Abbiamo posto alcune domande a Roberto Graniglia, pugliese trapiantato a Firenze, dove si è laureato in ingegneria ed ha svolto il dottorato in chimica ambientale. Da diversi anni insegna matematica e fisica all’Istituto Tecnico Agrario di Firenze e, nel tempo libero, scrive romanzi thriller che piacciono molto anche ai giovani.

Roberto Graniglia
Roberto Graniglia

Come è nata la passione per la scrittura?

È iniziato tutto per caso. Ho sempre letto tanto, anche fumetti. Circa dieci anni fa ero in studio e ho iniziato a scrivere un racconto per passare il tempo, quasi per gioco. Quel racconto, alla fine, è diventato più di 120 pagine ed è stato subito pubblicato da una piccola casa editrice. È piaciuto a tanti e le ottime recensioni mi hanno spinto a continuare. Da lì non ho più smesso.

Come mai la scelta del genere thriller?

Ho sempre amato il genere fin da piccolo. Leggo sempre quel tipo di romanzi, anche virando sull’horror, a volte.

Lei che insegna matematica, una materia ostica per le nuove generazioni, crede che scrivere thriller, un genere così accattivante, possa darle l’opportunità di arrivare ai giovani in un modo diverso?

Parto dicendo che molti dei miei studenti non sanno che scrivo, o almeno non sono io a dirglielo, perciò non posso usare direttamente la mia passione per avere l’opportunità di farli avvicinare a me e alla materia che insegno. Però uso altri strumenti che ritengo fondamentali. Scrivere mi tiene la mente allenata, dandomi uno strumento in più: la possibilità di legare l’aspetto logico/razionale che ho imparato a seguire nei miei studi scientifici, con quello fantastico/irrazionale che amo nell’arte in generale. Ritengo che questo “dubitare e fantasticare, ma con i piedi sempre ben piantati a terra” sia un elemento fondamentale per capire meglio tutto quello che ci circonda e che sia la chiave per rendere la matematica coinvolgente e più comprensibile, materia che invece troppo spesso sembra essere fondata solo su logica e aridi formalismi. Non c’è niente di più sbagliato in questi preconcetti.

Sono sicuro che la matematica venga vista come una materia complessa, più per una specie di paura atavica che per le reali difficoltà che si porta dietro… Spesso dico ai miei studenti che se l’ho capita io, possono farcela anche loro. Il mio professore del biennio delle superiori diceva che non sapevo scrivere e che non avevo fantasia (e forse a quei tempi era davvero così), quindi so bene che se io sono riuscito a scrivere sette libri thriller, anche loro possono imparare ad apprezzare la matematica: c’è una speranza per tutti e un tempo per ogni cosa. Sono altrettanto certo del fatto che noi docenti abbiamo un compito importante: fare apprezzare la poesia che si cela dietro la matematica e far capire l’utilità di quelle formule che sembrano così difficili e insenstate, ma che tanto invece hanno da spiegare nella realtà che ci circonda.

Credo che un primo passo sia porsi nel modo giusto nei confronti dei ragazzi, per potere entrare davvero in contatto con loro, condividendo le difficoltà che anche noi avevamo da studenti, e poi è utile dargli una nuova chiave di lettura per quello che fanno. La materia di per sé è già complessa, se poi anche il professore risulta soporifero e poco brillante penso che ci siano ben poche speranze di fargliela piacere. È stancante per un docente, ma spesso l’atteggiamento attivo e propositivo che si ha in classe rende tutto più interessante. Ritengo sia utile anche parlare della storia della matematica e del problema reale che poi ha fatto sviluppare i concetti che noi studiamo: porta sicuramente via diverso tempo (e chi è docente sa quanto questo sia molto poco…), ma credo sia la maniera più giusta per avvicinarli alla materia. Spesso non basta (anche per via delle lacune e delle paure accumulate negli otto anni che precedono l’arrivo alle superiori), ma è certamente un buon inizio.

I ragazzi leggono sempre meno. Quali potrebbero essere, secondo la sua esperienza di insegnante in un istituto agrario e di scrittore, le strategie per avvicinare nuovamente i ragazzi al testo scritto?

Be’, questo è un tema molto complesso e difficile da risolvere.

Credo che l’avvento della TV e della tecnologia in generale negli ultimi 20/30 anni abbia allontanato tantissime persone dai libri e dall’arte in generale. Prima c’era il tempo per leggere un quotidiano, adesso c’è l’Ansa sul cellulare che ci manda le notizie in due righe e noi ce le facciamo bastare. Non c’è più tempo per approfondire nulla… In questo mondo in cui tutto va veloce e che si basa su un “click” è molto più semplice guardare un film, che leggere un racconto; molto più rapido vedere lo speciale sugli Uffizi con Alberto Angela, che visitare un museo dal vivo e rimanere davvero estasiati. Ci stiamo perdendo molto perchè il mondo vuole rapidità, ma è con la calma che si godono appieno le cose e che ha il tempo per farle sedimentare davvero e farle restare per sempre dentro di noi.

È tutto “smart” e rapido e le nuove generazioni si stanno perdendo tanto, proprio perchè si stanno adeguando alla velocità ed alla superficialità. Il “tutto e subito” regna sovrano anche in economia ormai e sarà difficile adesso allontanare la gente da questi nuovi standard.

Nello specifico, poi, l’editoria arranca da anni e quest’ultima crisi che stiamo vivendo non faciliterà di certo la situazione. Le istituzioni in tutto questo caos economico (che perdura da almeno dieci anni) sono intervenute solo in parte (vedi Bonus Cultura per gli adolescenti, ingressi scontati al cinema/teatro o ingressi gratuiti nei musei le prime domeniche del mese), ma senza riuscire davvero a dare maggiore stimolo alla lettura e purtroppo nemmeno alla cultura in generale.

Aspettiamo tempi migliori, nuovi stimoli economici e culturali per tutti e speriamo soprattutto di aver imparato qualcosa da questa pandemia che ha minato le certezze e il modo di vivere di tanti. Forse impareremo di nuovo a vivere a ritmi diversi e più “umani” e avremo la possibilità di goderci anche un bel libro, ritrovando un po’ di tempo per noi stessi, per coltivare qualche nuova passione.

 Quali canali editoriali utilizza per la pubblicazione delle sue opere?

Il primo libro è stato pubblicato da una piccola casa editrice. Devo dire che l’esperienza non è stata molto positiva, purtroppo.

Mi piacerebbe tanto scrivere per una grande casa editrice, ma sono anni che invio le mie opere per una valutazione e nessuna di queste ha mai risposto. Intendo dire che moltissime non hanno proprio risposto nulla! Nell’editoria vige il silenzio diniego. Una piccola percentuale invece ha semplicemente risposto che non gli interessava il mio lavoro perché avevano già troppe proposte.

Allora, piuttosto che lasciare i miei libri chiusi nel mio computer, ho deciso di metterli tutti su Amazon. Sono partito otto anni fa con il mio secondo libro in formato ebook e poi Amazon mi ha proposto di metterli anche in versione cartacea.

La loro piattaforma Amazon mi permette attualmente di essere letto da tutti e di essere anche abbastanza visibile, ma purtroppo non sono ancora sugli scaffali delle librerie ed è una grossa pecca che mi tiene lontano dalle vendite importanti.

Dopo la pubblicazione del suo ultimo romanzo, L’oscuro incantatore, in questo momento si sta dedicando a un nuovo progetto?

Sì. Ultimamente sto lavorando al seguito del mio ultimo romanzo. Anche questo sarà ambientato in America e ci saranno alcuni dei miei personaggi ricorrenti (come il capitano Crane) che hanno dato ormai origine a una serie che parte dal mio primo racconto. Questo che sto scrivendo chiuderà la trilogia.

L'oscuro incantatore

 

I racconti di Roberto Graniglia sono tutti disponibili su Amazon in formato e-book e cartaceo:

 

– Il lungo Samhain (2010)
– Il pupazzo di Dylan (2013)
– Cinque passi nell’incubo (2014)
– La casa diroccata (2015)
– Il cuore di Marta (2016)
– Nel mio sangue (2017)
– L’oscuro incantatore (2019)

 

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