Firenze, 19 aprile 2013


“L’agricoltura non si è evoluta per caso o per circostanze incomprensibili, si è trasformata, usando i mezzi della scienza, rispondendo all’impulso dei bisogni umani. Abiurando, seppure con una gamma oltremodo variegata di opzioni, le acquisizioni della scienza, e sottraendosi, con una scelta di sedicente carattere etico, agli imperativi dell’economia del Pianeta, abitato, domani, da dieci miliardi di uomini, le scuole dell’agricoltura “biologica” si collocano fuori dal grande alveo della storia della civiltà occidentale, e assumono la responsabilità dell’aggravarsi delle situazioni di penuria che già attanagliano interi continenti” A. Saltini


L’alba del nuovo millennio ha segnato la fine di un’età eccezionale della storia delle società umane: tra il 1950 e il 2000 la popolazione del Globo è raddoppiata, mentre la produzione di derrate agricole essenziali è triplicata. Il fenomeno, senza precedenti nei 70.000 anni di esistenza dell’Homo sapiens, presenta caratteri d’eccezionalità tali da impedire di ritenerne scontata la ripetizione.

Si deve peraltro rilevare che la contemporanea realizzazione dei due fenomeni ha diffuso nell’opinione collettiva il convincimento, che è stato avallato da un ceto politico e da quello giornalistico del tutto privi di competenze che, essendosi associata alla chimica, la produzione agraria avesse conseguito potenzialità produttive illimitate, che la società non dovesse favorire, ma contenere e drasticamente ostacolare.


Le opinioni di giornalisti famosi, uomini politici, sedicenti divulgatori scientifici, hanno favorito il diffondersi di dottrine sulle produzioni agrarie del tutto prive di fondamenta storiche e scientifiche, che opinion-leaders che hanno verificato nella diffusione di paure collettive una fonte generosa di successo e guadagni, si sono impegnati a radicare eleggendo a proprio bersaglio l’agricoltura fondata sulla tecnologia nata dalla scienza sperimentale originata dalle scoperte di Galileo, Bacone, Newton.


La diffusione e il radicamento di dottrine contrarie all’agricoltura derivata dalle scoperte della chimica, della microbiologia, della fisiologia vegetale nate nel grande alveo della scienza galileiana ha acceso un conflitto di crescente virulenza nell’alveo della società occidentale, una società fino al 1950 orgogliosa delle mete conseguite applicando le scoperte dei padri della scienza moderna.


Il conflitto sta assumendo caratteri tali da tradursi in minaccia sempre più grave per la continuità della società fondata sulla scienza nata, sulle fondamenta seicentesche, tra il 1700 e il 1800. Esso minaccia, infatti, la continuità del flusso di scoperte e relative applicazioni che ha assicurato alle società umane livelli di appagamento dei bisogni essenziali senza precedenti nella storia del genere umano. Siccome ogni scoperta scientifica ha tempi precisi di esaurimento delle potenzialità applicative, la continuità di quel flusso è indispensabile ad assicurare la prosecuzione del processo che ha garantito, dal 1700, il cibo necessario alla crescente popolazione del Globo mediante il sistematico accrescimento delle produzioni.


Pur riconoscendo, infatti, la fondatezza delle valutazioni che reputano impossibile la sostenibilità di una crescita illimitata della popolazione del Pianeta, chi accetti i principi dell’etica politica e demografica radicata nella cultura occidentale da lontani millenni deve rigettare teorie e dottrine che, proclamando la supposta inviolabilità della natura (che in diecimila anni l’uomo ha continuato a modificare), si oppongono a ogni nuovo investimento in ricerca biologica protesa al progresso agronomico.


Si deve peraltro distinguere con chiarezza l’atteggiamento, sostanzialmente opportunistico, dei leader dei movimenti antiscientifici che favoleggiano che i metodi di coltura che alimentavano, sul Pianeta, una popolazione di due miliardi di abitanti, sarebbero i più funzionali per soddisfare i bisogni dei dieci miliardi di uomini che popoleranno la terra tra cinquant’anni. Fondamentalmente disonesta, siccome priva di ogni consistenza, è la posizione delle star della lotta alla scienza in agricoltura in Italia.


Appare più onesta, nell’assoluta brutalità, la posizione dei movimenti, in particolare tedeschi, impegnati a impedire ogni investimento in ricerca nel proprio paese (dalla cui tradizione scientifica potrebbero scaturire le scoperte necessarie al futuro alimentare del Pianeta) proclamando che quelle scoperte produrrebbero un indesiderato accrescimento della popolazione mondiale, e bandendo l’imperativo che le nazioni prive di mezzi per il progresso scientifico della propria agricoltura debbano essere abbandonate alle “leggi della natura” cioè a immani carestie che ne riducano l’entità a quella consentita dalle pratiche ancestrali diffuse nei medesimi paesi.


Considerando che:



  • deve reputarsi legittima l’aspirazione delle popolazioni dei continenti meno evoluti a una vita di pari dignità di quella tradizionale dell’Occidente (come proclamò chiaramente la Conferenza sull’alimentazione tenuta a Roma nel 1973);

  • che l’incremento demografico nei paesi meno dotati di risorse agricole deve essere contenuto mediante il ragionevole convincimento delle popolazioni a diminuire i tassi di natalità;

  • che l’aumento necessario delle produzioni agricole deve essere ottenuto con la minore possibile compromissione degli equilibri naturali, un obiettivo peraltro accettato dalla ricerca agraria degli ultimi decenni.

Il Convegno che ha riunito a Firenze, il 19 aprile 2013, nell’auditorio di Santa Apollonia, genetisti, agronomi, responsabili di organizzazioni e movimenti agricoli,
ribadisce



  • il ruolo essenziale del progresso delle conoscenze scientifiche per l’ottenimento di produzioni crescenti sulla superficie attualmente coltivata, evitando l’ulteriore compromissione del patrimonio di foreste dell’intera umanità;

  • la necessità di una nuova, solidale distribuzione del frutto delle risorse agrarie planetarie;

  • l’urgenza di una globale campagna d’informazione che dissipi la paura della scienza propagata da cultori del proprio successo mediatico indifferenti a qualunque onestà dei messaggi diffusi.

 


Eddo Rugini
Università degli Studi della Tuscia
Antonio Saltini
Università degli Studi di Milano
Amedeo Alpi
Università di Pisa
Michele Stanca
Presidente UNASA, Università di Modena –Reggio Emilia
Antonio Blanco
Università degli Studi di Bari
Silvio Salvi
Università di Bologna
Pietro Cravedi
Università Cattolica del Sacro Cuore Piacenza


Luigi Rossi
Presidente FIDAF
Francesco Salamini
Presidente Fondazione Edmund Mach
Francesco Marino
Presidente AgronomiperlaTerrA
Silvano Dalla Libera
Vice Presidente Futuragra
Pier Luigi Graziano
Presidente Associazione Italiana Fertilizzanti
Federico Baglioni
Dottore Magistrale in Biotecnologie
Molecolari e Bioinformatica


 






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