scenari


Dopo varie considerazioni scientifiche e istituzionali, molti studiosi e diversi organismi preposti alla gestione della pesca, hanno focalizzato sempre di più l’attenzione sulle aree di tutela biologica, da qui l’idea di creare le cosiddette Aree Marine Protette (AMP), come alternativa sempre più frequente ad altre strategie di gestione delle risorse, in quanto ritenuti validi strumenti per la conservazione e la gestione degli ecosistemi marini e delle specie oggetto del pescato.
L’istituzione di un’AMP, presenta il vantaggio rispetto al passato, di una maggiore semplicità nelle operazioni di controllo rispetto all’imposizione di quote o periodi di fermo pesca. A ciò si aggiungono anche i potenziali effetti positivi sulla cattura di pesci, che tradizionalmente vengono suddivisi in due categorie:


  • Reserve effect: strumento che valuta sia l’aumento della densità degli stock ittici che la taglia di specie altrove intensamente sfruttate;
  • Border effect: strumento legato al traboccamento degli esemplari adulti che si muovono fuori dalla zona protetta e al trasporto di larve e uova.

L’istituzione di un’Area Marina Protetta, offre anche nuove opportunità legate al pescaturismo e all’ittiturismo, intese non solo come mezzo economico d’integrazione del reddito, ma anche come strumento di divulgazione della conoscenza dei valori e saperi del mare.


La sostenibilità


Come spesso evidenziato anche dall’Unione Europea nella politica per la pesca, la concertazione tra i diversi attori coinvolti lungo la filiera, costituisce una condizione indispensabile per promuovere un processo sostenibile tale da coniugare le esigenze di sviluppo economico con quelle di tutela dell’ambiente.
Un primo passo utile per instaurare un rapporto corretto tra chi gestisce le AMP e il mondo della pesca, è l’approvazione e la condivisione dei regolamenti, fondati sulla comprensione e sulla pianificazione degli obiettivi comini.
Lo sviluppo, la collaborazione e la cooperazione tra AMP ed organizzazioni della pesca, devono passare attraverso lo studio comune di strumenti innovativi; pertanto l’apporto ed il coinvolgimento dei pescatori in particolare, si è concretizzato nella partecipazione in maniera propositiva alla definizione delle aree protette, nell’individuazione e condivisione delle misure di gestione e, nello svolgimento di attività di presidio ambientale sul territorio, oltre alla realizzazione di azioni di conservazione e miglioramento della qualità ambientale.
Un altro importante contributo, per la tutela del mare e dell’ambiente, viene attuato da tutti gli “attori” lungo la filiera, relativamente la crescita della fruizione turistica incentrata sul recupero degli ambienti tradizionali, delle produzioni e dei piatti tipici, nonché delle varie attività che prevedono la partecipazione da parte del turista alle attività di pesca tradizionali, proponendo anche l’avvio di nuovi servizi, quali ad esempio la sorveglianza, il whale-dolphin watching e l’educazione ambientale.


I consumatori


Oggi giorno sempre più indicatori mostrano come sia in aumento la tendenza da parte dei consumatori, di acquistare in maniera più consapevole il pesce fresco, preoccupandosi sempre di più dell’impatto ambientale ed in particolare chiedono che il processo di pesca non incida sull’ambiente e non sia causa di problemi ambientali e sociali provocati da uno sfruttamento eccessivo delle risorse.
Gli oceani stanno subendo una pressione mai sperimentata prima, schiacciati dalle conseguenze delle attività umane e dall’ambiente; per questo motivo, la pesca sostenibile è ormai diventata necessaria al fine di aiutare sempre di più la conservazione degli oceani per il futuro.
Le imprese attive nel settore ittico, devono a questo punto dimostrare sempre di più ai propri clienti, che sono direttamente impegnate nella tutela dei mari salvaguardando la natura e proponendo un modello economico produttivo ecologicamente sostenibile.


La certificazione


A fronte di una richiesta sempre più pressante da parte dei consumatori, circa le tematiche ambientali e di sostenibilità, è nata ormai da diversi anni, la certificazione MSC che rivela agli stakeholders (soggetti coinvolti in un’iniziativa economica, sia essa un’azienda o un progetto, esempio: clienti, fornitori, ecc.), che la pesca viene condotta secondo modalità valutate sostenibili, prendendo in considerazione e valutando l’intero ecosistema marino e l’efficienza del sistema di gestione.
Per poter vendere pesce certificato MSC, occorre però che tutta la supply chain sia certificata, perchè una certificazione della supply chain in accordo con gli standard dell’MSC Chain of Custody, garantisce i consumatori che i prodotti ittici che vengono acquistati, provengono da imprese sensibili alla sostenibilità e che l’etichetta sia in regola con i regolamenti previsti dagli standard internazionali MSC.


Mauro Bertuzzi, laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie presso la Facoltà di Agraria di Milano, è consigliere del collegio provinciale di Milano e Lodi degli Agrotecnici e Agrotecnici Laureati. Curriculum vitae >>>


 






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