di Nicola Galluzzo

Nel corso degli ultimi cinquant’anni l’economia italiana, nel suo complesso, ha attraversato una delle fasi più tumultuose e innovative che hanno consentito, ad una società prettamente agricola e in via di sviluppo, di collocarsi nell’olimpo dei paesi con i più alti livelli di industrializzazione realizzati. Tutto ciò, ovviamente, ha avuto delle conseguenze dirette sia sui settori economici principali (agricoltura, industria, terziario) sia sulle richieste e sulle esigenze che il consumatore ha assegnato e indirizzato all’agroalimentare italiano nel suo complesso (Schema 1).


Schema 1 – modifiche intervenute nei settori produttivi e nei consumi della società italiana dal 1900 al 2000

Il settore primario è diventato un settore declinante nel quale l’esodo dalle campagne, consequenziale all’affermazione di rapida, e a volte scoordinata, industrializzazione, ha rappresentato la fonte di manodopera non qualificata per le industrie, costituita prevalentemente da una forza lavoro bracciantile che è andata ad ingrossare, durante i processi di emigrazione e di inurbamento, i grandi centri industriali con delle conseguenze socialmente significative sul territorio di arrivo e sulle aree di partenza; queste ultime, infatti, hanno visto l’affermazione di una femminizzazione dell’agricoltura e un abbandono delle terre coltivate impiegate per scopi non agricoli.
A dimostrazione del declino del settore primario basti considerare come, ai giorni nostri, l’incidenza dell’agricoltura sia in termini di Pil che di occupazione tenda a confermare una perdita di potere economico dell’agroalimentare italiano verso altri settori divenuti il traino dell’economia italiana (terziario, terziario avanzato, quaternario). La disamina particolareggiata dei dati statistici rilevati nel settore agroalimentare consente di discriminare tra due diverse e antitetiche situazioni socio-economiche; infatti, se da un lato le aziende agricole italiane vedono ridurre l’incidenza della Superficie agricole utilizzabile, la redditività connessa, gli apporti al Pil nazionale e l’occupazione, in contino e costante calo, dall’altro lato le imprese agro-alimentari di trasformazione vedono incrementare la loro redditività e il loro apporto, in termini economici, alla produzione nazionale, alle esportazioni e all’occupazione. Tuttavia, anche per quest’ultime imprese la situazione non appare delle più rosee poiché grandi gruppi internazionali hanno effettuato una campagna di forti Investimenti Diretti all’Estero (IDE) finalizzati ad acquisire il pacchetto azionario di controllo di numerose imprese agroalimentari nate in Italia nel novecento e riconosciute a livello internazionale con buone quote di mercato, acquistate ultimamente dagli spagnoli di Sos Cuetara e da altre multinazionali confermano un fenomeno di aggregazione e concentrazione aziendale che vede l’Italia sfavorita e non competitiva sulla scena internazionale con bassi tassi di IDE verso altre imprese nel mondo. A tutto ciò, sembrano in grado di opporre una strenua difesa alcune realtà cooperativistiche che hanno dovuto adattarsi rapidamente ai cambiamenti e alle sfide imposte da una globalizzazione che tende a rafforzare le aggregazioni aziendali a svantaggio dei settori più deboli e meno preparati, perché non aggregati, come avviene ed è avvenuto nell’agroalimentare italiano.
Il settore primario si trova ora ad affrontare delle sfide abbastanza interessanti che si trova ad affrontare sono il frutto dei cambiamenti intervenuti in seno ad un azienda agricola che appare attualmente in estrema difficoltà ad endogenizzare e affrontare un processo di innovazione che deve, necessariamente, passare attraverso la sostituzione del management aziendale. Infatti, un punto di debolezza delle imprese agricole italiane appare essere la conduzione aziendale che è in mano ad imprenditori over 50. Un ricambio generazionale appare indispensabile e improrogabile, anche se un sistema previdenziale non univoco e eccessivamente burocratizzato ha favorito lentamente e parzialmente la soluzione di questa criticità che l’Unione europea, mediante la programmazione 2000-2006 e 2007-2013 attraverso i Piani di Sviluppo Rurali regionali, ha cercato di incentivare con specifici finanziamenti, cui associare, a livello di ciascun Paese membro provvedimenti legislativi ad hoc tesi a favorire l’accrescimento dimensionale delle aziende agricole che in Italia, benché ci siano stati dei significativi incrementi nell’intervallo intercensuario 1990-2000, rimangono al di sotto della dimensione media europea senza dare luogo a delle differenze statisticamente significative tra l’Italia centro-meridionale e quella settentrionale.
A onor del vero, la Politica agricola comunitaria (Pac) sembra percepire due tipologie di intervento da attuare nel settore primario, tenendo conto delle peculiarità e delle specificità aziendali e territoriali, differenziando gli aiuti e le funzioni assegnate alle imprese agricole; infatti, se da un lato il legislatore europeo sta cercando di sostenere le imprese “competitive”, anche se non sempre è facile definire un indice specifico/sintetico di ciò, mediante l’erogazione di aiuti disaccoppiati alla produzione purchè ci sia il rispetto di clausole di tutela ambientale  (buona pratica agricola e i criteri di gestione obbligatori), dall’altra cerca, mediante il secondo pilastro della Pac sembra favorire, nelle aziende delle aree interne rurali, a rischio marginalizzazione, degli interventi calibrati di sviluppo rurale, previsti sia nei Psr che nei Programma L.e.a.d.e.r., necessari per favorire il presidio del territorio e lo svolgimento di un’agricoltura multifunzionale cui va riconosciuto un indennizzo per le esternalità fornite e che, comunque, dovrebbero mantenere una carattere di intersettorialità, demandati ai Paesi membri per la definizione delle azioni di intervento al fine di adattarle alle specificità dei diversi contesti di applicazione. La legislazione italiana tuttavia ha cercato di anticipare i tempi necessari per il riconoscimento all’azienda agricola del ruolo di tutore del territorio e della multifunzionalità, attuando delle leggi che hanno riconosciuto alle imprese agricole il ruolo economicamente insostituibile delle attività connesse (contoterzismo) e di quelle secondarie (agriturismo e trasformazione), necessarie per migliorare la redditività e rendere l’azienda agricola più rispondente alle sfide imposte dal mercato. Per il futuro sarebbe auspicabile incentivare i processi di aggregazione dell’offerta agricola attraverso la piena attuazione degli accordi interprofessionali, non più una chimera ma ora una realtà nel settore cerealicolo e ortofrutticola, a seguito della riforma della Organizzazione comune di mercato avvenuta nel 2007, divenuti indispensabili per evitare che le imprese agricole siano schiacciate dalla grande distribuzione e dall’agroindustria. Tutto ciò, inoltre, appare necessario anche in vista degli accordi euromediterranei di libero scambio, che entreranno in vigore nel 2010, nei confronti dei quali, soprattutto le imprese agricole dell’Italia meridionale, specializzate nell’ortofrutticoltura, dovranno preparasi per assumere un ruolo di leadership, di coordinamento e di guida, sia rispetto ai paesi del bacino del Mediterraneo sia rispetto agli altri Stati membri della Ue, i quali basano la loro agricoltura su commodities e/o altri prodotti caratterizzati da bassi valori aggiunti.
Per il futuro il mondo agricolo italiano si attende una maggiore valorizzazione delle produzioni tipiche e delle attività secondarie, le quali devono trovare, sia nelle istituzioni sia nel cittadino europeo, dei soggetti che sappiano valorizzare i percorsi produttivi e la multifunzionalità (estrenalità positiva) messi in atto, garantendo uno sviluppo coeso tra tutti i soggetti dell’agroalimentare italiano.
A margine di questa breve nota, sarebbe opportuno osservare alcune criticità che la pubblica amministrazione deve affrontare per migliorare se stessa e fornire dei servizi più efficaci, efficienti e rispondenti alle esigenze del settore agroalimentari in transizione, mediante una riduzione degli adempimenti burocratici necessari e l’attuazione di accordi di programma necessari per una maggiore incentivazione degli accordi di filiera, necessarie per la realizzazione di un marketing integrato territorio-prodotto agricolo-paesaggio rurale, ed una programmazione decentrata che ha visto i patti territoriali agricoli svolgere un ruolo moto importante per salvaguardare l’occupazione agricola e lo sviluppo di nuove forme di imprenditorialità.

Nicola Galluzzo si è laureato in Scienze agrarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, conseguendo il perfezionamento in Economia del turismo e in Gestione  e organizzazione  territoriale delle risorse naturali presso l’Università La Sapienza di Roma, in Studi europei presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Genova. Assegnista di ricerca presso l’Istituto Nazionale di Economia Agraria (Inea). Attualmente è dottorando di ricerca in Scienze degli Alimenti presso il Dipartimento di Scienze degli Alimenti Unità operativa in economia agro-alimentare della Facoltà di Agraria di Teramo.

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