di Eugenio Cozzolino

Il tabacco greggio è ancora oggi una risorsa economica strategica, di cruciale importanza per il passato, il presente e il futuro di alcune comunità rurali. Si tratta senza dubbio di una coltura che ha un forte impatto sull’occupazione, perché molte fasi del processo di produzione (raccolta delle foglie, attività agricole post-raccolta e prima trasformazione industriale) non possono essere del tutto meccanizzate e devono essere eseguite manualmente. Il tabacco, inoltre, si adatta facilmente a condizioni climatiche e a suoli «difficili», e ciò permette la coltivazione anche in zone svantaggiate, come quelle in cui l’agricoltura e i settori non agricoli forniscono solo poche o nessuna alternativa valida dal punto di vista socio-economico. Inoltre, la produzione e la trasformazione del tabacco greggio sono caratterizzate da un’elevata quota di lavoro femminile, che negli impianti di trasformazione supera il cinquanta per cento della forza lavoro complessiva, favorendo processi di emancipazione assai significativi. (Nomisma 2014).

Questo articolo è il quinto di un ciclo di pubblicazioni sulle varietà di tabacco (quasi tutte oramai non più coltivate da decenni) che hanno permesso a partire dalla fine del diciannovesimo secolo l’affermazione e il successo della tabacchicoltura italiana nel contesto internazionale. Gli scritti sono estratti in modo sintetico dal testo del Dott. Nicola Sparano dal titolo “Tabacchi Greggi Indigeni”.

ERBASANTA

erbasanta tabacco italiano
Pianta in fiorituraFoglia curata di Erbasanta

 

L’Erbasanta era il nome con cui veniva indicata la Nicotiana Rustica, dalla quale si otteneva tabacco da fiuto, mentre quello da fumo  per sigari, pipa e sigarette – veniva ottenuto dalle diverse varietà di Nicotiana Tabacum.
In effetti all’inizio della sua avventura in Europa il maggior consumo della Solanacea giunta dalle Americhe fu proprio dovuto alla pratica di fiutare, aspirando con le narici, il prodotto delle foglie ridotte, dopo adeguate cure, in polvere.
Matteo Camera di Amalfi, in un articolo riportato su “Il Picentino” del 1872, descrivendo i primi tempi dell’uso popolare, così si espresse: “Questo consuolo degli afflitti, questa distrazione degli uomini laboriosi, questa risorsa de’ contrabbandieri, miniera d’oro degli amministratori, che da principio ammesso esclusivamente in polvere, non si vedeva che presso i farmacisti sotto il nome poco allettante di clysterium nasi, più tardi, preso in fumo, faceva impallidire i nostri doganieri”.
In Italia la introduzione della N. Rustica rimonta, pare ormai certo, al 1560-1561 per opera del  Cardinale Prospero di Santa Croce, (il nome Erbasanta pare sia dovuto in suo omaggio) Nunzio pontificio a Lisbona, ove egli ebbe la ventura di conoscere e apprezzare questa pianta che cominciava ad avere rinomanza di prodigiose virtù terapeutiche. Nel 1650, tal Antonio Vitagliano pubblicò un opuscolo dal titolo “De Abusu tabaci” nel quale consigliava a preti e monaci l’uso della tabacina per favorire la castità, riferendo che padre Giuseppe da Copertino, morto in Assisi in odore di santità, gli aveva riferito di “averlo sperimentato buonissimo”.
L’abitudine di fiutare – e spesso di starnutire – si diffuse talmente che furono emanate bolle, come quella di Urbano VIII nel 1642 ed Innocenzo X nel 1650, per coloro che ne facevano uso in chiesa.

Si coltiva attualmente nell’agro di Cava dei Tirreni in provincia di Salerno su di una superficie di soli 17 ettari, più che sufficiente al fabbisogno di materia prima per il prodotto da fiuto che se ne ricava. Vuole a preferenza terreni marnosi, sciolti, profondi e freschi, ricchi di potassio. Nei riguardi del clima, pur non avendo particolari esigenze, preferisce le zone a mite temperatura primaverile e dove piogge ed umidità atmosferica non siano possibilmente, in difetto.

Si semina a gennaio in semenzaio a letto freddo ben concimato, spargendo da 4 a 5 grammi di seme per mq e in aprile si trapianta a centimetri 80×85 circa, in terreno ben preparato, abbondantemente letamato. Normalmente si praticano tre sarchiature  e la rincalzatura prima della quale si concimano le piante con bottino. E’ consentita l’irrigazione di questa varietà come per le altre da fiuto. Si cima a 13-16 foglie appena compare il bottone fiorale. La produttività è elevata e raggiunge circa 25 30 quintali  per ettaro calcolati secchi e curati.

Staccate le foglie a perfetta maturazione si ripongono in ceste con le quali si trasportano nei locali di cura.In questi idonei spazi si sparge sul pavimento uno strato di paglia e su questo si dispongono le foglie in  massette con le punte all’insù. Dopo tre giorni le foglie risultano ingiallite e si portano allora all’aperto sui campi esponendole all’azione del sole per qualche ora, durante vari giorni.

Ogni sera, nel riportarle nei locali di cura si costituisce la massa avendo l’avvertenza di piegare longitudinalmente le foglie e formare dei mazzetti. Man mano che il prodotto va essiccandosi, le masse, che vengono sottoposte a frequenti rivolgimenti, vengono aumentate sempre più in spessore fino a raggiungere dai 15 centimetri  iniziali circa 1 metro a prodotto totalmente prosciugato.

Questo tipo di cura dicesi “cura forte” dalla quale la “cura dolce” differisce unicamente per l’entità delle masse che, allo scopo di ottenere un prodotto meno fermentato e foglie di colore marrone, si fanno notevolmente meno alte e vengono arieggiate meno frequentemente. Il prodotto “dolce” pesa circa un quinto più del “forte”.

Il prodotto curato si cernisce in 3 classi di cui la prima è costituita dalle foglie più sostanziose, meglio governate, più aromatiche, integre e di colore uniforme tendenti al giallo. Si affascicolano a 25 foglie di cui una serve da legaccio. Fino all’epoca della consegna, che avviene per lo più in dicembre, i fascicoli si tengono a piccole masse in locali asciutti e ben areati.
Il prodotto curato “forte” è di tessuto spugnoso, incombustibilissimo, affatto elastico con un colore marrone giallastro ed un odore piccante quasi ammoniacale, mentre quello curato “dolce” è più pesante e di colore marrone chiaro, di odore dolce, gradevole, caratteristico.

Di elevato contenuto in nicotina che raggiunge ed oltrepassa l’8%, la foglia di Erbasanta è adoperata per la fabbricazione dei prodotti da fiuto, e dà il suo nome ad una rinomata polvere, mentre le costole e gli scarti sono convenientemente utilizzati per l’estrazione dell’alcaloide, base preziosa per la preparazione di prodotti insetticidi per l’agricoltura.

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Manocchio di Erbasanta

Bibliografia consultata

  • Nicola Sparano, 1906 – Tabacchi greggi indigeni. Tipografia Elzeviriana-Roma.
  • Ente Nazionale per il Tabacco, 1937- I Tabacchi Greggi, a cura di Umberto Rossi. Ist. Grafico Vanzetti e Vanoletti Milano.
  • Nomisma, 2014 – XVI Rapporto sulla filiera del tabacco in Italia.
  • http://www.gustotabacco.it/storia/970-erbasanta-cava-de-tirreni

 

Eugenio Cozzolino: Laurea in Scienze Agrarie, conseguita presso la facoltà di Agraria dell’Università di Napoli “Federico II”. Abilitazione all’esercizio della professione di Agronomo.
Componente della “Lista nazionale degli ispettori preposti al controllo degli enti od organismi riconosciuti idonei ad effettuare le prove ufficiali ai fini della registrazione dei prodotti fitosanitari” istituita dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Dipendente dal 1987 nel ruolo tecnico del Mipaaf e successivamente come Collaboratore tecnico nei ruoli del CRA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura) divenuto CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) a partire dall’anno 2015. E’ autore di un centinaio di pubblicazioni scientifiche e divulgative.
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