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Dall’energia come costo all’energia come infrastruttura territoriale: efficienza, CER e filiere agroalimentari

di Nicolò Passeri

Fotovoltaico

Energia e territori rurali: da input produttivo a fattore strategico
Per lungo tempo l’energia è stata considerata, nei territori rurali e nelle imprese agricole, un semplice input produttivo: una voce di costo necessaria per alimentare macchinari, impianti di trasformazione, sistemi di irrigazione e conservazione. Questa visione riduttiva ha contribuito a collocare il tema energetico ai margini delle strategie di sviluppo rurale, trattandolo come una variabile tecnica da ottimizzare esclusivamente in funzione dell’efficienza aziendale. L’evoluzione dei contesti economici, ambientali e geopolitici ha però reso sempre meno sostenibile questa impostazione.
Le crisi energetiche degli ultimi anni hanno messo in evidenza come l’energia incida in modo strutturale sulla competitività delle filiere agroalimentari e sulla stabilità economica dei territori rurali. La crescente volatilità dei prezzi, la dipendenza dalle importazioni di fonti fossili e l’esposizione a shock esterni hanno accentuato la vulnerabilità di sistemi produttivi già caratterizzati da margini contenuti e da una forte incidenza dei costi intermedi. In questo quadro, l’energia assume un ruolo strategico, capace di condizionare non solo i costi di produzione, ma anche le scelte organizzative, gli investimenti e la capacità di permanenza delle attività economiche nei territori (OECD, 2019).
Nei contesti rurali questa dinamica risulta particolarmente evidente. L’agricoltura e l’agroindustria presentano un’intensità energetica spesso sottostimata, che riguarda l’intera filiera, dalla produzione primaria alla trasformazione, dallo stoccaggio alla distribuzione. La frammentazione aziendale, la localizzazione periferica e la distanza dai principali nodi infrastrutturali contribuiscono ad aumentare i costi energetici e a ridurre le possibilità di accesso a soluzioni avanzate. L’energia diventa così un fattore che incide direttamente sulla redditività delle imprese e sulla capacità dei territori di mantenere un tessuto produttivo attivo e competitivo (European Commission, 2022).
Parallelamente, le politiche europee hanno progressivamente ampliato il quadro entro cui l’energia viene interpretata, collegandola non solo agli obiettivi climatici, ma anche alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla coesione territoriale. La transizione energetica viene sempre più letta come un processo che attraversa i territori, influenzando assetti produttivi, relazioni economiche e forme di organizzazione locale. In questo senso, l’energia non è più soltanto un fattore tecnico, ma una componente che interagisce con le politiche di sviluppo rurale, con le strategie di filiera e con le modalità di governo delle risorse locali.
Nei territori rurali, questa evoluzione pone nuove questioni di governance. La gestione dell’energia non riguarda più esclusivamente il singolo operatore o la singola azienda, ma coinvolge una pluralità di soggetti, pubblici e privati, chiamati a confrontarsi su scelte che hanno effetti collettivi. L’energia entra così nel perimetro delle politiche territoriali, ponendo le basi per una lettura integrata dei rapporti tra produzione agricola, infrastrutture, sostenibilità e sviluppo locale, che verrà approfondita nelle sezioni successive.

La transizione energetica come strategia di adattamento territoriale

Nel dibattito pubblico la transizione energetica viene spesso interpretata prevalentemente come una risposta agli obiettivi climatici e alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Pur rappresentando una dimensione centrale, questa lettura risulta parziale se applicata ai territori rurali, dove la transizione energetica assume anche il significato di una strategia di adattamento economico e territoriale. In questi contesti, il passaggio a sistemi energetici più efficienti e decentralizzati non riguarda soltanto la sostenibilità ambientale, ma incide direttamente sulla capacità dei territori di far fronte a shock esterni e a condizioni di crescente incertezza.
Le recenti crisi geopolitiche hanno mostrato come la dipendenza da fonti energetiche esterne rappresenti un fattore di vulnerabilità strutturale. I territori rurali, spesso collocati ai margini delle grandi reti infrastrutturali, subiscono in modo amplificato gli effetti delle interruzioni delle forniture e delle oscillazioni dei prezzi. In questo scenario, la transizione energetica può essere letta come un processo di riduzione del rischio, orientato a rafforzare l’autonomia e la stabilità dei sistemi locali, piuttosto che come una mera riconversione tecnologica (OECD, 2020).
La decentralizzazione dei sistemi energetici costituisce uno degli elementi chiave di questa trasformazione. La possibilità di produrre energia a scala locale, utilizzando risorse disponibili sul territorio, consente di ridurre la dipendenza da forniture esterne e di adattare l’offerta energetica alle esigenze specifiche dei contesti rurali. Questa caratteristica rende i sistemi energetici decentralizzati particolarmente adatti a territori caratterizzati da bassa densità abitativa, elevata dispersione delle attività produttive e forte integrazione tra uso del suolo e attività economiche (European Commission, 2022).
Nel settore agricolo, la transizione energetica si intreccia con processi di adattamento già in atto. L’aumento dei costi energetici, la pressione sui margini di redditività e la crescente attenzione alla sostenibilità stanno spingendo molte imprese a rivedere le proprie strategie produttive. L’adozione di soluzioni energetiche più efficienti e rinnovabili diventa così una componente delle strategie di resilienza aziendale, contribuendo a stabilizzare i costi e a ridurre l’esposizione alle fluttuazioni dei mercati energetici.
La dimensione territoriale della transizione emerge anche nella relazione tra energia e altre politiche pubbliche. Le scelte in materia energetica influenzano l’uso del suolo, la gestione delle risorse naturali e l’organizzazione delle filiere produttive, richiedendo un coordinamento con le politiche agricole, ambientali e di sviluppo rurale. In assenza di questo coordinamento, il rischio è quello di generare conflitti tra obiettivi diversi, ad esempio tra produzione energetica, tutela del paesaggio e attività agricole tradizionali, compromettendo l’accettabilità sociale degli interventi (Barca, 2009).
In questo quadro, la transizione energetica nei territori rurali non può essere ridotta a un insieme di interventi puntuali o a una semplice sostituzione delle fonti energetiche. Essa implica una riorganizzazione più ampia dei sistemi territoriali, che coinvolge attori diversi e richiede capacità di governance multilivello. Le istituzioni pubbliche, le imprese agricole, le organizzazioni di filiera e le comunità locali sono chiamate a confrontarsi su scelte che incidono sul futuro dei territori, rendendo la transizione energetica un processo intrinsecamente sociale oltre che tecnico.
La lettura della transizione energetica come strategia di adattamento territoriale consente quindi di superare una visione esclusivamente normativa o tecnologica, mettendo in evidenza il legame tra energia, resilienza e sviluppo rurale. In questo senso, l’energia diventa una leva attraverso cui i territori possono rafforzare la propria capacità di risposta alle trasformazioni in atto, ridefinendo le relazioni tra produzione, risorse e governance, che saranno approfondite nelle sezioni successive.

Fotovoltaico in agricoltura

Efficienza energetica in agricoltura: il primo livello di governo dell’energia
Nel percorso di trasformazione dei sistemi energetici rurali, l’efficienza energetica rappresenta il primo e più immediato livello di governo dell’energia. Prima ancora di introdurre nuove fonti rinnovabili, la riduzione dei consumi e l’ottimizzazione dell’uso dell’energia esistente costituiscono una leva fondamentale per migliorare la sostenibilità economica e ambientale delle imprese agricole. In molti casi, tuttavia, l’efficienza energetica è stata a lungo sottovalutata, sia per la difficoltà di misurare i consumi in modo puntuale, sia per la percezione dell’energia come costo inevitabile e poco controllabile.
Nel settore agricolo, i consumi energetici sono distribuiti lungo una pluralità di processi che spaziano dalla lavorazione dei terreni all’irrigazione, dalla trasformazione dei prodotti alla conservazione e alla logistica. Questa frammentazione rende meno immediata l’individuazione delle aree di intervento e contribuisce a una scarsa consapevolezza dell’incidenza reale dell’energia sul conto economico aziendale. In assenza di strumenti di monitoraggio e di una visione integrata dei flussi energetici, le imprese tendono a intervenire in modo reattivo, piuttosto che strategico (OECD, 2019).
L’efficienza energetica assume invece una valenza strategica quando viene letta come fattore di stabilizzazione del reddito. La riduzione dei consumi e l’ottimizzazione dei processi consentono di contenere i costi operativi, riducendo l’esposizione alle fluttuazioni dei prezzi dell’energia. In un contesto caratterizzato da margini sempre più compressi, anche interventi apparentemente marginali possono produrre effetti significativi sulla redditività complessiva delle aziende agricole, contribuendo a rafforzarne la resilienza economica (European Commission, 2022).
Un ulteriore aspetto rilevante riguarda il legame tra efficienza energetica ed economia circolare. In molte realtà rurali, l’energia può essere recuperata e riutilizzata attraverso processi di cogenerazione, recupero del calore e valorizzazione dei sottoprodotti agricoli. Queste pratiche consentono di trasformare scarti e inefficienze in risorse, riducendo al contempo i costi energetici e l’impatto ambientale delle attività produttive. L’efficienza energetica diventa così parte integrante di una strategia più ampia di ottimizzazione delle risorse territoriali.
Dal punto di vista territoriale, la diffusione di pratiche di efficienza energetica contribuisce a rafforzare la capacità complessiva dei sistemi rurali di adattarsi ai cambiamenti. Quando un numero crescente di imprese riduce i propri consumi e migliora l’uso dell’energia, gli effetti positivi si estendono oltre il perimetro aziendale, incidendo sulla domanda energetica locale e sulla sostenibilità delle infrastrutture. In questo senso, l’efficienza energetica non è solo una scelta individuale, ma un elemento che può produrre benefici collettivi se inserito in una cornice di governance territoriale (OECD, 2020).
Nonostante questi potenziali vantaggi, l’adozione di misure di efficienza energetica incontra ancora numerosi ostacoli nei territori rurali. Tra questi figurano la limitata disponibilità di competenze tecniche, la difficoltà di accesso agli investimenti iniziali e la frammentazione delle informazioni. Queste barriere rendono evidente come l’efficienza energetica non possa essere affidata esclusivamente all’iniziativa individuale delle imprese, ma richieda il supporto di politiche pubbliche e di attori intermedi capaci di facilitare l’adozione delle soluzioni più appropriate.
In questa prospettiva, l’efficienza energetica si configura come un primo livello di governo dell’energia, che prepara il terreno a forme più avanzate di organizzazione dei sistemi energetici locali. Essa consente di rendere più efficace l’integrazione delle fonti rinnovabili e di ridurre le tensioni tra domanda e offerta energetica, ponendo le basi per modelli di gestione collettiva dell’energia che coinvolgono imprese, territori e comunità locali.

Campo eolico

Comunità Energetiche Rinnovabili: energia come bene comune territoriale

Nel percorso di trasformazione dei sistemi energetici rurali, le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano un passaggio che va oltre la dimensione tecnica della produzione di energia. Esse introducono una diversa concezione dell’energia, non più intesa esclusivamente come merce scambiata sul mercato, ma come risorsa condivisa, gestita collettivamente e radicata nel territorio. Questa impostazione segna un cambiamento rilevante nel modo in cui imprese, istituzioni e cittadini si rapportano all’energia, spostando l’attenzione dai singoli impianti ai sistemi locali di produzione e consumo.
Le Comunità Energetiche si inseriscono in un quadro normativo europeo che promuove la partecipazione attiva degli utenti finali alla transizione energetica, in particolare attraverso la Direttiva (UE) 2018/2001 sulle energie rinnovabili, che riconosce formalmente le comunità energetiche come soggetti giuridici autonomi orientati a benefici ambientali, economici e sociali piuttosto che al profitto (European Commission, 2019). In Italia, questo impianto è stato recepito inizialmente in forma sperimentale con il Decreto-Legge n. 162/2019, convertito nella Legge n. 8/2020, che ha introdotto per la prima volta la possibilità di costituire comunità energetiche e sistemi di autoconsumo collettivo.
Il quadro normativo nazionale si è poi consolidato con il Decreto Legislativo n. 199/2021, che ha recepito in modo organico la direttiva europea, ampliando la platea dei soggetti ammessi, la dimensione degli impianti e il perimetro territoriale delle comunità energetiche. Questo passaggio ha segnato un’evoluzione significativa, trasformando le CER da sperimentazioni locali a strumenti strutturali della politica energetica italiana, con potenziali ricadute rilevanti per i territori rurali (Ministero della Transizione Ecologica, 2021).
Dal punto di vista territoriale, le CER possono essere lette come vere e proprie infrastrutture immateriali. Esse non si limitano a collegare impianti e utenze, ma costruiscono relazioni tra soggetti diversi, creando spazi di cooperazione che incidono sulla governance locale. La condivisione dell’energia richiede infatti regole comuni, meccanismi decisionali condivisi e una distribuzione trasparente dei benefici. In assenza di questi elementi, il rischio è che le comunità energetiche si riducano a progetti tecnici privi di una reale capacità trasformativa sul tessuto territoriale.
Nel settore agricolo, le Comunità Energetiche assumono una rilevanza specifica anche alla luce delle politiche nazionali di sostegno agli investimenti. Le imprese agricole possono contribuire alla produzione di energia rinnovabile attraverso impianti fotovoltaici, biogas o altre soluzioni compatibili con le attività produttive, integrando l’energia nella gestione aziendale. In questo quadro, strumenti come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno rafforzato il ruolo delle CER, prevedendo misure dedicate allo sviluppo delle comunità energetiche nei piccoli comuni e nelle aree rurali, con l’obiettivo di ridurre i costi energetici e favorire la coesione territoriale (Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2021).
Le Comunità Energetiche contribuiscono inoltre a rafforzare l’accettabilità sociale della transizione energetica. Nei territori rurali, l’introduzione di nuovi impianti può generare conflitti legati all’uso del suolo, al paesaggio e alla distribuzione dei benefici. La logica comunitaria, riconosciuta anche dalla normativa nazionale, consente di affrontare queste tensioni rendendo più visibili i vantaggi locali e coinvolgendo direttamente gli attori del territorio nei processi decisionali. In questo senso, le CER trasformano la transizione energetica da processo percepito come imposto a processo negoziato e condiviso (Sørensen & Torfing, 2005).
Nel quadro della governance multilivello, le Comunità Energetiche si collocano all’intersezione tra politiche europee, regolazioni nazionali e iniziative locali. La loro efficacia dipende dalla capacità di adattare strumenti normativi e incentivi finanziari alle condizioni specifiche dei territori rurali, evitando modelli standardizzati che rischiano di non cogliere le differenze locali. Le CER rappresentano così un laboratorio avanzato di governance territoriale, in cui l’energia diventa uno spazio di sperimentazione di nuove forme di coordinamento tra attori, risorse e livelli decisionali.

Governance delle Comunità Energetiche e ruolo degli attori locali

Il funzionamento delle Comunità Energetiche Rinnovabili non dipende esclusivamente dalla disponibilità di tecnologie o di incentivi economici, ma in larga misura dalla qualità dei processi di governance che ne accompagnano la progettazione e l’attuazione. Le CER non sono semplici configurazioni tecniche di produzione e consumo di energia, bensì sistemi socio-istituzionali che richiedono coordinamento, fiducia e capacità di mediazione tra soggetti portatori di interessi diversi. In assenza di una governance adeguata, anche progetti energeticamente efficienti rischiano di produrre risultati limitati o di generare conflitti sul territorio.
La governance delle Comunità Energetiche si fonda su una pluralità di attori che operano a livelli differenti. Enti locali, imprese agricole, cittadini, cooperative e altri soggetti economici sono chiamati a condividere decisioni che riguardano la gestione dell’energia, la ripartizione dei benefici e l’organizzazione delle attività. Questo carattere multi-attoriale rende le CER un esempio concreto di governance territoriale, in cui il potere decisionale è distribuito e le scelte emergono da processi di interazione piuttosto che da atti unilaterali (Rhodes, 1996).
Il ruolo degli enti locali risulta particolarmente rilevante, soprattutto nelle fasi iniziali di avvio delle Comunità Energetiche. I Comuni possono agire come promotori e facilitatori, mettendo a disposizione spazi, competenze amministrative e legittimazione istituzionale. Nei territori rurali, dove la capacità organizzativa degli operatori economici può essere limitata, la presenza attiva dell’ente locale contribuisce a ridurre l’incertezza e a favorire la partecipazione degli attori più piccoli. Questa funzione di accompagnamento è coerente con l’evoluzione del ruolo pubblico nel paradigma della governance, che privilegia il coordinamento rispetto al comando (Pierre & Peters, 2000).
Accanto alle istituzioni pubbliche, gli attori intermedi svolgono un ruolo chiave nella governance delle CER. Cooperative, Consorzi e organizzazioni di filiera possono fungere da cerniera tra le esigenze delle imprese e il quadro normativo, facilitando l’aggregazione degli interessi e la gestione operativa delle comunità energetiche. In ambito agricolo, questi soggetti dispongono spesso di una conoscenza approfondita del territorio e delle dinamiche produttive, che risulta essenziale per adattare i modelli di comunità energetica alle specificità locali (OECD, 2019).
La partecipazione degli attori locali rappresenta un elemento centrale, ma non privo di criticità. La normativa italiana riconosce alle CER una finalità prevalentemente sociale e ambientale, orientata alla generazione di benefici diffusi piuttosto che al profitto (D.Lgs. 199/2021). Tuttavia, tradurre questo principio in pratiche concrete richiede meccanismi di partecipazione effettiva e trasparente. In assenza di regole chiare e condivise, il rischio è che la governance venga catturata da soggetti più forti o che la partecipazione si riduca a una dimensione formale, priva di reale incidenza sulle decisioni (Sørensen & Torfing, 2005).
Un ulteriore aspetto critico riguarda la distribuzione dei benefici generati dalle Comunità Energetiche. La ripartizione dei vantaggi economici, come il risparmio sui costi energetici o gli incentivi riconosciuti, costituisce uno dei nodi più delicati della governance. Nei territori rurali, dove le disuguaglianze economiche e dimensionali tra operatori possono essere significative, una distribuzione percepita come iniqua può minare la fiducia e compromettere la sostenibilità delle iniziative nel lungo periodo. La definizione di criteri chiari e condivisi rappresenta quindi una componente essenziale della governance delle CER (OECD, 2020).
La governance delle Comunità Energetiche assume inoltre una dimensione dinamica. Le condizioni tecnologiche, normative ed economiche in cui operano le CER sono soggette a continui cambiamenti, richiedendo capacità di adattamento e di apprendimento collettivo. In questo senso, le CER possono essere interpretate come veri e propri laboratori territoriali, in cui gli attori sperimentano nuove forme di cooperazione e sviluppano competenze utili anche in altri ambiti dello sviluppo rurale.
Nel contesto della governance multilivello, le Comunità Energetiche rappresentano un punto di incontro tra politiche europee, regolazioni nazionali e iniziative locali. La capacità di coordinare questi livelli influisce direttamente sull’efficacia delle CER e sulla loro integrazione nelle strategie territoriali più ampie. La governance delle comunità energetiche diventa così un banco di prova per valutare la capacità dei territori rurali di gestire processi complessi, in cui energia, sviluppo economico e coesione sociale risultano strettamente interconnessi.

CER, Consorzi e filiere agroalimentari: energia, qualità e reputazione territoriale

L’integrazione tra Comunità Energetiche Rinnovabili, Consorzi e filiere agroalimentari rappresenta uno degli ambiti in cui il potenziale della governance territoriale emerge con maggiore evidenza. Nei territori rurali, le filiere non sono soltanto catene produttive, ma sistemi economici e sociali profondamente radicati nel contesto locale. L’energia, quando viene organizzata in forma collettiva, può diventare un fattore di rafforzamento di questi sistemi, contribuendo a ridurre i costi strutturali, a migliorare la competitività e a consolidare il legame tra prodotto e territorio.
I Consorzi, in particolare quelli legati alle denominazioni di origine, dispongono di caratteristiche che li rendono attori naturali della governance energetica di filiera. Essi operano già come strutture di coordinamento tra imprese, definiscono regole condivise e gestiscono beni collettivi come la reputazione e la qualità del prodotto. In questo senso, l’estensione del loro ruolo all’ambito energetico non rappresenta una discontinuità, ma un’evoluzione coerente con le funzioni che essi svolgono storicamente nei territori rurali (Belletti et al., 2017).
La possibilità di integrare le CER nelle filiere agroalimentari apre opportunità rilevanti sul piano economico. La riduzione dei costi energetici lungo le fasi di produzione, trasformazione e conservazione consente di migliorare la stabilità dei margini e di ridurre l’esposizione alle fluttuazioni dei mercati energetici. Questo aspetto risulta particolarmente significativo per le filiere di qualità, che operano spesso con costi di produzione più elevati e con standard rigorosi. L’energia condivisa diventa così una leva di competitività sistemica, che agisce sull’intera filiera piuttosto che sul singolo operatore (OECD, 2019).
Accanto alla dimensione economica, l’integrazione tra energia e filiere incide sulla reputazione territoriale. Le strategie di sostenibilità ambientale sono sempre più rilevanti nella percezione dei consumatori e nei rapporti con la distribuzione. In questo contesto, l’utilizzo di energia rinnovabile prodotta e condivisa localmente rappresenta un elemento concreto e verificabile, che rafforza la credibilità delle narrazioni legate alla qualità e all’origine dei prodotti. A differenza di approcci basati esclusivamente su compensazioni o dichiarazioni generiche, le CER consentono di ancorare la sostenibilità a pratiche territoriali reali (Barjolle et al., 2018).
L’energia assume quindi un ruolo che va oltre la dimensione tecnica, diventando parte integrante della qualità complessiva del prodotto. Nelle filiere DOP e IGP, dove il legame con il territorio è un elemento costitutivo del valore, l’energia rinnovabile locale contribuisce a rafforzare la coerenza tra processo produttivo e identità territoriale. Questo allineamento riduce il rischio di greenwashing e rende più solido il posizionamento dei prodotti sui mercati, soprattutto in un contesto di crescente attenzione alle asserzioni ambientali (European Commission, 2023).
Nel quadro normativo italiano, la possibilità di coinvolgere soggetti collettivi come cooperative e Consorzi nelle Comunità Energetiche amplia ulteriormente questo potenziale. Il Decreto Legislativo n. 199/2021 riconosce infatti un’ampia platea di soggetti ammissibili, consentendo di costruire configurazioni energetiche che riflettono l’organizzazione reale delle filiere e dei territori. Questa apertura normativa favorisce l’emergere di modelli in cui l’energia diventa una componente strutturale delle strategie di sviluppo rurale, piuttosto che un elemento accessorio.
L’integrazione tra CER, Consorzi e filiere richiede tuttavia una governance attenta, capace di gestire interessi diversi e di mantenere un equilibrio tra obiettivi economici, ambientali e sociali. La distribuzione dei benefici energetici, il coordinamento delle decisioni e la trasparenza dei processi assumono un ruolo centrale per evitare che l’energia diventi un nuovo fattore di frammentazione. In questo senso, la governance di filiera e la governance territoriale si sovrappongono, offrendo un terreno di sperimentazione avanzato per modelli di sviluppo rurale integrati, in cui energia, qualità e territorio concorrono alla costruzione di valore condiviso.

Bibliografia

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Barjolle, D., Belletti, G., & Marescotti, A. (2018). Geographical indications and the commons: A conceptual framework. In W. van Caenegem & J. Cleary (Eds.), The importance of place: Geographical indications as a tool for local and regional development (pp. 33–54). Springer.
Belletti, G., Marescotti, A., & Touzard, J.-M. (2017). Geographical indications, public goods, and sustainable development: The roles of actors’ strategies and public policies. World Development, 98, 45–57. doi:10.1016/j.worlddev.2015.05.004
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European Commission. (2022). REPowerEU plan. Communication from the Commission to the European Parliament, the European Council, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions. COM(2022) 230 final.
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Hooghe, L., & Marks, G. (2001). Multi-level governance and European integration. Rowman & Littlefield.
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Pierre, J., & Peters, B. G. (2000). Governance, politics and the state. Macmillan.
Putnam, R. D. (1993). Making democracy work: Civic traditions in modern Italy. Princeton University Press.
Rhodes, R. A. W. (1996). The new governance: Governing without government. Political Studies, 44(4), 652–667. doi:10.1111/j.1467-9248.1996.tb01747.x
Sørensen, E., & Torfing, J. (2005). The democratic anchorage of governance networks. Scandinavian Political Studies, 28(3), 195–218. doi:10.1111/j.1467-9477.2005.00129.x

 

Nicolò Passeri, Dottore Agronomo, libero professionista. Consulente per imprese agricole ed agroalimentari in ambito tecnico legale. Svolge analisi economico-estimative e di marketing dei processi produttivi. Supporta le imprese nella valorizzazione in filiera delle produzioni e nello sviluppo e dei sistemi di certificazione volontari e regolamentati. Docente presso ITS Academy Agroalimentare.