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In Alta Murgia la vivacità innovativa col sigillo della tradizione

di C.Maurizio Scotti

La nostra Italia è il Paese dai mille risvolti socio-economici generalizzabili in qualsiasi contesto: si è tra i primissimi al Mondo in più settori, si diventa fanalino di coda laddove le priorità non sono adeguatamente considerate. In agricoltura, o meglio nel più complesso sistema agroalimentare, per esempio, ci sono nostre eccellenze che non hanno paragoni e altre che faticano a collocarsi, pur essendo a loro volta imparagonabili eccellenze. Non è solo un gioco di parole o una dimostrazione di frase fatta, bensì il risvolto di medaglie che non stessi non valorizziamo. Un po’ è il contesto nazionale, fatto di innumerevoli caselle regionali, provinciali e comunali (il cosiddetto campanilismo) a frenare la portanza del Made in Italy: quando l’interesse produttivo e commerciale si riduce ad un territorio limitato, allora subentra il disinteresse generale; quindi, se il territorio di riferimento non è in grado di sostenere in loco l’azione di promozione restano solo le energie private, a volte deboli e sommariamente poco efficaci. Ma i territori spesso sanno anche reagire, in un modo o nell’altro, fino a risalire le classifiche e vincere i campionati delle eccellenze.

VITI COLTURA ALTA MURGIA
Viticoltura nell’Alta Murgia

Parlando di vitivinicoltura, l’Italia non è il Paese del Vino bensì l’insieme di vasti e piccoli Territori del Vino. Il valore aggiunto di questa ricchezza, ogni anno, supera i 50 miliardi di euro, non equamente ripartiti, non validamente distribuiti, non universalmente riconosciuti. Eppure è un patrimonio di estrema importanza economica e strategica che ha radici ovunque, dalla Valle d’Aosta al Friuli, dal Trentino Alto Adige alla Sicilia, come dire: da Est a Ovest, da Nord a Sud. Forse si tratta del più vasto settore economico collettivo dell’intera nazione, a prescindere dalla solita solfa dei campanili e dei territori più o meno vocati, più o meno famosi, più o meno inseriti nella nobiltà enologica.

Se non ci fosse vino, l’Italia sarebbe sicuramente più povera e persino la sua famosa cucina risulterebbe di quarta serie, a prescindere da qualsiasi piatto si intendesse servire. Dimenticare questo assioma è diabolico per qualsiasi economista.
Spesso, però, capita di avere “carte dei vini” ricche di etichette “dei soliti territori”, quasi a voler rimarcare che ciò che accompagna una pietanza o un dolce è frutto di poche aree di coltura e nulla più. Niente di più sbagliato, tanto di molto limitato.
Anzitutto gli ottimi vini di “fanno” con le ottime uve e queste maturano secondo concetti fondamentali legati al clima (spesso microclima), all’organicità e alla geologia dei terreni, alla dinamicità dei vegetali, all’età delle piante e al lavoro dell’uomo. Quest’ultimo è ciò che diversifica le produzioni da un podere a quello immediatamente contiguo, da una cantina ad un’altra, da una scelta di intervento intensivo ad una ad impatto limitato. Ma, come detto, non c’è regione che non abbia zone più o meno ampie a vocazione vitivinicola, magari non tutte paragonabili a Montalcino o a Barolo, in cui ci siano produzioni di sicuro valore intrinseco.

Questa volta intendiamo soffermarci in una delle “terre” di Puglia che a diritto giornalistico meritano un approccio importante. Logico dire che quando si parla di Puglia si parla di vino a tutto tondo, intendendo una delle 4 regioni principe in fatto di produzione quantitativa: con Veneto, Abruzzo e Emilia Romagna, la Puglia riempie gli scaffali dei supermercati meglio di quanto non faccia con quelli delle più prestigiose enoteche. Un costrutto che dice molte cose in fatto di “affermazione” ma che alla lunga nega valori e connotati: vogliamo aggiungere il modo di intendere che “non è sempre tutto uguale”?. Produrre uva tanto per fare vino è cosa diversa, come detto, dal produrre ottima uva per fare un grande vino. Lo stereotipo della Puglia è ancora purtroppo “produrre molto per vinificare tanto”, ma le cose stanno cambiando e non solo perché nel Barese come nel Salento si sono affacciati nomi prestigiosi della viticultura (si, viticultura) italiana, come i marchesi Antinori, bensì perché un cospicuo numero di giovani viticoltori ha intrapreso la strada dell’innovazione mantenendo ben salde le radici della tradizione, andando alla riscoperta di antichi vitigni e calmierando le lavorazioni con sistemi biologici.

Nell’Alta Murgia, terra da sempre vocata alla coltura della vite, l’azienda agricola Cantine Lanzolla, di cui è titolare il 39enne Bartolomeo Lanzolla, sta continuando, con passione e competenza, una tradizione familiare lontana nel tempo. I poderi sono situati nel cuore dell’Area Naturale Protetta del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, ambiente geologico antichissimo, composto da terreni quasi esclusivamente di natura carsica. Oltre al carsismo di profondità che può arrivare fino a 150 metri (gravine), abbondano anche le forme carsiche superficiali, quali doline, alme, avvallamenti e diversi solchi carsici. E proprio in questa peculiare terra rossa si coltiva la vite da cui si traggono vini di ottima qualità, tra i quali primeggia il Primitivo di Gioia del Colle D.O.C. e gli spumanti prodotti con “metodo champenoise” unitamente a vini bianchi e rosati provenienti da tipologie varietali tipiche del  territorio, come la Verdeca.
La conduzione quotidiana dell’azienda Lanzolla dimostra che la cura posta nel ciclo di produzione, dell’uva prima e del vino poi, è il giusto compromesso tra tecniche enologiche all’avanguardia e tradizioni vitivinicole, traducendo il tutto in uno standard qualitativo assai elevato. In questi giorni di vendemmia, la raccolta dell’uva viene meticolosamente effettuata a mano, per conservarne integre le qualità organolettiche e meglio ancora per poter attuare una efficiente selezione dei singoli grappoli.

Altra prerogativa aziendale è rappresentata dalle competenze di un’equipe di tecnici-enologi che, lavorando quotidianamente nel campo della ricerca e sviluppo, segue l’intero processo produttivo garantendo il rigoroso rispetto del Disciplinare Aziendale e che ha decisamente contribuito nell’ottenere diversi riconoscimenti nell’ambito di manifestazioni specializzate.
E l’azienda agricola Cantine Lanzolla non è certo l’unica in tutta l’Alta Murgia ad aver innovato seguendo le tradizioni vitivinicole di un tempo, si tratta comunque di un esempio illuminante che ha saputo trasformare 15 ettari di normalissima vitivinicoltura in un contesto vinoculturale che sta modificando il pensiero comune dei vini di tutta la Puglia.

cantine murgia vinoCantine Lanzolla

30/08/2016

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