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“La pandemia ha interrotto una consuetudine di cui sentivamo tutti la mancanza – dichiara il presidente Gianluca Bagnara – Questo nuovo incontro ci ha permesso di fare il punto sull’andamento del settore anche alla luce della nuova Pac che entrerà in vigore il primo gennaio 2023. Abbiamo davanti sfide e opportunità. Nessuna deve essere sottovalutata”

Ravenna, 20 dicembre 2021 – Dopo due anni dall’ultimo incontro, sospeso nel 2020 a causa della pandemia, i produttori di erba medica associati ad AIFE/Filiera Italiana Foraggi  hanno finalmente potuto rivedersi di persona nel rispetto delle norme antiCovid previste.

È avvenuto lo scorso venerdì 17 dicembre presso il Centro Congressi del Grand Hotel di Rimini, dove un numeroso e rappresentativo gruppo del settore non ha voluto mancare a un appuntamento atteso da tempo.

Il presidente Gianluca Bagnara, eletto peraltro nei giorni scorsi alla vicepresidenza della Rete Internazionale per la Biodiversità del Suolo all’interno della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura)  e il suo vice Riccardo Severi hanno fatto gli onori di casa, introducendo i lavori che hanno caratterizzato l’incontro al quale hanno partecipato Paolo De Castro, vicepresidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale a Bruxelles, Maria Teresa Pacchioli, ricercatrice presso il Centro ricerche produzioni animali (Crpa) di Reggio Emilia e Angelo Frascarelli, eletto di recente alla presidenza di Ismea.

“Nonostante le difficoltà imposte dalla pandemia – ha introdotto Bagnara – la nostra attività in questi due anni non si è mai fermata e anzi ha avviato progetti importanti che non solo puntano a valorizzare l’erba medica e le foraggere prodotte in Italia, ma intendono caratterizzarle proprio come un valore in sé. Per questo è nato il progetto MediCarbonio, finalizzato a stabilire insieme al Crpa, nostro partner scientifico, gli standard per la corretta valutazione dell’impronta del carbonio nei terreni coltivati a erba medica della Romagna, a cui si aggiunge il recente via libera del ministero della Transizione Ecologica per la certificazione made green in Italy destinata a premiare le aziende produttrici più virtuose, documento rispetto al quale stiamo predisponendo il protocollo applicativo”.

“Abbiamo costituito un Gruppo scientifico a cui collaborano i più illustri professionisti del settore – gli ha fatto eco Riccardo Severi –  Avviato il censimento con i mangimisti sull’uso del foraggio in pellet essiccato, inoltrato la richiesta di sostegno legata al costo dei containers che negli ultimi mesi ha registrato aumenti vertiginosi; abbiamo avuto contatti con Enel per portare avanti il progetto Agri-Energia e ci siamo incontrati con i vertici del Gruppo GranLatte per verificare la possibilità di avviare una comunicazione di filiera legata al tema ambientale. Non tutte le iniziative sono in fase avanzata – ha sottolineato Severi – ma le basi che abbiamo gettato sono sicuramente impostate verso una loro definizione positiva”.

In questo scenario incoraggiante davanti al quale comunque i vertici di AIFE/Filiera Italiana Foraggi non nascondono i problemi legati alle tante incertezze del momento, a iniziare dai rincari delle materie prime e dei trasporti, l’approvazione della nuova Pac che entrerà in vigore il 1 gennaio 2023 rappresenta al tempo stesso una sfida e una grande opportunità. “La grande novità introdotta dalla nuova Pac riguarda la parte legata all’ambiente – ha sottolineato nel suo intervento da Bruxelles Paolo De Castro – che attraverso l’introduzione degli ecoschemi potrà delineare prospettive molto interessanti per le produzioni foraggere, dotate di tutti i requisiti richiesti dalla sostenibilità. Anche per la Pac 2023-2027 la dotazione finanziaria sarà importante e insieme alle risorse previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza diventerà ancor più significativa. Certo, con la redistribuzione ci sarà chi perde e chi guadagna e tra i primi la più colpita sarà la zootecnia. Anche per questo sarà importante intercettare tutte le opportunità del documento di politica agricola europea, non sottovalutando le possibili conseguenze di un’azione sistematica da parte di organizzazioni animaliste e ambientaliste che spingono sull’Europa affinchè ci sia un radicale ridimensionamento delle produzioni zootecniche: trascurare questo aspetto sarebbe un grave errore”.

“Come sarebbe un errore ritenere la Pac un diritto acquisito –  ha affermato Angelo Frascarelli – un intervento diciamo pure scontato che scontato, probabilmente, dopo il 2027 non sarà più. Intanto però guardiamo al documento che fra poco più di un anno entrerà in vigore, all’interno del quale, grazie ai 5 ecoschemi presentati il 13 dicembre scorso dal nostro Paese e ai quali vanno il 25% delle risorse stanziate, per le leguminose foraggere e l’erba medica in particolare è previsto un premio di 110euro/ha, uno dei più elevati tra quelli previsti”.

Prosegue intanto l’attività del Centro ricerche produzioni animali di Reggio Emilia all’interno del progetto MediCarbonio per mappare l’area della Romagna e stabilire il contenuto di carbonio organico nel terreno. “I primi risultati parziali che stiamo analizzando – ha spiegato Maria Teresa Pacchioli del Crpa – ci consegnano una situazione a macchia di leopardo. È in ogni caso fuori discussione il vantaggio in termini di impronta di carbonio derivante dalla coltivazione di erba medica rispetto alla soia. I dati parlano chiaro. Se con una produzione di 10,8 tonnellate di sostanza secca/ha di erba medica si generano 129 kg di CO2equivalente/tonnellata/sostanza secca e 806 kg di CO2 equivalente/tonnellata di proteine, per 2,15 tonnellate/ha di sostanza secca di soia brasiliana il dato schizza a 6.031 kg di CO2eq/t di sostanza secca e addirittura 15.870 kg di CO2eq/tonnellate di proteine. Il dato si riduce molto se ci si riferisce alla soia italiana: con 2,75 tonnellate di sostanza secca/ha prodotte si generano 705kg di CO2eq/t/sostanza secca e 1.855 kg di CO2eq/tonnellate di proteine: il vantaggio dell’erba medica è comunque irraggiungibile”.

Sul tavolo della discussione è stato poi gettato il tema della commercializzazione, con tutti gli aspetti economici ad esso legati. Una discussione che ha animato la sala e che non si è esaurito. A riprova del fatto che il comparto produttivo dell’erba medica, dato per spacciato non più tardi di dieci anni fa, oggi è vivo e vegeto e intende legittimamente far sentire la sua voce. Forte e chiara.

Sono una trentina gli impianti di trasformazione nel nostro Paese che fanno capo ad AIFE/Filiera Italiana Foraggi dove viene conferita l’erba medica prodotta su 90mila ettari di superficie, per una produzione complessiva di circa 1 milione di tonnellate/anno di foraggi essiccati e disidratati. Dopo la Spagna, l’Italia è il secondo maggiore produttore europeo. Importante il giro d’affari dell’intera filiera che tra indotto e fatturato permette ad AIFE/Filiera Italiana Foraggi di toccare una media annua di circa 450 milioni di euro, garantendo lavoro a circa 13.500 persone: 1.500 dipendenti, 8.000 agricoltori e 4.000 tra terzisti e fornitori.

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