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Un’analisi comparativa tra agricoltura e restanti settori


di Velia Bartoli


Malattie professionali in agricoltura


Generalità, metodologia e dati di base


In questi ultimi decenni in Italia si è riscontrato un progressivo sensibile miglioramento delle condizioni lavorative generali: ciò è stato determinato, oltre che dal sempre maggiore interesse al riguardo delle classi lavoratrici e dell’opinione pubblica in genere, dall’incisiva attività di molteplici istituzioni – come le associazioni sindacali, l’INAIL, le Regioni e gli altri enti locali – aventi tra gli altri loro compiti quello della salvaguardia della sicurezza e della salute dei lavoratori, tanto che in tempi recenti si è andato assistendo all’entrata in vigore di svariate normative, appunto dirette a contrastare l’incidenza dell’infortunistica e della morbilità professionali.
Gli interventi di prevenzione nel settore agricolo hanno presentato senza dubbio non poche criticità, spesso riconducibili ad alcune caratteristiche tipiche dell’organizzazione del lavoro agricolo: il lavoratore agricolo, infatti, solitamente si occupa di colture differenti, svolgendo più mansioni nella stessa giornata, prevalentemente in ambiente esterno, su terreni spesso irregolari, utilizzando le macchine e i prodotti chimici tipici di ciascuna lavorazione. A queste caratteristiche generali, se ne aggiungono altre di tipo sociale, quali ad esempio la sovrapposizione tra ambiente di vita e di lavoro, la dispersione territoriale delle unità produttive, il ridotto numero di addetti per azienda, la prevalenza di lavoratori autonomi rispetto a quelli dipendenti, l’avanzata età media degli agricoltori. Dunque, l’importanza degli interventi di tutela e prevenzione nel settore primario è da ritenere senz’altro notevole: basti considerare che ad esso competono oltre 1.620.000 aziende e circa 850.000 addetti (1).
Si definiscono malattie professionali gli “stati morbosi” che derivano dall’esposizione prolungata a fattori di rischio connessi all’attività lavorativa svolta, in relazione all’ambiente, ai mezzi utilizzati, alla postura sul lavoro, così come agli agenti fisici e chimici cui si viene esposti (2). Nella malattia professionale la causa agisce lentamente e progressivamente nell’organismo e deve essere diretta ed efficiente, ovvero in grado di produrre infermità in modo esclusivo e prevalente. Quindi, mentre gli infortuni sono caratterizzati, oltre che dall’occasione di lavoro, anche dalla causa violenta che con immediatezza provoca il danno, nelle malattie professionali deve esserci un nesso diretto tra l’attività lavorativa svolta e la malattia contratta. Molteplici sono, infatti, i rischi sia diretti che ambientali cui i lavoratori sono costantemente esposti, ma affinché la malattia si possa considerare di origine professionale è necessario che sussista il cosiddetto “nesso eziologico” tra l’attività lavorativa e la patologia in questione.
E’ dunque evidente che le malattie in oggetto, sia per la loro elevata frequenza che per la gravità delle conseguenze sulla salute dei lavoratori, rappresentano un costo umano e socio-economico assai rilevante, forse non inferiore a quello degli infortuni sul lavoro (3), così da rivestire in sempre maggior misura un generale interesse. D’altro canto, è da tener presente che le forti trasformazioni recentemente riscontrate nel mondo del lavoro hanno determinato profondi cambiamenti e diversificazioni degli strumenti per la tutela della salute, e per la sicurezza degli ambienti lavorativi: ciò anche in relazione alla comparsa di nuove patologie correlate al lavoro, nonché alla trasformazione di quelle esistenti, così da provocare lo sviluppo di studi e ricerche mirati a colmare le carenze conoscitive, e nel contempo a indirizzare più adeguatamente le strategie di contenimento del numero e della gravità dei fenomeni patologici.
Scopo di questo lavoro è quello di valutare i principali fattori di rischio per la salute dei lavoratori, principalmente focalizzando l’attenzione sulle principali tecnopatie riscontrate nel settore primario, nel contempo confrontandole con quelle riferite all’insieme dei due restanti settori.
L’analisi è stata svolta quantificando il fenomeno in oggetto mediante indici statistici costruiti come rapporti (moltiplicati per 10.000 e definiti “tassi di incidenza”) tra il numero annuale delle malattie denunciate, riconosciute e indennizzate dall’INAIL – distinte secondo il tipo di patologia – e il corrispondente ammontare degli “occupati” per settore di attività economica negli anni dal 2007 al 2011. Quanto alle statistiche di base, si è fatto ricorso – in relazione agli stessi anni suddetti – ai dati delle rilevazioni dell’INAIL (4) in materia di “denunce di malattia”, mentre quale popolazione di riferimento si è considerata quella risultante dalle rilevazioni dell’ISTAT (5) riguardanti le cosiddette “Forze di lavoro”.


I principali risultati: descrizione e interpretazione


Allo scopo di illustrare i principali risultati del lavoro, si possono anzitutto prendere in esame i valori riguardanti i tassi di incidenza delle malattie professionali, classificati secondo lo “stato di definizione”, contenuti nella Tabella 1.
Basta dare uno sguardo ai dati di detta tabella per constatare una marcata e generalizzata prevalenza del rischio di malattia nell’ambito agricolo rispetto a quello relativo ai restanti settori di attività economica. Ciò soprattutto con riguardo alle malattie denunciate nel 2011: 93,7 per 1000 occupati nel settore primario a cui fanno riscontro quelli assai più bassi (17,5) dei restanti lavoratori. Lo svantaggio è ancora evidente se si analizza il valore dell’indicatore per le malattie riconosciute e indennizzate: 39,6 e 31,2 nell’ordine è il tasso di rischio nel settore primario nel 2011, cui corrispondono i valori assai più contenuti, 6,0 e 4,2, dei settori non agricoli.


 





Per quanto concerne l’andamento temporale dei quozienti – in sintesi quantificato dai valori dell’ultima colonna della Tabella 1 – si ottiene immediata conferma del forte incremento delle denunce di malattie professionali che particolarmente ha interessato i lavoratori agricoli negli ultimi anni (+425% dal 2007 al 2011). Con riguardo alle professioni non agricole sono le malattie indennizzate a far registrare l’aumento maggiore – pur se assai più contenuto rispetto al settore agricolo – cioè più del 43%, nel quinquennio in esame.


Passando agli aspetti interpretativi dell’entità e degli andamenti temporali dei valori degli indicatori sopra brevemente descritti, è opportuno anzitutto richiamare l’attenzione sul fatto che nel 2011 il settore agricolo ha registrato oltre 7900 denunce di malattie professionali, cifra che rappresenta il valore più alto degli ultimi 15 anni, confermando e anzi accelerando la crescita del fenomeno osservata fin dal 2007. Occorre tuttavia considerare che l’aumento del numero di dette denunce, specialmente in relazione all’agricoltura, può essere dovuto non solo e non tanto all’effettivo peggioramento delle condizioni di lavoro, ma piuttosto alle situazioni sfavorevoli cui qui di seguito verrà fatto cenno.
Anzitutto la circostanza che le malattie, contrariamente agli infortuni notoriamente causati da un evento istantaneo e traumatico, presentano peculiarità di insorgenza di natura lenta e talora subdola, che richiede tempi di latenza e di manifestazione palese anche molto prolungati. Le stesse istruttorie dell’Inail, nel caso di alcune patologie, sono più complesse e lunghe rispetto ai casi di infortunio, senza contare che sulle malattie correlate al lavoro emergono sempre nuove conoscenze scientifiche. Va inoltre tenuto presente che negli ultimi anni si sono particolarmente intensificate le attività di informazione, formazione e prevenzione, anche da parte dell’INAIL, nonché gli approfondimenti divulgativi attraverso molteplici canali mediatici. La sensibilizzazione dei datori di lavoro, delle maestranze, dei medici di famiglia, dei patronati, ecc. ha sicuramente provocato l’emersione di malattie altrimenti “perdute”, così di molto attenuando lo storico fenomeno delle mancate denunce, spesso causate sia dai lunghi periodi di latenza di alcune patologie che dalla difficoltà di dimostrarne il nesso causale con l’attività lavorativa svolta.
Dunque, l’analisi dell’entità numerica delle denunce pervenute, se ben rappresenta i danni subiti dai lavoratori e le dimensioni del fenomeno che l’INAIL è chiamato a gestire, deve tuttavia necessariamente essere completata tenendo conto, seppur sinteticamente, dello svolgimento delle procedure burocratiche: dalla denuncia all’eventuale indennizzo, passando per il riconoscimento formale della malattia come “professionale”, cioè di origine lavorativa. E’ pure chiaro come, specialmente per gli anni più recenti, i tempi tecnici necessari per la trattazione e definizione delle pratiche possano risultare sensibilmente prolungati, in particolar modo in relazione alle tecnopatie.
Passando all’analisi degl’indici figuranti nella Tabella 2, riguardanti i soli casi di malattie “denunciate”, è immediato constatare che le patologie professionali di più comune riscontro sono rappresentate, nell’ordine, da:
1) disturbi muscolo-scheletrici,
2) affezioni dei dischi intervertebrali,
3) malattie del sistema nervoso e degli organi di senso,
4) ipoacusie da rumore,
5) tendiniti.
Se si fa riferimento ai tassi di incidenza riferiti al complesso delle malattie denunciate (ultima riga della Tabella 2), è possibile valutare in modo sintetico la penalizzazione dei lavoratori agricoli rispetto ai colleghi degli altri settori: i valori degl’indici di incidenza passano infatti dal 17,9 per 10.000 nel 2007 al 93,8 nel 2011, cui fanno riscontro quelli notevolmente più bassi, da 12,2 a 17,5 rispettivamente, delle professioni non agricole.
Considerando più in dettaglio ancora gli indici della Tabella 2, emerge con evidenza come il tasso di incidenza delle malattie osteo-articolari e muscolo-tendinee si presenti sistematicamente – e in misura considerevole – superiore a quello delle altre tecnopatie nell’ambito di ognuno dei due settori. Inoltre, è immediato riscontrare per dette patologie le rilevanti disparità tra lavoratori del settore primario rispetto a quelli degli altri settori, a tutto svantaggio di questi ultimi: infatti il valore dell’indice di incidenza nel 2011 risulta per i lavoratori agricoli circa sette volte superiore a quello relativo alle professioni non agricole: 77,4 per 10.000 contro il 10,8.
Si osserva inoltre che i disturbi muscolo-scheletrici sono quelli di più comune riscontro tra i lavoratori del settore primario, riguardando lesioni a muscoli, ossa, nervi, tendini, legamenti, articolazioni, cartilagini e dischi intervertebrali, così da rappresentare la maggiore causa di dolore cronico e di disabilità fisica. Tale circostanza sembra del resto assai verosimile, visto che queste tecnopatie derivano principalmente dall’uso di mezzi e attrezzi meccanici di uso corrente nel lavoro agricolo (dal trattore all’aratro, dalle macchine per la raccolta a una vasta gamma di altre attrezzature) spesso molto pesanti e poco ergonomici, così da comportare posture di lavoro scomode e innaturali e conseguenti disturbi muscolari e articolari. Il lavoro nei campi presenta dunque, soprattutto in epoca recente, condizioni sfavorevoli rispetto agli altri contesti: ciò che lo rende particolarmente malsicuro è il fatto che il campo aperto non può essere considerato “luogo di lavoro” al pari degli ambienti chiusi, risultando esposto ad una quantità di fattori climatici che talora possono peggiorare gravemente le condizioni di sicurezza.
Una decisa tendenza inversa mostrano invece, in relazione alle professioni non agricole, le due famiglie di tecnopatie definite come malattie del sistema nervoso e ipoacusie da rumore: le prime passano infatti dal 3,20 per 10.000 del 2007 al 2,54 del 2011, mentre le seconde dal 2,67 del 2007 scendono al 2,27 del 2011. Ancora in merito alle patologie professionali che possono colpire il lavoratore agricolo, si può fare una classificazione che prevede malattie legate all’ambiente di lavoro, ovvero quelle causate dai materiali e dagli strumenti impiegati. Tra le prime, sono da segnalare i danni provocati da agenti atmosferici (affezioni respiratorie, reumatologiche, ecc.). Nelle patologie da materiali vanno evidenziate le affezioni acute e croniche derivate dal contatto con animali, dall’uso di pesticidi e diserbanti, nonché dalla manipolazione di concimi sia naturali che di sintesi. Le patologie da strumenti agricoli sono caratterizzate in prevalenza da lesioni traumatiche di vario tipo ed entità, quali, ad esempio, danni da vibrazioni o da rumore eccessivo, artropatie da microtraumi e intossicazioni da gas di scarico (7).


Considerazioni conclusive


Il settore agricolo, spesso notoriamente al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, oltre che degli studiosi, come uno degli ambiti maggiormente a rischio per ciò che riguarda gli infortuni sul lavoro, negli ultimi tempi ha visto aumentare, in misura assai significativa, il numero delle “denunce”, dei “riconoscimenti” e dei conseguenti “indennizzi” riguardanti le malattie di origine lavorativa. Tale fenomeno può essere correlato a svariati fattori: tra gli altri, anzitutto la messa a regime delle nuove “tabelle” delle malattie professionali (8) che ha portato allo svelamento sempre maggiore delle malattie cosiddette “nascoste”; secondariamente, la diffusione della cultura della sicurezza dei lavoratori, unitamente all’opera di sensibilizzazione e di informazione in materia, messa in atto dall’INAIL e dagli altri enti che operano nel campo della prevenzione.
Si riscontra tuttavia che gli interventi tesi a migliorare la sicurezza nel settore primario sono in certa misura ostacolati da alcune caratteristiche tipiche del mondo agricolo, che presenta, sotto molti aspetti, attributi unici, sia sotto il profilo delle attività lavorative, contrassegnate da processi operativi diversi e difficilmente “schematizzabili”, sia con riguardo alla stessa forza-lavoro, spesso concentrata in piccole e piccolissime aziende non di rado a conduzione familiare. Dunque, il raffronto tra gl’indici di rischio del settore primario e quelli dei settori non agricoli, mostra come il lavoro nei campi presenti a tutt’oggi svantaggi ben maggiori rispetto a quanto avviene nelle altre attività economiche.
Più in dettaglio, maggiormente rappresentate appaiono le malattie a carico dell’apparato muscolo-scheletrico (affezioni dei dischi intervertebrali, tendiniti, ecc.), seguite dalle ipoacusie da rumore e dalle patologie degli organi di senso e del sistema nervoso. I dati evidenziano, in definitiva, la necessità di migliorare la consapevolezza del rischio negli agricoltori, così da rendere più incisive ed efficaci le misure di prevenzione e protezione. Ancora si può rammentare che il sistematico utilizzo di macchinari espone tra l’altro il lavoratore a intensi rumori e vibrazioni, sicché sarebbe opportuno, per contrastare alcune conseguenti patologie, incoraggiare l’uso di idonei attrezzi protettivi (caschi, cuffie o inserti auricolari, guanti antivibranti, ecc.), nonché consigliare agli operatori agricoli di limitare, per quanto possibile, la durata di esposizione ai disagi, nel contempo invitandoli ad adottare attrezzature più adeguate alle esigenze della sicurezza e della prevenzione.


Lavori citati
1– 6° Censimento Generale dell’Agricoltura, 2010. http://www.istat.it/
2-DPR 1124 del 30/6/1965, “Testo unico delle disposizione per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali”
3– Bartoli L., Bartoli V. (2011), “Un’analisi statistica degli infortuni sul lavoro nell’ agricoltura italiana tra il 2005 e il 2009”, Agriregionieuropa, anno 7, n. 24
4– INAIL (2007-2011), “Rapporto annuale”. www.inail.it
5– ISTAT (2007-2011), “Rilevazione sulle forze di lavoro”. http://www.istat.it/;
6-Smuraglia C. (2008), “Le malattie da lavoro”, Ediesse, Roma.
7-D’Angelo R., Lama G., Russo E. (2007), “Caratterizzazione dei rischi di natura biologica nel settore agricolo e loro prevenzione”. Le Giornate di Corvara.
8– D.M. del 9 aprile 2008, sulle nuove tabelle delle malattie professionali nell’industria e nell’agricoltura.


Velia Bartoli, laureata in Economia e Commercio, dal 2001 è ricercatore di Statistica (SECS/S01) presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma. Ha prestato la propria attività lavorativa presso il Servizio delle Statistiche Demografiche dell’Istituto Centrale di Statistica (ISTAT).
Nell’anno 2003-2004 è stata membro della Commissione giudicatrice degli Esami di Stato per l’abilitazione nelle Discipline Statistiche.
Dall’anno 2010 è membro del Collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Statistica Economica.
E’ membro della “Società di Economia, Demografia e Statistica”, di “Agriregionieuropa” e di Agrimarcheuropa. E-mail: velia.bartoli@uniroma1.it


 






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