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È possibile incrementare il turismo paesaggistico sull’Appennino tosco-emiliano-romagnolo?

di Paolo Degli Antoni

Appennino tosco romagnolo

L’Appennino tosco-emiliano-romagnolo ha avuto uno sviluppo turistico più tardivo rispetto a quello alpino, in parte per motivi infrastrutturali, per la limitata e faticosa accessibilità di molte valli, in parte perché il suo paesaggio non ha quella grandiosità soverchiante che caratterizza le Alpi e l’Appennino centrale, in parte per motivi climatici, dato che l’estensione altitudinale del territorio adatto agli sport invernali è più modesta e per il limitato insediamento umano in altitudine.
L’apertura della ferrovia Bologna-Pistoia, inaugurata il 2 novembre 1864 dal re d’Italia per raggiungere in seguito la nuova capitale, incoraggiò lo sviluppo turistico dei paesi montani posti lungo il suo percorso, come Porretta Terme, appetita anche per le possibilità di cura, Pracchia e San Mommè; l’apertura della ferrovia a scartamento ridotto Pracchia-Mammiano tra il 1926 e il 1965 favorì l’estensione del turismo montano anche a Maresca, Gavinana e San Marcello Pistoiese. Nessun’altra ferrovia attraversa l’Appennino settentrionale a quote favorevoli al turismo montano e la rete stradale è composta da tracciati tortuosi con carreggiate strette, talvolta di antica concezione (es. strada dell’Abetone e del Brennero aperta nel 1781, passo della Collina, aperto nel 1848) non invitante per le persone che soffrono di mal d’auto; di questa circostanza sono consapevoli gli esercenti serviti dalla ferrovia, che perdono una parte della clientela quando la sospensione del servizio per manutenzione periodica avviene in estate (è stato così nel 2020 e nel 2021); il servizio automobilistico sostitutivo è adatto a stomaci forti.
La pratica amatoriale dello sci, più tardiva e lenta rispetto alle Alpi, ebbe avvio all’Abetone oltre un secolo fa, ricevendo poi impulso dai successi agonistici di campioni e campionesse locali.
Nell’ultimo trentennio del XX secolo lo sci si diffuse in altre località, molte delle quali poste ad altitudini modeste e/o su monti dalla morfologia inidonea allo sviluppo di una estesa rete di piste innevate per diversi mesi l’anno e dei relativi impianti di risalita, risultando attrattive quasi solo a gitanti giornalieri di prossimità. La pandemia Covid-19, con restrizioni al turismo interregionale e con chiusura degli impianti di risalita, ha riproposto anche nelle località più famose questo escursionismo di prossimità: gli alberghi e i ristoranti erano pieni nel fine settimana e, grazie all’eccezionale innevamento dei primi mesi del 2021, hanno avuto successo le iniziative sportive ammesse, come ciaspolate, sci di fondo e sci-alpinismo.
Il cambiamento climatico ha limitato ulteriormente il territorio suscettibile di sviluppo del turismo montano (oggi generalmente coincidente col limite paesaggistico legale di 1200 m.s.m.), per l’innalzarsi del limite inferiore dell’innevamento invernale e delle giornate di calura estive; per esempio nell’estate 2022 la temperatura massima pomeridiana al passo di Monte Oppio (PT, 821 m.s.m.) ha superato molte volte i 30°C, un albergo storico posto appena sotto i 600 m.s.m., che si era vantato a lungo di non averne bisogno, ha installato condizionatori d’aria.

Punti di forza e di debolezza
La maggiore qualità paesaggistica dell’Appennino settentrionale è la sua boscosità, particolarmente pregiata nelle riserve naturali istituite a tutela delle biodiversità e nella rete ecologica europea Natura 2000, estesa anche a praterie e brughiere subalpine; due parchi nazionali (Appennino tosco-emiliano e FoCaMoFaCa) hanno ricevuto riconoscimenti internazionali per la speciale biodiversità. La matrice paesaggistica e la composizione floristica del bosco con prevalenza di fagacee rende l’Appennino settentrionale particolarmente adatto alla terapia forestale; iniziative in questo senso si incrementano nel tempo, ma fanno anche presto ad esaurirsi, rivelandosi volatili a lungo termine.
La rete sentieristica, del CAI e degli Enti locali, è abbastanza fitta, ma non uniformemente mantenuta, lo scarso popolamento costringe gli escursionisti a partire da quote troppo basse, rendendo faticosi i lunghi percorsi con grandi dislivelli, inconveniente a cui si potrebbe ovviare con navette dedicate, fino a punti d’interesse in quota, per esempio l’osservatorio astronomico di Pian dei Termini e Casetta Pulledrari (PT). Un’anomalia positiva si registra nel Comune di Abetone-Cutigliano, dove sono in funzione anche in estate impianti di risalita.
Il turismo culturale è limitato dalla scarsità di insediamenti storici in quota; tra i borghi di maggior pregio uno solo ricompreso tra i più belli d’Italia (Fiumalbo), e due bandiere arancioni del TCI (Cutigliano e Sestola) si trovano oltre 600 m.s.m. Un indicatore significativo è il vincolo paesaggistico per decreto, imposto a limitate aree del crinale appenninico principale oltre i 1200 m.s.m., scarse specialmente in Toscana, diversamente da Amiata, Apuane e Pratomagno, montagne più ampiamente tutelate. Importanti beni culturali sono associati alla spiritualità, per esempio Camaldoli e la Verna (AR), Madonna dell’Acero (BO) e Vallombrosa (FI).
Resta da verificare se avrà successo la narrazione di Legambiente a proposito degli impianti eolici, proposti come attrazione paesaggistica aggiuntiva. Nel caso di Vento di Zeri -MS-, l’impatto ambientale degli aerogeneratori non è peggiore di quello a suo tempo indotto dagli impianti sciistici al Passo dei due Santi, oggi raramente utilizzabili, e dal Villaggio degli Aracci.

San Marcello – Piteglio
Le mostre e le conferenze a Palazzo Achilli a Gavinana e le due edizioni di Maresca R-esiste rilanciano il turismo locale incoraggiando il soggiorno per più giorni e attirando nuovo pubblico. Rispetto al passato, le strutture ricettive sono cambiate, colonie e alberghi hanno chiuso l’attività, ma l’agriturismo ha in parte compensato la disponibilità d’alloggio.

Vallombrosa
Quest’ultima località è un caso paradigmatico di declino turistico della montagna, frequentata ormai quasi esclusivamente per trascorrere qualche ora al fresco e all’aria buona nei fine settimana estivi.
L’associazione Vallombrosa – La Foresta di Firenze intende promuovere Vallombrosa come punto di riferimento nazionale e internazionale su importanti tematiche inerenti il rapporto fra uomo e natura, facendone sede di incontri, confronti, riflessioni, studi, rilanciando la località per soggiorni di più giorni, incrementando i motivi di interesse e attrazione.

Vallombrosa

Villeggianti stagionali e nuovi residenti
Le statistiche turistiche riportano le presenze relative a soggiorni fino a 30 giorni, non contemplando i villeggianti stagionali, che trascorrono uno o più mesi estivi in località appenniniche in qualità di proprietari di immobili ereditati o affittuari. Essi contribuiscono significativamente al popolamento estivo delle località e alimentano filiere di consumo anche originali, come la coltivazione di frutti di bosco e ortaggi nell’ex vivaio nella Foresta del Teso.
Un tema d’attualità è il ripopolamento della montagna da parte di nuovi residenti, controesodo reso possibile dal telelavoro e attraente per il basso costo degli immobili, ma dispendioso per la climatizzazione (il maggior riscaldamento invernale supera il risparmio estivo) e difficoltoso per quanto riguarda la mobilità; si è costretti all’uso pressoché giornaliero dell’auto propria, specialmente nelle località poco o per niente servite dal trasporto pubblico (es. il Passo del Cerreto -MS- è raggiunto da una coppia di autobus al giorno), problema acuito dalla distanza rispetto a servizi sanitari (ci sono anche Comuni privi di medico) e scuole. C’è un rischio di pendolarismo esasperato verso le città di riferimento, induttore di traffico e di estesi parcheggi scambiatori.
Si sente spesso ripetere che il ripopolamento è un utile presidio per l’assetto del territorio, ma questo vale principalmente per pastori e agricoltori di nuovo insediamento, mentre chi svolge lavori d’ufficio a domicilio di solito non sa e non può intervenire utilmente in caso di emergenze idrogeologiche. Spesso il trasferimento in montagna è motivato dal rifiuto delle cattive condizioni ambientali, dello stress, del sovraccarico relazionale e della congestione delle aree urbane di provenienza; questi nuovi residenti sono più intenzionati a isolarsi piuttosto che a integrarsi con le comunità locali, che anche per questo li guardano con diffidenza, percependo un certo snobismo.

Paolo Degli Antoni: Laurea in Scienze Forestali, conseguita presso la facoltà di Agraria dell’Università di Firenze. Abilitazione all’esercizio della professione di Agronomo-Forestale. Già funzionario C.F.S. e collaboratore della Regione Toscana, è socio corrispondente dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali, scrive contributi scientifici di ecologia del paesaggio, biodiversità, storia, arte e antropologia del bosco. Suo oggetto privilegiato di ricerca è la rinaturalizzazione.